Nelle ultime edizioni, THE PHAIR 2026 aveva spesso dato l’impressione di oscillare tra due identità: da un lato piattaforma commerciale dedicata alla fotografia d’autore, dall’altro tentativo – non sempre pienamente risolto – di costruire un discorso culturale più ampio sull’immagine contemporanea.

L’edizione 2026, ospitata alle OGR Torino, segna invece un passaggio più maturo e convincente. Non tanto per la quantità delle proposte, quanto per la qualità della riflessione che attraversa la fiera e che ha una direzione curatoriale riconoscibile.
Il tema dell’emergenza climatica, assunto come una delle linee portanti della manifestazione, non appare qui come un semplice dispositivo retorico o un aggiornamento obbligato ai temi dell’attualità globale. Al contrario, molte delle proposte presenti riescono a utilizzare la fotografia come linguaggio critico capace di mettere in discussione il nostro rapporto con il paesaggio, con il tempo e con l’idea stessa di futuro. È proprio in questa tensione che THE PHAIR trova oggi la sua dimensione più interessante: uno spazio di interrogazione sullo statuto delle immagini nel pieno della crisi ecologica.
La sensazione, attraversando gli stand della Sala Fucine, è che la fotografia abbia progressivamente abbandonato l’estetizzazione per entrare in territori più instabili e complessi. Paesaggi consumati dall’intervento umano, archivi ambientali, pratiche installative, immagini che oscillano tra documento e finzione: la pluralità dei linguaggi presenti costruisce un racconto stratificato della contemporaneità.
In questo senso, uno degli elementi più riusciti della manifestazione è la maggiore integrazione tra fotografia e arti visive contemporanee. Se in passato il dialogo tra medium appariva talvolta dichiarato ma poco realmente sviluppato, quest’anno emerge invece una progettualità più coerente. Ricerca concettuale e immagine fotografica convivono senza gerarchie rigide, contribuendo a ridefinire il ruolo della fotografia dentro il sistema dell’arte contemporanea. È un cambio di prospettiva significativo, soprattutto per una fiera italiana che ambisce a posizionarsi in una dimensione europea.

Anche il programma di talk e incontri rappresenta un evidente passo avanti rispetto alle precedenti edizioni. Non più semplice cornice collaterale al mercato, ma parte integrante dell’esperienza della fiera. Il coinvolgimento di archivi, fondazioni, musei e piattaforme indipendenti ha ampliato il raggio del dibattito, offrendo momenti di riflessione che hanno contribuito a dare profondità teorica all’evento. THE PHAIR sembra finalmente aver compreso che oggi una fiera dedicata all’immagine non può limitarsi alla presentazione commerciale delle opere, ma deve interrogare criticamente le condizioni culturali e politiche della produzione visiva contemporanea.
Naturalmente restano alcune fragilità. In diversi casi la retorica dell’urgenza climatica rischia ancora di trasformarsi in una modalità curatoriale didascalica del “paesaggio in crisi”. Alcuni progetti risultano più prevedibili, incapaci di andare oltre un’estetica della catastrofe ormai ampiamente assimilata dal mercato dell’arte. Tuttavia, rispetto agli anni precedenti, il livello medio delle proposte appare decisamente più solido e soprattutto più consapevole.
La presenza di 42 gallerie italiane e internazionali, con una crescente apertura verso il contesto europeo, contribuisce inoltre a consolidare la dimensione internazionale della fiera senza disperderne l’identità. Torino conferma così la propria capacità di proporsi come luogo fertile per la fotografia contemporanea, in un equilibrio interessante tra ricerca, collezionismo e sperimentazione.
La vera novità di THE PHAIR 2026 non sta quindi soltanto nella qualità delle opere esposte, ma nella sensazione che la manifestazione abbia finalmente iniziato a costruire una propria posizione culturale. In un panorama fieristico spesso dominato dall’omologazione visiva e dalla neutralizzazione critica delle immagini, questa edizione mostra invece il tentativo – ancora in evoluzione, ma credibile – di restituire alla fotografia una funzione attiva di interpretazione del presente.
Forse è proprio questo il risultato più importante raggiunto dalla fiera torinese: aver compreso che oggi la fotografia non serve più soltanto a mostrare il mondo, ma a misurare il grado della sua trasformazione.





