Che rapporto esiste tra mondo e téchne? Se lo domanda Tomás Maldonado. Quale legame sottostà a queste due nozioni? Ha senso considerarle separatamente, come vorrebbe la tradizionale impostazione dualista, oppure possiamo leggere la téchne come uno degli elementi fondamentali e insostituibili del mondo? (Tomás Maldonado, Il Verri, n. 27, p. 5).
L’uomo occidentale è un ostinato fabbricante di dicotomie, funzionali al suo desiderio di sapere, di comprendere, di dominare il reale. L’opposizione tra mondo e téchne appartiene a questa logica che, a fasi alterne, ha caratterizzato la nostra storia. Da una parte il Mondo come Natura, dall’altra la Téchne come Arte, o come il «modo umano di fare qualcosa secondo arte» (Tomás Maldonado, Il Verri, n. 27, p. 7).

È sulla scorta di queste riflessioni che percorriamo il dedalo, investiti dalla timida luce dell’alba, immaginando di essere un volatile per poter ammirare dall’alto questa straordinaria architettura che prende il nome di Labirinto della Masone.
Non soltanto un’opera d’ingegno voluta dal compianto Franco Maria Ricci, intellettuale, editore e bibliofilo visionario, e realizzata insieme all’architetto Pier Carlo Bontempi, ma un mondo altro che, dal 2015, anno della sua inaugurazione, si staglia tra le campagne di Fontanellato, in provincia di Parma, esibendo il fascino esoterico della sua piramide.
L’occasione per goderne ci è stata offerta, ancora una volta, dal Lost Music Festival, manifestazione votata alla sperimentazione e interamente sostenuta dalla Fondazione Franco Maria Ricci, che quest’anno si è svolta dal 3 al 5 luglio. Tra le «sparse rovine» dello smarrimento borgesiano, abbiamo voluto dedicare un’intervista al boutique festival che, in Italia, è diventato il simbolo della ricerca sonora e della progettazione culturale in ambito musicale.
Pur seguendo una logica underground e DIY, il festival è riuscito a imporsi, in soli cinque anni, come un nuovo modello di manifestazione, grazie alla capacità del suo direttore artistico, Luca Giudici, di costruire un’architettura effimera fondata sulla temporalità, inscritta nella spazialità fisica del labirinto.
Ecco cosa ci ha raccontato del suo progetto curatoriale.

L’INTERVISTA
Partiamo dalla nascita e dall’evoluzione del Lost Music Festival. Che ricordiamo si tiene nel Labirinto della Masone, un luogo straordinario per l’Italia, dall’immenso potere immaginifico esoterico, che fa capo alla Fondazione Franco Maria Ricci.
Quali necessità ha intercettato nell’ambito dei festival italiani di musica sperimentale e d’avanguardia?
Il Lost Music Festival non è nato da una necessità a tavolino, bensì è emerso in una maniera piuttosto naturale. C’era la volontà di esprimersi in un modo differente rispetto a ciò che orbitava intorno a noi e ci è stata data la possibilità di farlo in un luogo unico al mondo, il Labirinto della Masone, continuando, in un certo senso, la ricerca iniziata da Franco Maria Ricci, uno dei personaggi più visionari dell’editoria d’arte e del design grafico italiani, nonché raffinato collezionista. Volevamo dare una chiave di lettura diversa di quel luogo e dello spaccato musicale contemporaneo. Quindi siamo stati spinti da varie motivazioni. Anche il formato del festival è maturato e cresciuto nel tempo.
Non ci sono stati grandi piani, ma eravamo consapevoli che per sperimentare occorreva prendersi dei rischi. La prima edizione è nata tra dubbi e ragionamenti, alla ricerca del “compromesso”, perché partendo da una città come Parma, decentrata rispetto a Milano, non era facile attrarre un certo tipo di pubblico. Negli anni abbiamo preso molta più confidenza. Se rivolgo lo sguardo indietro, oggi definirei la prima edizione del 2022 come una una sorta di test. Nonostante a livello di lineup fossimo partiti in maniera piuttosto radicale, con nomi come: Eartheater, Oklou o le Smerz che, per quanto oggi siano headline in festival di maggiori dimensioni, cinque anni fa non avevano lo stesso traino; questi sono stati un primo tentativo di definire una direzione, pur considerando il panorama nazionale.
