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Intervista – LIANA SOLIS – L’arte come soglia e matrice di pensiero

L’arte non è solo un oggetto da guardare, ma una forma viva di pensiero che abita lo spazio. In questa visione, la galleria d’arte smette di essere un semplice contenitore per farsi soglia: un punto di passaggio necessario tra l’idea e lo sguardo, tra l’artista e la comunità.

È su queste basi che nel 2022 Liana Solis ha fondato a Milano Galleria Matria, uno spazio dove il nome stesso — radice di mater e matrice — evoca un luogo di origine, accoglienza e trasformazione.  Galleria Matria si configura come uno spazio critico che utilizza la fotografia come strumento di indagine, aprendosi a pratiche ibride tra scultura, collage, disegno ed editoria indipendente per esplorare i confini fluidi tra immagine e materia; promuovendo un dialogo autentico tra sensibilità diverse, italiane e internazionali. In occasione della mostra “Sincronie dei possibili” di Andrea Boyer, visitabile fino al 30 giugno 2026, abbiamo incontrato Liana Solis per approfondire la missione della sua galleria: uno spazio fisico e simbolico in cui l’arte contemporanea torna a essere uno strumento per abitare il mondo.

Andrea Boyer – Sincronie dei possibili – Galleria Matria 5

 Ogni grande amore per l’arte ha un “momento zero”. Qual è stato il primo incontro o l’opera che le ha fatto capire che l’arte non sarebbe stata solo una passione, ma il centro della sua vita professionale?

Non credo in un unico “momento zero”, quanto in una costellazione di momenti in cui la percezione si incrina e si riapre. Più che un’opera precisa, ricordo la sensazione di trovarmi davanti a immagini che non si esaurivano nello sguardo, ma restavano attive. Continuavano a lavorare, a un livello più profondo. È lì che ho riconosciuto l’arte come una forma di pensiero. Non qualcosa da ammirare soltanto, ma uno spazio in cui entrare.
Da quel momento è diventato naturale costruire un contesto in cui quell’esperienza potesse accadere ed essere condivisa anche con altri

Aprire una galleria significa dare forma a una visione. Qual era la filosofia iniziale dietro il suo spazio e come si è evoluta nel tempo per adattarsi ai cambiamenti del mercato e della sensibilità contemporanea?

Matria nasce come uno spazio di possibilità. Una soglia.
Mi interessava un luogo in cui il lavoro degli artisti potesse emergere senza essere ridotto a oggetto di mercato, ma accolto nella sua complessità. Nel tempo ho imparato a stare dentro il sistema senza farmi determinare da esso. Non è un equilibrio stabile, ma un esercizio continuo di discernimento: capire cosa attraversare e cosa rifiutare.

Spesso si pensa alla gallerista come a una figura commerciale, ma lei agisce anche come talent scout e curatrice. Come vive questo equilibrio tra l’aspetto imprenditoriale e quello puramente creativo e di ricerca?

Non vedo una dicotomia, ma una relazione necessaria. L’aspetto commerciale rende la ricerca sostenibile. Si tratta di individuare artisti con un linguaggio autonomo e costruire le condizioni perché quel lavoro possa svilupparsi nel tempo. Il valore di un’opera non è mai immediato; si costruisce per stratificazione, continuità, contesto, riconoscimento. La galleria lavora esattamente su questo processo.

 Il mondo dell’arte, nonostante l’apparenza progressista, conserva spesso dinamiche conservatrici. Nel corso della sua carriera, ha mai percepito ostacoli o pregiudizi legati al fatto di essere una donna in un ruolo decisionale?

Più che ostacoli evidenti, ho incontrato forme sottili di resistenza. Aspettative implicite, una richiesta di legittimazione più insistita. Sono dinamiche difficili da isolare, ma riconoscibili. Nel tempo ho imparato a rispondere costruendo continuità e coerenza, lasciando che sia il lavoro a ridefinire lo spazio.

Pensa che oggi ci sia una maggiore consapevolezza e spazio per le galleriste e le artiste, o c’è ancora un “soffitto di cristallo” da rompere nel collezionismo e nelle istituzioni?

La consapevolezza è aumentata, ma le strutture si trasformano più lentamente. Il soffitto di cristallo non si incrina soltanto attraverso la visibilità, ma attraverso l’accesso ai luoghi decisionali: collezionismo, istituzioni, direzioni. Il vero cambiamento avverrà quando il genere non sarà più questionabile né una lente interpretativa. Fino ad allora, il lavoro da fare è non lineare, ma continuo, spostare progressivamente il baricentro finché i pregiudizi perderanno peso.

Il titolo della mostra, visitabile fino al 30 giugno, “Sincronie dei possibili” dell’artista Andrea Boyer, suggerisce un equilibrio quasi magico tra realtà e potenziale. Come è nato questo progetto e perché ha sentito l’esigenza di proporlo proprio ora al suo pubblico?

Il progetto nasce da un dialogo con Andrea Boyer. Ciò che mi interessava era il modo in cui il suo lavoro sottrae l’immagine fotografica alla funzione storica di documento del reale, restituendola a una dimensione aperta. Proporlo ora significa anche rispondere a un’esigenza più ampia, in un tempo in cui tutto tende a diventare immediato e “scrollabile”, questo lavoro richiede tempo e restituisce riflessione.

In questa mostra, il visitatore è invitato a esplorare dimensioni diverse. Qual è il “possibile” che Boyer cerca di svelare attraverso il suo sguardo e che tipo di reazione sta riscontrando nei visitatori?

Boyer lavora sul possibile che si nasconde nella precisione del dettaglio. La tecnica, nel suo caso, non è mai esibizione, ma un dispositivo che apre una soglia percettiva tra visibile e invisibile. Le immagini trattengono lo sguardo più che guidarlo. La reazione più frequente è un silenzio denso, una forma di sospensione. Ci si avvicina per comprendere, poi si arretra, quasi a restituire all’opera lo spazio necessario per agire. È in questo movimento — tra prossimità e distanza — che il lavoro si compie, il pubblico entra in risonanza con le opere, riconoscendone tanto la precisione tecnica quanto il livello più sottile, quello che si attiva tra le immagini.

Se dovesse scegliere un’opera all’interno della mostra che riassume l’intera poetica di questa esposizione, quale sceglierebbe e perché? 

Il lavoro di Boyer resiste alla sintesi. Ma se devo indicare un punto di condensazione, è La Torre Velasca. Un’immagine riconoscibile e, allo stesso tempo, instabile. L’architettura sembra trattenere qualcosa che sfugge; il familiare si apre, si incrina. È proprio lì che si attiva il lavoro del possibile, come concetto e come percezione.

Cosa direbbe oggi a una giovane donna che sogna di aprire una propria galleria in un mercato così complesso e in continua trasformazione?

Direi di non cercare scorciatoie. Una galleria è una costruzione lenta, richiede visione, ma anche una forma di resistenza quotidiana. Il mercato è complesso, ma proprio per questo offre spazio a chi sa posizionarsi con coerenza.

Dopo “Sincronie dei possibili”, verso quali nuovi orizzonti si sta muovendo la sua ricerca artistica?

La ricerca si sta orientando verso pratiche che interrogano l’immagine nei suoi processi. Mi interessa quel momento in cui l’opera resta aperta. È lì che il lavoro conserva la sua energia più autentica, quando il senso continua a muoversi, generando domande.

INFO

GalleriaMatria
Via Melzo 34, 20129 Milano
galleriamatria.it
@galleria_matria

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