La Secci Gallery di Milano riporta al centro Claudio Cintoli, artista eccentrico e difficilmente classificabile che spinse la pop art italiana verso territori più inquieti e sperimentali.
Questa retrospettiva, costruita sulla collezione Luciano Lanfranchi, è un percorso ragionato attraverso gli anni Sessanta e Settanta, il periodo in cui Cintoli si muoveva simultaneamente tra pittura, scultura, cinema sperimentale e performance.
Entrare nei vicoli ciechi, irrompere fuori, scavalcare siepi, superare ostacoli, sopportare violenza e ingiustizia, ingoiare pillole amare, accumulare frustrazioni, trascinare pesi morti — tutto per un’ossessione fissa: diventare se stessi a qualunque costo.”
Così descriveva il proprio lavoro. Non un programma estetico, non un manifesto ma uno statement artistico creativo preciso.
Le opere degli anni Sessanta mostrano immediatamente questa tensione. Nei primi lavori convivono inserti fotografici, frammenti tipografici, juta, legno, superfici spezzate. Ma è nella pittura che Cintoli trova la sua zona più inquieta. I soggetti si moltiplicano dentro la stessa immagine, slittano, si sovrappongono come sequenze cinematografiche sconnesse che lui chiamava “collage pittorici”.
La lunga permanenza newyorkese lascia tracce evidenti. Le retinature esasperate, la frammentazione ottica della superficie, l’uso quasi fotografico del colore riportano inevitabilmente alla Pop Art americana. Eppure Cintoli non aderisce mai davvero a quell’immaginario. C’è qualcosa di più ambiguo, più instabile. Una componente surreale che continua a sabotare la freddezza pop.

Claudio Cintoli
Primo Piano, 1965
Siglato, titolato e datato al retroOlio su tela140 x 180 cm
55 1/8 x 70 7/8 in(CCI002)
Nella serie dei Giardini, per esempio, il paesaggio naturale viene incrinato dall’apparizione improvvisa di dettagli anatomici femminili: un occhio tra le onde, una bocca nel fogliame, un piede che emerge dal bosco. Non c’è alcun simbolismo dichiarato. L’immagine diventa disturbante proprio perché non offre spiegazioni. Lo scarto avviene per pochi millimetri, ma basta a spostare tutto il quadro fuori equilibrio.

Claudio Cintoli
Giardino n.1, 1964Olio su tela180 x 140 cm
70 7/8 x 55 1/8 in(CCI008)
Quando rientra a Roma dopo il periodo americano, qualcosa cambia radicalmente. La pittura non basta più. L’energia centrifuga dei lavori precedenti si trasforma in tensione introspettiva e il corpo entra direttamente nell’opera.
Le azioni realizzate alla galleria L’Attico nel 1969 segnano questo passaggio. In Annodare invade il pavimento con corde intrecciate fino a saturare lo spazio; in Chiodo fisso si fascia il corpo formando una sorta di bozzolo trafitto da un elemento metallico verticale; in Colare colore lascia scendere pittura nera e blu lungo le pareti come una perdita incontrollabile.
La performance Crisalide, presentata nel 1972 agli Incontri Internazionali d’Arte (video presente in mostra) resta uno dei momenti più perturbanti del suo percorso. Cintoli è chiuso in un sacco, rannicchiato in posizione fetale. Lentamente cerca di uscire. Prima una mano, poi il braccio, infine il corpo intero. La durata esasperata dell’azione produce disagio reale nello spettatore.
Le fotografie di Pino Abbrescia conservano quella tensione senza trasformarla in documento neutrale. Rimane qualcosa di scomodo, quasi indiscreto, nel modo in cui il corpo dell’artista viene osservato.
Anche le sculture nascono da una memoria concreta e materiale. Corde, ciottoli, tavole di legno, nodi. Elementi che rimandano direttamente all’infanzia marchigiana e all’ambiente portuale di Recanati. Titoli come Chiodo fisso o Peso morto non illustrano gli oggetti ma li caricano di una pressione mentale.
A metà anni Settanta compare Marcanciel Stuprò, il suo alter ego, un doppio immaginario attraverso cui Cintoli porta all’estremo il tema dell’identità sdoppiata. Lo introduce tramite la mail art, spedendo lettere, annunci e comunicazioni come se fosse una persona reale. Progressivamente questa figura acquisisce una biografia autonoma, invade manifesti, pubblicità, mostre.
Nel 1976 espone contemporaneamente a Milano come Claudio Cintoli e come Marcanciel Stuprò, dividendo letteralmente la propria presenza artistica. È un’operazione che oggi appare sorprendentemente contemporanea, non semplice pseudonimo ma costruzione di un’identità parallela capace di vivere indipendentemente dal proprio autore.
Gli ultimi lavori ruotano ossessivamente attorno alla forma dell’uovo. Tele sagomate, superfici opalescenti, tonalità lattiginose, cromie ferrose. Uovo lunare, uovo oliva, uovo ruggine, uovo ceruleo. La perfezione geometrica della forma viene trattata quasi come un reperto biologico o cosmico, privata di ogni retorica simbolica.
Claudio Cintoli
Uovo ceruleo, 1973-75olio su tela applicata su legno70 x 57 cm
27 1/2 x 22 1/2 in(CCI018)
Intanto il tema del doppio si fa sempre più cupo. Nei diari compare Borges: «Ho visto tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi rifletteva». La frase sembra anticipare il cortocircuito finale. Marcanciel Stuprò “muore” nel 1977. Claudio Cintoli lo seguirà pochi mesi dopo, nel marzo del 1978.
Forse è proprio questa dispersione a rendere oggi il lavoro di Cintoli ancora più irrequieto. Nulla appare definitivo, chiuso, pacificato. Ogni opera sembra il frammento di una ricerca continuamente interrotta e continuamente ricominciata.
La mostra milanese, senza inseguire l’ambizione della retrospettiva definitiva, ha il merito di restituire tutta la natura irregolare di Claudio Cintoli, un artista ancora difficile da classificare, capace di generare attrito, ambiguità e una sorprendente idea di libertà creativa.
L’Artista