Su tanti altri fronti dovevamo ancora capire e studiare. Parlo in primis del luogo e soprattutto del formato, con cui ci confrontavamo per la prima volta. Col tempo abbiamo maturato la confidenza per muoverci più liberamente ed entrare maggiormente in profondità sulla direzione artistica; tarandoci e crescendo anche sul fronte organizzativo e della produzione tecnica. Questi sono stati i passaggi fondamentali per arrivare alla forma attuale del festival.
A quale pubblico si rivolge e come è cresciuto nel tempo? Un festival per essere sostenibile deve riuscire ad attrarre più pubblici, dagli appassionati ai curiosi, che spesso sono difficili da armonizzare.
La costruzione del pubblico di Lost è avvenuta passo dopo passo. Siamo partiti focalizzando la nostra attenzione su una nicchia musicale contemporanea. Dopo anni di lavoro nel settore, proprio su questa nicchia underground, ero consapevole di quale fosse il target di riferimento, la sua distribuzione geografica e quali numeri ci consentisse di raggiungere. Col festival è andata abbastanza bene da subito, perché la direzione era chiara. Certamente i primi anni abbiamo sofferto l’assenza di quella quantità di pubblico che lo rendesse sostenibile, nonostante ciò abbiamo tutti creduto nel processo.
La chiarezza del posizionamento e della direzione hanno premiato. Nel tempo abbiamo costruito qualcosa di solido e fortemente identitario, senza scalate troppo rapide, hype da social o sovraesposizione mediatica. Siamo cresciuti in maniera organica, puntando su uno zoccolo duro di partecipanti, un pubblico interessato e affezionato. Una base che oggi ci fa stare tranquilli, guardando anche al futuro.
La chiave di volta del festival però è stata saperlo raccontare e presentare a un pubblico più ampio, ponendo l’attenzione sul contesto e sui dettagli, non solo sulla lineup, che può risultare estrema ai più. Una scelta che lo ha reso un progetto sostenibile. Risultato per nulla scontato quando si parla di festival di questa dimensione. Al gruppo affezionato e interessato, negli anni si sono aggiunti altri gruppi di persone guidate dalla curiosità per l’esperienza nel suo insieme.
Queste successivamente, dimostrando rispetto e apertura, sono diventate parte del pubblico di Lost.Oggi infatti non si può ricondurre un festival esclusivamente alla sua lineup. Si tratta al contrario di un’esperienza collettiva che necessita di essere curata e considerata a trecentosessanta gradi. Questo approccio consente di essere capiti anche da un pubblico più ampio mantenendo comunque la propria integrità e l’identità della curatela. Un aspetto a cui tengo molto, perché essendo nato e cresciuto a Parma, dove ho fatto le mie prime serate, che poi ho portato a Milano, ho sempre cercato di comunicare progetti dal taglio “sperimentale o di nicchia” ad un pubblico che la oltrepassasse. Un pubblico non per forza interessato in partenza o col mio stesso coinvolgimento sul fronte musicale, culturale e delle sottoculture underground.

Entriamo nel vivo della direzione artistica e del tuo background. Quali esperienze hanno forgiato il tuo approccio curatoriale?
Parlando di background allargherei un po’ il campo, perché il mio modo di affrontare il formato festival risente molto degli studi in architettura. Grazie ai quali ho imparato a comprendere più in profondità gli spazi e il movimento delle persone al loro interno. Anche se non mi sono mai dedicato alla professione di architetto, si tratta di una forma mentis che cerco di introdurre sempre nel mio progetto di curatela, perché non ragiono esclusivamente sulla parte musicale ma anche su come le persone vi si rapportino e vivano questa esperienza all’interno dello spazio.
