Ci sono figure che resistono a ogni tentativo di riduzione. Francesco Guccini appartiene a questa categoria instabile e necessaria: autore che ha abitato la canzone senza mai coincidere del tutto con essa, attraversandola come si attraversa una lingua, piegandola alla memoria, al racconto, a una forma di pensiero che eccede il suono.
Dal 18 aprile al 18 ottobre 2026, Spazio Gerra a Reggio Emilia ospita la mostra “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo”, un progetto espositivo dedicato a uno dei più importanti protagonisti della canzone d’autore italiana.
Il progetto, a cura di Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri, prende il titolo dal verso “Canterò soltanto il tempo” del brano “Il tema” (1970), riassume uno dei nuclei della poetica di Francesco Guccini: il rapporto tra parola, memoria e lo scorrere del tempo.
Con Lorenzo Immovilli abbiamo attraversato le tensioni che tengono insieme il progetto: la responsabilità di confrontarsi con un archivio eccedente, il rischio della celebrazione, la necessità di mantenere viva una distanza. Ne emerge una pratica curatoriale che non espone, ma ascolta. E nel farlo, ridefinisce il tempo della visione.
L’INTERVISTA
Come nasce l’idea di affrontare, sotto un profilo curatoriale, una figura così vasta come Francesco Guccini?
È quasi una vocazione. Da anni lavoriamo su progetti che intrecciano musica e immaginario, dalla storia del rock a percorsi più trasversali. Essendo emiliani, questo legame con il territorio è inevitabile. Non c’era però un piano preciso su Guccini. È emerso nel tempo, attraverso incontri e conversazioni. A un certo punto è diventato chiaro che non avrebbe avuto senso costruire una mostra antologica o didascalica. L’unica forma possibile era il tributo.
Un tributo più che una narrazione lineare.
Esatto. Parliamo di una figura talmente ampia, non solo per il successo ma per densità intellettuale, che qualsiasi tentativo di sintesi sarebbe stato riduttivo. Il tributo ci permetteva di lavorare per risonanze, per prossimità. È un progetto che si è formato lentamente, in quasi tre anni.
Nel percorso espositivo entrano anche altri artisti. Un gesto di apertura contemporanea.
Era fondamentale. Ci interessava capire come la poetica di Guccini potesse ancora generare immagini oggi. L’illustrazione è stata una scelta naturale, anche per la sua passione dichiarata per il fumetto. È un lettore vorace, uno scrittore di storie disegnate. A questo abbiamo affiancato la fotografia, che appartiene sia al linguaggio di Spazio Gerra sia a una certa identità visiva della città.
La mostra può essere letta come un concept album curatoriale?
In parte sì. Abbiamo lavorato attorno a nove canzoni, ma non sono il fulcro. Sono piuttosto delle orbite. Il centro è il racconto. L’idea era costruire un’esperienza da “leggere” più che da guardare, un attraversamento che avvicini il visitatore a una presenza umana prima ancora che artistica. Guccini ha un calore, una lucidità, una forma di autenticità che oggi è rara. La mostra prova a restituire questa prossimità.
Qual è stato il suo coinvolgimento diretto?
Non si poteva fare senza di lui. Sarebbe stato scorretto. Allo stesso tempo, è una figura che rifugge la spettacolarizzazione. Non ama essere esposto. Questo ha orientato molte scelte: evitare ogni enfasi superflua, non costruire un racconto celebrativo in senso retorico. Il dialogo con lui è stato naturale, quasi organico. I materiali sono stati condivisi, discussi insieme, ma sempre mantenendo questa misura.
C’è un’immagine che ti è rimasta addosso, lavorando all’archivio?
Sì, ed è molto semplice. Le fotografie. Ce ne sono tantissime, lo ritraggono accanto ad altri artisti, anche molto noti. Eppure, ogni volta, succede qualcosa: quando parla lui, lo spazio si contrae. Non per autorità, ma per intensità del racconto. È come se la narrazione imponesse un centro.
La cosa più forte, per me, è stata sedermi a tavola con lui e ascoltare. Senza fine. Senza bisogno di altro. Una forma di oralità che non si esaurisce, che continua a generare tempo mentre lo racconta.
In fondo, è qui che la mostra trova il suo punto più preciso: non nell’oggetto esposto, ma nella durata che riesce a evocare. Un tempo che non passa, ma insiste. E chiede ancora di essere ascoltato.
Esiste la possibilità che la mostra possa viaggiare oltre Spazio Gerra?
In questo momento no. Siamo completamente concentrati su questo percorso, che è già molto lungo e complesso. Essendo uno spazio pubblico, ogni passaggio richiede tempi e procedure articolate. E poi non dipende solo da noi, ma anche da lui e dalla sua famiglia. Non c’è, al momento, un progetto di circuitazione.
Una domanda inevitabile: una canzone del cuore?
Più di una. Direi Giorno d’estate e poi quella da cui abbiamo preso il tema della mostra, Il tema. Ma è una scelta quasi arbitraria. Ci sono brani che, per ragioni diverse, continuano a lavorarti dentro.
