Entrare nello studio di Aron Demetz significa attraversare lentamente il tempo. Qui il legno non è mai soltanto un materiale, ma un organismo vivo, una superficie capace di conservare memoria, cicatrici, stagioni e trasformazioni.
Le sue sculture sembrano immobili eppure sono attraversate da continue metamorfosi: carbonizzazioni, resine, abrasioni, interventi meccanici e sabbiature che riportano alla luce la fragilità degli anelli di crescita, trasformando il legno in una sorta di archivio naturale dell’esistenza.
Siamo arrivati nel suo studio di Pontives, vicino a Ortisei, nel cuore della Val Gardena, dove arte e tradizione convivono in un rapporto ancora profondissimo con il territorio. Tra le opere in lavorazione, il profumo del legno e una tavola condivisa con i suoi assistenti, accompagnata dai canederli preparati dalla moglie, emerge una dimensione più intima del lavoro dell’artista: quella di una comunità che continua a tramandare gesti, conoscenze e una relazione ancestrale con la materia.

In questo luogo Aron Demetz ripercorre oltre venticinque anni di ricerca, raccontando come ogni tecnica sia nata dall’ascolto del legno e dei suoi processi naturali, più che dal desiderio di dominarlo. Una pratica dove la scultura diventa un dialogo tra uomo, natura e tempo.

La figura umana è rimasta il centro della tua ricerca per quasi trent’anni. Perché non ha mai sentito il bisogno di abbandonarla?
Ho sempre lavorato sulla figurazione perché è il linguaggio che mi appartiene di più. Ci sono stati anche momenti in cui mi sono avvicinato a una ricerca più astratta, ma non l’ho mai vissuta come una vera alternativa. Per me la figura è uno strumento, un veicolo. Non è mai stata il fine dell’opera.
All’inizio, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, le mie sculture erano molto più narrative. C’erano persone, situazioni, racconti. Poi, lentamente, tutto questo è scomparso. Ho iniziato a eliminare ogni elemento che potesse guidare la lettura dello spettatore, fino a concentrare tutto sul volto e sullo sguardo. Mi interessava creare una presenza che diventasse quasi uno specchio per chi osserva.
Con il tempo anche l’espressività è diminuita. Oggi cerco figure che abbiano meno carattere possibile. Non voglio raccontare una persona precisa, né costruire un ritratto. Voglio che si parli dell’uomo in senso più universale. La figura resta, ma è quasi svuotata della sua individualità. È la materia che deve parlare.

Le tue figure sembrano spesso immobili, quasi sospese.
Assolutamente sì. Per me il riferimento è sempre stato l’albero. Un albero trascorre tutta la propria vita nello stesso luogo. Non compie gesti, non cambia posizione, non cerca di attirare l’attenzione. Eppure dentro quella apparente immobilità succede continuamente qualcosa.
Questa idea mi ha sempre affascinato. Per questo le mie figure non assumono pose eroiche o dinamiche. Restano ferme, con una postura semplice. In questo modo lo sguardo non si concentra sul gesto ma sulla superficie, sulla pelle della scultura, sulle trasformazioni che il materiale attraversa.
In fondo mi interessa raccontare il tempo più che il movimento. Il tempo lascia tracce molto più profonde di qualsiasi azione.
La metamorfosi è uno dei temi ricorrenti del suo lavoro.
È successo proprio così. Dopo i lavori figurativi ho iniziato a rivestire le sculture con foglia d’argento. Erano le prime metamorfosi, come se le figure cambiassero pelle. Per alcuni anni quella ricerca mi ha interessato molto, ma a un certo punto ho sentito che stavo nascondendo il materiale. L’argento funzionava come una superficie che copriva il legno invece di rivelarlo.
Da lì è nata una domanda molto semplice: come posso fare emergere ancora di più il legno?
Ogni lavoro successivo è stato un tentativo di rispondere a questa domanda. Ho smesso di aggiungere elementi decorativi e ho iniziato a lavorare sulle qualità intrinseche del materiale, sulle sue ferite, sulle sue reazioni, sulla sua capacità di trasformarsi naturalmente.
La metamorfosi è rimasta, ma non era più qualcosa imposto dall’esterno. Doveva nascere dall’albero stesso.