Lost è stato il coronamento di questo approccio, perché mi sono trovato a lavorare in un contesto, il Labirinto della Masone, in cui l’architettura ha cambiato qualsiasi prospettiva più canonica a cui sono stato abituato, come il club. Oggi quest’approccio è diventato chiave per la mia pratica, soprattutto all’interno del mio studio: OEXP – Other Experiences, dove mi focalizzo principalmente sulla parte di World Building per il fashion, la musica e l’ambito creativo in generale.
Su quali sonorità hai impostato la tua ricerca? Come hai sviluppato l’interesse per determinate traiettorie sonore?
Riprendendo il discorso sull’underground, la mia ricerca e il mio bagaglio culturale partono dalla componente visiva. Sin da giovanissimo ho approfondito il mio interesse per determinate sottoculture musicali partendo proprio dall’aspetto visivo. L’evoluzione della ricerca musicale negli anni invece ha assunto una direzione più curatoriale con la nascita di Seapunkgang, il blog che avevo fondato al termine delle scuole superiori, dove avevo iniziato a mappare varie sottoculture, con tutti i loro sottogeneri, oltre al Seapunk, da cui prendeva il nome. Quando parlo di “underground” faccio riferimento a un universo artistico, musicale e culturale che esiste al di fuori della cultura mainstream e commerciale.
Non ci sono confini al suo interno. Per quanto mi riguarda Io affronto muovendomi in maniera piuttosto libera, non facendo riferimento a generi precisi bensì ad una condivisa filosofia DIY e ad un orientamento alla sperimentazione. Ho introdotto questa visione all’interno del festival, dove le sfaccettature e le declinazioni musicali sono molte e oltrepassano lo stesso concetto di genere. Successivamente al blog e alle serate che organizzavo a Parma, ho iniziato a farmi le ossa con quelle a Milano, che prima si chiamavano Seapunkgang e poi Weird Club. Oltre a due brevissime parentesi con MI16 e Guaraná.
Per approdare a Spiritual Sauna, che è attiva ancora oggi. Attraverso queste esperienze ho sviluppato il mio modo di affrontare i progetti musicali e curatoriali. Di comprenderli e costruirli a tutto tondo. La direzione artistica e la curatela per me si estrinsecano nel prendere in considerazione e avere chiarezza di intenti in ogni ambito del festival: dalla comunicazione, ai valori, all’organizzazione, al coinvolgimento del team.

Al di là degli aspetti culturali, come si concretizza e distingue la curatela del Lost Music Festival da un punto di vista progettuale rispetto a quella di altri festival?
Tra gli aspetti fondamentali della curatela di Lost ci sono sicuramente la concezione dello spazio e del tempo. Queste due coordinate sono centrali nella mia ricerca e mi spingono ad approcciare il programma in maniera molto più libera, anno dopo anno. Non è infatti una questione di nomi, bensì di come questi si alternino all’intero dello spazio e della timeline. Quest’ultima è il focus della curatela, perché mi consente di giocare sulla linea temporale che definisce l’esperienza delle persone. Si tratta di avere una sensibilità quasi antropologica, uno sguardo a ciò di cui ha bisogno il pubblico in un dato momento, sapere dove si trovi e in quale stato psico-fisico o emotivo sia coinvolto.
Queste riflessioni determinano la scelta degli artisti, il palco che viene loro assegnato e il momento della giornata in cui ha luogo il loro set. La timeline descrive precisamente l’esperienza del festival, anche con la sua imprevedibilità, rappresentando il focus del mio contributo come direttore artistico.