Claudio Cintoli (Imola, 1935 – Roma, 1978) è stato uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del secondo dopoguerra.
Pittore, performer, scenografo, filmmaker e sperimentatore visivo, Cintoli ha attraversato numerosi linguaggi
artistici, mantenendo sempre una forte tensione verso la ricerca e l’innovazione.
Trasferitosi da bambino a Recanati, sviluppò presto una passione per l’arte grazie all’influenza dello zio Biagio Biagetti,
restauratore e direttore dei Musei Vaticani. Dopo un iniziale percorso universitario in Architettura alla Sapienza di Roma abbandonò gli studi per dedicarsi completamente alla pittura e frequentare l’Accademia di Belle Arti di Roma.
La sua prima mostra personale risale al 1958, alla Galleria La Medusa di Roma, presentata dal critico Eugenio Battisti.
Negli anni Sessanta viaggiò molto tra Parigi, Londra, Madrid e la Germania, entrando in contatto con le principali correnti artistiche europee. In questo periodo iniziò anche a sperimentare con il cinema d’artista e l’animazione.
Nel 1965 si trasferì a New York, dove lavorò nel campo del cinema sperimentale e consolidò il proprio linguaggio artistico, influenzato dalla Pop Art, dal Nouveau Réalisme e dalle nuove forme performative.
Tornato in Italia nel 1968, collaborò con la storica Galleria L’Attico di Fabio Sargentini, realizzando performance innovative come Chiodo fisso, Annodare e Colare colore, opere che univano gesto, corpo e materia.
La sua produzione spaziò dalla pittura informale alle installazioni, dalla fotografia alla mail art, fino alla scenografia
teatrale. Nel 1964 realizzò il celebre murale Giardino per Ursula per il Piper Club di Roma, simbolo della cultura beat italiana. Negli anni Settanta sviluppò ulteriormente la sua ricerca con opere intense e visionarie come Crisalide e Aceldama. Campo di sangue, incentrate sui temi della trasformazione, della morte e della rinascita.
Nel 1973 inventò anche un alter ego artistico, “Marcanciel Stuprò”, con cui firmò alcune opere sperimentali. Morì prematuramente a Roma nel 1978, a soli 42 anni, lasciando un’eredità artistica ampia e ancora oggi oggetto di riscoperta critica. Considerato vicino agli artisti della cosiddetta “Scuola di del Popolo”, Cintoli viene ricordato per la sua capacità di fondere pittura, performance e sperimentazione multimediale in un linguaggio personale e anticipatore
INFO
Claudio Cintoli
Fino al 31 Luglio 2026
Secci Gallery
Via Olmetto 1, 20123
Milano, Italia
https://www.seccigallery.com/




