Entrare in un museo, in una fondazione o galleria dovrebbe essere un esercizio di attenzione. Sempre più spesso, invece, assomiglia a una maratona.
Sale che si susseguono senza tregua, centinaia di opere da attraversare in poche ore, un accumulo visivo che trasforma la contemplazione in consumo. Alla fine della visita rimane una sensazione ambigua: si è visto molto, ma si ricorda poco.
A rendere ancora più fragile il rapporto con l’opera contribuisce la logica performativa dei social media. Per una parte del pubblico la visita coincide solo con la necessità di documentare la propria presenza, trasformando il museo in uno scenario instagrammabile.

L’opera diventa oggetto del selfie e viene fotografata prima di essere osservata, condivisa prima di essere compresa. Non si cerca più soltanto l’esperienza estetica, ma la prova della sua avvenuta consumazione. In questa economia dell’immagine, il rischio è che la memoria dell’arte venga sostituita dalla memoria del post.
È una sensazione che la giornalista Isabel Brooks descrive con lucidità in un articolo There’s one big problem with art galleries – there is just too much art, pubblicato qualche settimana fa sul The Guardian Brooks racconta la propria frustrazione davanti alla quantità di opere esposte nelle grandi istituzioni museali, fino a formulare una tesi volutamente provocatoria: forse i musei espongono semplicemente troppo.
La National Gallery espone più di 2.400 opere – cita nell’articolo – mentre il Louvre ne conta fino a 4.500. Il Met di New York ne vanta decine di migliaia, ma non saprei dirlo con certezza: quando l’ho visitato, le sale erano così monotone e numerose che mi sono persa e me ne sono andata prima del previsto. Non ricordo una singola opera. Considerando che il tempo medio di osservazione è di soli 27 secondi, significa che una visita di un’ora ti espone a ben 133 pezzi. Non c’è da stupirsi se ricordo solo una manciata di quelli che ho visto nel corso degli anni.
Il riferimento è al fenomeno del museum fatigue, studiato dalla museologia fin dagli anni Venti del Novecento. Oltre una certa soglia di stimoli, l’attenzione diminuisce, la capacità di osservazione si affievolisce e l’esperienza estetica perde intensità. Si continua a guardare, ma si smette di vedere.
La riflessione della Brooks, tuttavia, apre a mio parere la porta per una questione ancora più ampia se osservata dal punto di vista italiano. Perché il problema non è soltanto la quantità di opere esposte. Il problema è il rapporto che il nostro sistema culturale ha costruito con il pubblico.
Per me non c’è troppa arte. L’arte non è mai troppa, ma manca una politica dello sguardo
L’Italia vive una stagione di straordinaria vitalità espositiva. Musei, fondazioni, gallerie private, spazi indipendenti e istituzioni pubbliche producono un calendario sempre più fitto di mostre, eventi e inaugurazioni. Ogni settimana inaugura un nuovo progetto. Ogni città cerca la propria esposizione capace di attrarre visitatori, sponsor e attenzione mediatica.
Questa crescita quantitativa, però, non è stata accompagnata da un investimento altrettanto deciso nella formazione del pubblico.
Si continua a finanziare l’evento più che il processo culturale. Si celebrano i numeri delle presenze, ma raramente ci si interroga sulla qualità dell’esperienza. La mediazione culturale viene spesso considerata un elemento secondario, l’educazione all’arte contemporanea rimane marginale nei percorsi scolastici e la critica perde progressivamente spazio nel dibattito pubblico.
Per non parlare poi dei media mainstream che amplificano l’analfabetismo visivo. In televisione la cultura è pressoché assente, la musica viene ridotta a mero contenitore di hit di consumo con i vari Battiti o Summer Hits e l’arte visiva non è pervenuta in nessun modo se non raramente quando diventa fenomeno di costume o notizia di mercato.
L’offerta cresce. La capacità di assorbimento della società, invece, resta pressoché immobile in un processo di inflazione dell’attenzione
Il vero bene scarso oggi non sono le opere. È l’attenzione.
Ogni mostra compete con decine di altre esposizioni, con concerti, festival, piattaforme di streaming, caroselli instagram, contenuti digitali e un flusso continuo di immagini che occupano ogni momento della giornata. L’arte non vive più in una condizione di eccezionalità. È immersa nella stessa economia dell’attenzione che governa ogni altro contenuto.
Anche il museo finisce così per adottare i ritmi dello scrolling. Si attraversano le sale come si scorrono i feed dei social network: rapidamente, accumulando immagini senza concedere loro il tempo necessario per sedimentare.
Non è soltanto un problema percettivo. È un cambiamento culturale e anche il mercato dell’arte italiano sembra aver interiorizzato questa logica.
Le gallerie sono chiamate a inaugurare costantemente per mantenere la propria visibilità. Le fondazioni costruiscono programmi sempre più estesi ed esperienziali. Gli artisti devono produrre nuove opere con ritmi serrati per restare presenti nel circuito espositivo.
Anche l’opera sembra aver perso parte della propria eccezionalità. Non perché valga meno, ma perché il sistema richiede una produzione continua, rendendo la novità una condizione permanente anziché una unicità.
La conseguenza è che la quantità tende progressivamente a sostituire la rilevanza. Non sempre una mostra nasce da una necessità curatoriale. Talvolta è il calendario stesso a imporre una nuova produzione, perlopiù legato alle logiche di sistema (fiere, week e grandi eventi) alimentando un sistema che sembra incapace di rallentare.
Il paradosso è evidente. Più il sistema produce, meno tempo concede all’assimilazione.
La capacità di una società di comprendere l’arte non aumenta automaticamente perché aumentano le mostre. È il risultato di un investimento educativo, sociale e politico.
Serve una scuola che insegni a leggere le immagini contemporanee. Servono istituzioni che considerino la mediazione culturale parte integrante del progetto espositivo. Serve una critica autorevole capace di costruire strumenti interpretativi e non soltanto cronache degli eventi. Servono politiche pubbliche che vedano nell’arte un elemento della formazione civica e non esclusivamente un motore turistico.
Finché questo investimento resterà marginale, continueremo a registrare uno squilibrio evidente: crescerà il numero delle esposizioni, ma non crescerà con la stessa intensità il pubblico nella sua consapevolezza.
Non basta aumentare l’offerta. Occorre aumentare la capacità collettiva di riceverla. Restituire valore al tempo
Forse, allora, la provocazione di Isabel Brooks non dovrebbe essere interpretata come un invito a esporre meno opere. Dovrebbe essere letta come un invito a ripensare il tempo dell’arte.
Ogni opera necessita di spazio, di silenzio, di durata. Il vuoto tra una sala e l’altra non rappresenta una mancanza, ma una condizione necessaria affinché lo sguardo possa rallentare. Allo stesso modo, anche il sistema dell’arte dovrebbe interrogarsi sulla propria ossessione per la produzione continua.
La provocazione della Brooks, allora, riguarda tutti noi. Non perché esista davvero troppa arte, ma perché stiamo costruendo una società che produce immagini con una velocità infinitamente superiore rispetto alla propria capacità di comprenderle. E senza una visione politica e sociale che investa nell’educazione, nella critica e nella formazione del pubblico, continueremo ad aumentare l’offerta senza accrescere lo sguardo. L’arte resterà abbondante. L’attenzione, invece, sarà sempre più rara.