Quest’anno ho cercato di intercettare i commenti delle persone, per comprendere meglio questa esperienza di cui parli. Come dicevamo prima il pubblico è essenzialmente composto da due macro categorie: i cultori e gli appassionati da un lato; i curiosi e coloro che cercano lo svago e il divertimento dall’altro. Questi ultimi mi sono apparsi un po’ spiazzati dalle scelte della lineup, che era effettivamente più imprevedibile e caleidoscopica del solito. Sei consapevole dei rischi che ti stai prendendo?
Per quanto abbia parlato di un approccio analitico o dello schema che sottostà al festival, va detto che al suo interno ho creato lo spazio per potermi muovere, perché il rischio altrimenti sarebbe diventare prevedibile. Siccome ci tengo particolarmente a non
esserlo, introduco spesso delle variazioni, ritorno sui miei passi e valuto più volte la presenza di un artista all’interno della programmazione. Avere un’identità forte non significa trincerarsi in una gabbia. Può rappresentare al contrario un ulteriore stimolo per la la libertà con cui si affronta la sperimentazione. Quest’anno in questo senso è stato cardine, considerato che quello precedente abbiamo avuto per la prima volta un riscontro di pubblico importante per noi, sia a livello europeo che nazionale.Tanti nuovi volti, intenditori, appassionati ma anche persone incuriosite dall’esperienza di Lost nel suo insieme. È proprio in questi casi che occorre far emergere il proprio dna. Non ripetersi e presentarsi al nuovo pubblico con lo stesso spirito. La lineup di quest’anno ne è stata l’emblema: tanti live e nuovi progetti, che suggeriscono il processo e lo storico del festival in termini di sperimentazione. Il motivo è che ho pensato che i nuovi gruppi di persone potessero non essere a conoscenza di questo processo di ricerca, o lo avessero visto e “vissuto” online. Ciò ha determinato le scelte artistiche finalizzate a fargli conoscere il festival a partire dal suo dna originario.
Non voglio che Lost possa essere definito da un post su Instagram o da un set più movimentato all’interno del labirinto di bamboo, c’è molto altro dietro e il mio obiettivo è che le persone lo scoprano con il giusto livello di approfondimento. Ecco perché quest’anno ho fatto un passo indietro e dato alla lineup una narrativa un pochino più caleidoscopica. Tante influenze diverse, tanti live e nuove sonorità, alcune fuori dagli schemi di Lost, persino per chi c’era stato fino all’anno prima.
Ho voluto proporre una visione molto aperta, volta quasi a confondere, per restituire quella dimensione del progetto che asseconda la perdita dei punti di riferimento, a partire dal luogo stesso. Volevo che nuovo e vecchio pubblico ripartissero da questo concetto, dalla stabilità, evitando i picchi che poi rimbalzano sui social perché più semplici da comprendere. Dopo cinque anni ho cercato di resettare i toni, con la certezza che il vecchio pubblico avrebbe capito, mentre il nuovo avrebbe potuto spaventarsi, oppure avvicinarsi a un tipo di ascolto che è quello necessario per comprendere il festival. Non si tratta di respingere il nuovo pubblico, ma di creare una continuità con i valori e l’esperienza del festival.

Se dovessi definire il “suono” di Lost che parola useresti? Come lo descriveresti?
Se dovessi descrivere il suono di Lost, non riuscirei a utilizzare una sola parola. Però posso dire che all’interno del festival ci sono due macro aree: una più dilatata, rarefatta, molto più riflessiva a livello musicale; l’altra più nervosa, a tratti estrema, molto più harsh e noise a livello di suono. Quando queste due direzioni si intersecano generano quell’immaginario sonoro che per alcuni è descrittivo del festival. Negli anni set che hanno ben rappresentato l’incrocio di queste due “bolle” li ho collocati all’ora di pranzo, ai cambi di luce, e sono diventati nel tempo iconici, molto di più di set più accessibili. Credo che la chiave di lettura di Lost sia proprio quando si verifica l’incontro di queste due anime, come è accaduto con Huerco S, due anni fa. Quello è ancora uno dei set che considero chiave, perché è riuscito a far muovere le persone su bpm su cui solitamente non si azzardano a farlo. Oppure il contrasto di set: come quello di Zuli, sempre un paio di anni fa,
molto estremo, che ha proprio distrutto la concezione del tempo, anche in termini di bpm, accostato ad un altro dei set che per me è altamente rappresentativo di Lost, che è stato quello di Funeral Folk nello stage della Piramide. Quest’anno questo effetto di piegare la linea temporale e quasi manipolarla a cavallo tra le due “bolle” sopracitate è stato ottenuto dal set di CCL, che ha dosato le energie in maniera impeccabile.
