Un libro con 600 pagine di fotografie e racconti da uno degli ultimi grandi fotoreporter di fama mondiale, Mauro Galligani
“Sono prima giornalista e poi fotografo. Per me dunque le fotografie devono raccontare quello che sta accadendo”.
Lo ripete sempre uno degli ultimi, grandi, veri maestri del reportage fotografico. E ripete anche che con fierezza tutta toscana (anzi “senese”) che “Non ho mai fotografato nemmeno una volta usando il flash”. Se dunque oggi si dovesse far la conta dei nomi importanti della categoria, ne resterebbero in giro ben pochi, e il nome di Mauro Galligani sarebbe sicuramente in cima alla classifica, come uno di un “altro pianeta”, simbolo della fotografia analogica, capace, curiosa e capace di documentare per immagini.

Perché là dove un evento è accaduto, minuscolo o gravido di conseguenze – un gol, un passo di danza, un tuffo, la nascita di bambino, il viso di una bambina deturpato dalla diossina a Seveso, oppure il crollo di un impero, una catastrofe nucleare, – là è nata una fotografia di Mauro Galligani.
Molto semplicemente lui è stato capace di raccontarci la vita e il suo incessante, variegato accadere. Nessun esotismo o sensazionalismo, solo fatti, frammenti di fatti, verità e frazioni di tempo che si modulano in una scenografia ordinaria interpretata in modo diretto.
Pur essendoci fotografi straordinariamente bravi, i miei modelli di riferimento vengono dal giornalismo scritto. Ciò che voglio sottolineare è che non sono mai andato a fotografare le bellezze o i drammi del mondo per fare l’eroe o per vincere un premio fotografico. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro cogliendo fotograficamente aspetti e particolari della realtà davanti a cui mi trovavo, per dare la possibilità al lettore di rendersi conto di ciò che stava accadendo.”

Galligani ha fotografato l’Europa prima e dopo il Muro, nell’est e nell’ovest, ed è solo in questa prospettiva lunga, tenace, contemplando la grandezza dei simboli dell’Unione Sovietica e poi le sue macerie, le sue rivoluzioni e le sue eterne resistenze, che si può comprendere la Russia contemporanea. E lo stesso vale per l’Africa, ricordata spesso solo nelle più drammatiche emergenze, e disarma guardare la fotografia che nel 1994 ritrae Bill Clinton e John Major intenti sulle parole crociate durante una pausa del G8 di Napoli, mentre negli stessi mesi si consumava il genocidio in Ruanda.
Che con puntualità, poco dopo, Galligani fotografa, con la stessa coerenza interpretativa e speranza in un futuro che verrà, che deve avvenire, diverso da quello catturato dall’obiettivo. Nell’onda lunga di un reportage senza fine, si può dire che Galligani ha raccontato il mondo lungo mezzo secolo, firmando qualcosa come oltre mille servizi.

E così questo libro, che si intitola “Alla luce dei fatti” (Gribaudo, oltre 600 pagine) è diventato in pratica il testamento visivo e narrativo di Mauro Galligani.
Un viaggio per immagini e parole che attraversa la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio. Le guerre civili in Libano e Ruanda, la dissoluzione dell’URSS, Chernobyl, El Salvador, i drammi del Mediterraneo, il Bel Paese com’era e come voleva apparire, la pandemia di Covid-19, gli uomini e le donne che hanno segnato e indirizzato il nostro tempo: riti di addio, presenze sospese, segni di crolli imminenti; una memoria autentica e non ufficiale, in bilico tra resoconto e premonizione.