Le opere con la resina sembrano raccontare un processo di guarigione. Come nasce questa intuizione?
Nasce passeggiando nel bosco. Mi capita spesso di osservare alberi colpiti da un fulmine o danneggiati dal vento. Quando il tronco viene ferito, la pianta produce resina per richiudere quella lesione. È un processo naturale straordinario. L’albero non cancella la ferita.
Ci cresce intorno.
Ho pensato che quella fosse anche una metafora molto forte della condizione umana.
Per questo ho iniziato a raccogliere personalmente la resina nei boschi e a inserirla nelle opere. Le superfici sono volutamente grezze, lavorate con sega e ascia, come se anch’io avessi provocato una ferita nel materiale. Poi interviene la resina, che lentamente costruisce una nuova pelle.
Non volevo rappresentare il dolore. Mi interessava piuttosto mostrare la capacità della materia di trasformare una ferita in una possibilità di crescita.

Poi arriva il fuoco. Perché sottoporre la scultura a un gesto tanto radicale come la carbonizzazione?
Perché il fuoco porta il materiale al suo limite. La carbonizzazione rende il legno estremamente fragile. Basta pochissimo per romperlo. Quella vulnerabilità mi interessava molto.
Le sculture vengono realmente incendiate. Non si tratta di un effetto estetico. Il fuoco modifica profondamente la struttura del materiale e introduce una componente di imprevedibilità che non posso controllare completamente.
Su alcune opere inserisco anche i funghi, che realizzo attraverso calchi di funghi che crescono sugli alberi. Per me rappresentano una possibilità di rinascita. Dopo la distruzione qualcosa continua comunque a vivere.
È un ciclo naturale. Distruzione e rigenerazione non sono opposti. Fanno parte dello stesso processo.

La materia sembra avere una volontà propria.
È proprio così. Non mi interessa imporre una forma. Cerco di collaborare con il materiale. Ogni tecnica nasce osservando ciò che il legno può fare naturalmente. La resina, gli anelli di crescita, le bruciature, tutto arriva dall’albero stesso.
Negli ultimi lavori gli anelli di crescita diventano protagonisti assoluti.
Sì, credo che il tempo sia sempre stato il vero materiale del mio lavoro.
Con la sabbiatrice elimino il legno in modo lentissimo, seguendo ogni singolo anello di crescita. È un lavoro di enorme pazienza. Alcune opere richiedono sei mesi soltanto per questa fase.
Quello che mi emoziona è pensare che tutta la struttura della scultura sia sostenuta da linee sottilissime. Ogni linea corrisponde a un inverno, a un anno della vita dell’albero. Ogni stagione lascia una traccia diversa. Alcuni anelli sono larghi, altri strettissimi. Nessuno è identico all’altro.
In fondo è una biografia incisa nel materiale.
Quando riesco a riportarla in superficie, non sto aggiungendo qualcosa alla scultura. Sto semplicemente rendendo visibile ciò che era sempre stato lì.

Il tempo sembra essere il vero soggetto della tua ricerca.
Credo di sì. Alla fine lavoro sempre sul tempo. Quello dell’albero coincide con quello dell’uomo. Le ferite, la crescita, la memoria, le trasformazioni. Cambiano le tecniche, ma il nucleo resta questo.
Oggi il tuo lavoro sta cambiando ancora.
Sì. Sto lavorando sempre di più sull’astrazione. Le figure ci sono ancora, ma stanno progressivamente lasciando spazio ad altre forme. È un passaggio naturale. Non nasce dal desiderio di rompere con il passato, ma dalla stessa ricerca che porto avanti da anni sulla materia e sul tempo.

L’ARTISTA
Le sue opere – che rappresentano la figura umana in posizioni classiche o insolite e inusuali – esplorano le possibilità e le limitazioni del legno come materiale.
I lavori che ne risultano hanno una forte presenza fisica, che coinvolge profondamente lo spettatore a livello psicologico.
Dopo che la figura è stata ricavata dal blocco di legno, il materiale viene sottoposto a tre diverse ferite o lacerazioni. La sua superficie viene irruvidita, bruciata o coperta con gocce di resina. Anziché presentare lavori dalle superfici perfettamente levigate Demetz infatti celebra la texture del legno e le sue trasformazioni attraverso vari processi naturali.
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