In che modo queste canzoni entrano nella mostra?
Non volevamo costruire un percorso centrato esclusivamente sui brani. Le canzoni ci sono, ma come tracce, come presenze diffuse. Il fulcro è la poetica, intesa nel senso più ampio e anche più antico del termine. Guccini è, prima di tutto, uno scrittore. Non è un musicista nel senso stretto, non è un tecnico del suono. È qualcuno che usa la canzone come forma di narrazione.
LA MOSTRA
Il percorso espositivo si sviluppa lungo i quattro piani di Spazio Gerra, per circa 350 metri quadrati ed esplora nove gruppi tematici attraverso nove canzoni, unendo materiali d’archivio (fotografie, oggetti originali, riproduzioni) a nuove opere di illustratori e fotografi. Queste creazioni si collegano ai temi e ai testi delle canzoni, creando un percorso che richiama le principali fonti di ispirazione di Guccini, illustrazione, cultura popolare, letteratura, storia e radici.
I materiali sono disposti in nove ambienti distinti, ciascuno dei quali è raccontato dalla voce dello stesso Guccini. Pur seguendo il filo rosso del tempo, elemento centrale e costante nella sua produzione, ogni audio introduce un tema specifico: l’esistenza, l’amicizia, le radici, la memoria, l’impegno, le relazioni e altri nodi fondamentali del suo pensiero. Ogni sezione conduce a una canzone, che ne rappresenta il naturale compimento e chiusura narrativa, offrendo una lettura contemporanea e originale dell’immaginario gucciniano, in un dialogo tra linguaggi artistici diversi. Il percorso espositivo prevede l’ascolto in cuffia, per una durata complessiva di circa un’ora, permettendo al visitatore un’esperienza intima e coinvolgente. Una sezione ulteriore è dedicata al Guccini scrittore e ne esplora la formazione, le passioni e gli interessi, con particolare attenzione agli studi di letteratura, storia e linguistica, accanto alla sua ricca produzione letteraria.
La voce di Francesco Guccini accompagna il visitatore alla scoperta dei processi di nascita, formazione e sviluppo dei suoi libri e delle sue canzoni. Queste ultime si presentano inoltre come vere e proprie “opere aperte”, disponibili alla lettura e all’interpretazione di altri artisti, oltre che del più ampio pubblico di fruitori. La trasposizione su carta di alcune sue canzoni si inserisce in una prassi di rielaborazione culturale consolidata, che ha visto la celebre matita di autori come Sergio Staino e Andrea Pazienza, solo per citarne due presenti in mostra, confrontarsi con le composizioni di Guccini.
La mostra include le illustrazioni di Maurizio Mantovi che realizza un tributo ispirato al primo album di Guccini, “Folk Beat n. 1”, capace di evocare con forza l’atmosfera vibrante e inquieta della fine degli anni Sessanta, Silvano Scolari che rivisita “Libera nos domine”, costruendo un grande affresco fatto di parole vuote e miserie umane accumulate come macerie di una Gaza dei giorni nostri; Veronica Ruffato che crea un flashback emotivo per la canzone “Van Loon”, che Guccini dedica al padre, intrecciando amore familiare e cultura; Gianmario Taurisano trasforma “La canzone della bambina portoghese” in un racconto grafico, con una luce che passa dal morbido all’abbaglio, mantenendo il mistero finale; Arianna Lerussi lavora su “Vorrei”, mostrando momenti intimi e straordinari della vita quotidiana. Infine, Simona Costanzo utilizza sacchetti di pane per dare vita a creature oniriche che dialogano con la realtà e con i protagonisti di “Incontro”.
Alle illustrazioni si aggiungono due nuove produzioni fotografiche: “Pavana e ricordi” di Paolo Simonazzi, che esplora i luoghi simbolo dell’universo gucciniano tra Bologna e l’Appennino, creando una mappa visiva fatta di paesaggi, oggetti e dettagli legati alla cultura popolare e alla memoria e “Zeitraum” di Kai‑Uwe Schulte‑Bunert, che rappresenta il tempo e il ricordo attraverso immagini di componenti di vecchi orologi in caduta, evocando la natura frammentaria della memoria.
L’intero progetto ha l’obiettivo di restituire la complessità della figura di Guccini e del suo universo creativo, andando oltre la dimensione musicale per esplorare la ricchezza culturale e intellettuale della sua opera. Il progetto proseguirà anche in forma editoriale con la pubblicazione di un volume dedicato, pensato come opera autonoma capace di approfondire i legami tra parole, oggetti e biografia dell’autore.
Spazio Gerra è un centro espositivo e di produzione culturale del Comune di Reggio Emilia. Aperto nel 2008, lo spazio è dedicato alla cultura popolare contemporanea.
INFO

FRANCESCO GUCCINI
CANTERÒ SOLTANTO IL TEMPO
Spazio Gerra a Reggio Emilia
Dal 18 aprile al 18 ottobre 2026
https://www.spaziogerra.it/ – https://www.instagram.com/spaziogerra/