Lo stage della Piramide è quello con le performance più “tradizionali”, per quanto riguarda il rapporto frontale col pubblico. Eppure ogni volta mi lascia i ricordi più inebrianti. Quale valenza gli viene assegnata e con quali criteri vengono selezionati artisti e progetti musicali?
Confesso che inizialmente non amavo lo stage della Piramide, perché, soprattutto i primi anni, faticavo ad introdurre su quel palco la narrativa e l’identità del festival, per via della struttura, delle sue dimensioni e di quelle della piazza. Oggi invece è forse il mio preferito, perché a livello scenografico sono riuscito a valorizzarlo e a trovare un senso a quel tipo di spazio, grazie alla collaborazione con Bianca Peruzzi, light designer del festival, che è stata capace di espandere la narrativa e l’identità di Lost in una nuova dimensione.
Grazie a questo cambio di passo mi sono ritagliato negli ultimi anni una libertà totale, riuscendo a portare su quel palco momenti di sperimentazione assoluta: performances a volte quasi teatrali, passando per set audio-video, rendendolo fortemente identitario e creando una valida alternativa all’immaginario e all’atmosfera dei palchi immersi nei bamboo. Oggi sul Pyramid stage riesco quasi a restituire la visione dell’intero festival con tre act, divisi nelle due giornate di venerdì e sabato. Quest’anno su quel palco ci sono stati SUUTOO, che portavano in tour per la prima volta una performance live. Penso sia stato il live più grosso di sempre per loro e secondo me è stato anche uno dei momenti più belli del festival, perché aveva tutta una parte più performativa, quasi teatrale, che su un palco di quelle dimensioni non è facile portare, riuscendo a mantenere l’attenzione del pubblico.
Quindi sono molto contento di aver creduto in quel progetto. Vale lo stesso per i Microplastics che, quando ci siano sentiti, avevano un solo pezzo pronto e hanno portato al festival un progetto completamente nuovo, ancora inedito, facendo il loro secondo live in assoluto. In questo caso le sinergie con i membri della band sono state fondamentali. Aya conosceva il festival, vi aveva suonato nel 2024, mentre 96 Back aveva suonato qualche mese prima a Spiritual Sauna. Quando le collaborazioni nascono da rapporti umani, hanno sempre qualcosa di speciale. Negli anni su quello stage si sono avvicendati artisti, come i Funeral Folk o Varg, che ha portato Nordic Flora Series per l’anniversario, e perfomances che grazie alla possibilità di sperimentazione ed espressione data dal palco stesso hanno davvero lasciato il segno.

Per arricchire l’esperienza fisica del festival, in termini di movimento nello spazio e di ascolto, immagini di esplorare altri luoghi all’interno del Labirinto?
Da quest’anno abbiamo attivato il campeggio. Ci sono state due jam session molto belle curate dai ragazzi di Box Of Tangerine. È stato un modo per iniziare a prendere confidenza anche con eventuali sovrapposizioni in aree off stage, cosa che negli anni abbiamo sperimentato in Museo o nell’Oasi, e che ora sta trovando una casa nel camping. Dove si è creata una bella atmosfera, oltre al fatto che il luogo si presta per lasciarsi andare ad esperienze di ascolto differenti. Però stiamo ancora cercando di capire se e come si possano aprire altri scenari. Non sono contrario, ma vorrei farlo con cura e progettualità.




