Intervista – GIULIA BORIO Il corpo come soglia

La prima cosa che noti, parlando con Giulia Borio, è che non si giustifica.

Non lo fa quando parla di Playboy, non lo fa quando nomina OnlyFans, non lo fa quando ti dice cosa ha fatto per la prima volta e che ne è felice. In un contesto culturale che alle donne chiede scuse quasi per riflesso, è la cosa più politica che fa. Per lei la libertà detta è meno potente della libertà mostrata.

Cita Mulvey, parla di xilografia, ti dice che l’erotismo nasce nello sguardo prima che nella carne — e lo dice con la precisione di chi ci ha pensato davvero, non di chi ha imparato la risposta giusta. Laureata in Fashion Design all’Accademia d’Arte, modella, moglie, madre: costruisce immagini di sé con quella che lei chiama “precisione quasi crudele”. Tutto nello stesso corpo, nella stessa biografia. Non c’è nessuna contraddizione da risolvere. Solo etichette da non raccogliere.

Questa conversazione nasce da lì.

L’erotismo, per me, è mentale prima ancora che fisico. È un invito, non una risposta.

L’INTERVISTA

Sedurre è senza dubbio un’arte. Per te è più una costruzione o una perdita di controllo?

Sedurre deriva dal latino se-ducere, ‘condurre a sé’. Ed è esattamente questo: un’arte dell’attrazione.
Come ogni arte, può essere istintiva, ma anche coltivata, raffinata. Non appartiene solo alla sfera sessuale: la seduzione muove la moda, la fotografia, la comunicazione, perfino il mercato. Ogni volta che acquistiamo qualcosa, siamo stati sedotti da un’immagine, da una promessa.
La seduzione è una costruzione, ma funziona solo se produce una lieve perdita di controllo.
È un equilibrio sottile tra strategia e abbandono.
Sedurre è l’arte di far perdere la testa a qualcuno senza quasi sfiorarlo. Costruisco ogni dettaglio con precisione quasi crudele… e poi, nel momento giusto, lascio che il controllo mi scivoli via dalle mani, concedendomi di tremare.

Per te l’erotismo nasce prima nello sguardo o nella carne?

Per me l’erotismo nasce prima nello sguardo. È nello sguardo che si accende il desiderio: osserviamo, immaginiamo, proiettiamo. La carne arriva dopo, come conseguenza.
E ciò che rende potente la seduzione è la distanza. Quando l’oggetto del desiderio diventa pienamente nostro, spesso perde parte della sua magia.
Il desiderio vive di tensione, di attesa, di quella sospensione che lo rende quasi irraggiungibile. In questo senso è mentale prima ancora che fisico: è un dialogo tra presenza e mancanza.

Nei tuoi lavori dichiari un desiderio di libertà radicale da schemi e limiti. Da cosa senti il bisogno di emanciparti, oggi, come artista e come donna?

Per chi non mi conosce sono Giulia, un’artista del corpo a 360°.
Mi sono laureata all’Accademia d’Arte in Fashion Design e sono stata due volte Playmate di Playboy Italia, con pubblicazioni internazionali anche su Playboy.com. Ma non mi definisco semplicemente una fotomodella di nudo.
Amo interpretare personaggi, raccontare emozioni, usare il corpo come linguaggio. Per me il nudo è normalità: è uno strumento espressivo, non una provocazione. L’arte può passare attraverso l’erotismo, il colore, la moda, persino attraverso una xilografia incisa nel legno come quelle che porto avanti parallelamente al mio lavoro fotografico.
Il mio desiderio di emancipazione oggi nasce dagli stereotipi. Viviamo in una società che ama le etichette: se sei bionda e sei stata una playmate, allora per qualcuno devi essere superficiale. Se sei madre e indossi tacchi o posi nuda, vieni giudicata.
Se sei sposata con un uomo più grande, si pensa subito a un interesse.
Io voglio emanciparmi da questa lettura riduttiva.
La libertà radicale, per me, è chiedere alle persone di andare oltre la maschera e oltre l’apparenza. Quando
mi si conosce davvero, quegli stereotipi cadono. Ed è lì che capisco che il mio lavoro non è solo artistico, ma
anche culturale: restare autentica e dimostrare che una donna può essere complessa.
Madre, moglie, artista, sensuale, intelligente, fragile e forte nello stesso tempo. Senza dover chiedere il permesso di esistere in tutte le proprie sfumature.

Baudelaire scriveva che “il piacere annulla il tempo e ci restituisce all’eterno”. Quale passione ti fa perdere la percezione del tempo?

Per ora la fotografia quando mi trovo davanti a un obiettivo, il tempo si ferma, esisto solo io e la macchina fotografica, entro come nel mio io interiore, le pose vengono da sempre da sole, mi muovo sciolta, comunicativa, cerco di trasmettere emozioni, si sedurre l’obiettivo e lo spettatore, di stupire, di adoro la magia della fotografia, uno scatto del momento che fugge, uno scatto che può vivere in eterno o quasi.
Anche mentre intaglio una matrice per una xilografia e anche mentre faccio découpage con i miei figli.

Kierkegaard distingueva tra desiderio e compimento. Ti attira di più la tensione della fantasia o la realtà vissuta?

La fantasia mi seduce perché è infinita. Ma la realtà mi insegna qualcosa su di me. Oggi scelgo la realtà vissuta, perché è lì che cresco.

La biancheria intima è per te linguaggio o travestimento?

Come ogni abito, comunica qualcosa di noi. È una forma di espressione silenziosa, intima, spesso più sincera di quello che mostriamo all’esterno. Parla del nostro rapporto con il corpo, con la sensualità, con la sicurezza o con le nostre fragilità.
Anche quando pensiamo di usarla come travestimento, in realtà sta comunque raccontando qualcosa di autentico. Perché ciò che scegliamo di indossare – soprattutto ciò che scegliamo di indossare sotto – è una dichiarazione privata prima ancora che pubblica.
Per me non è mai maschera, è un’estensione del corpo, un modo per celebrare la femminilità senza volgarità.
La differenza non sta nel tessuto, ma nell’intenzione e nello sguardo di chi osserva.

Nei tuoi lavori il corpo è superficie o soglia?

Per me il corpo non è solo superficie, è soglia. È il confine tra ciò che siamo dentro e ciò che permettiamo al mondo di vedere. Nei miei lavori la pelle non è un limite, ma un passaggio: attraverso il corpo racconto emozioni, identità e libertà. Non è qualcosa da guardare soltanto, è qualcosa da attraversare

Se dovessi tradurre l’orgasmo in immagine, sarebbe più vicino a una combustione o a una dissolvenza?

Se dovessi tradurre l’orgasmo in immagine, sarebbe un Big Bang: un’esplosione primordiale, un tripudio di colori che si accendono nello stesso istante.

Attraversi fotografia, scrittura e creazione di contenuti. Quale medium ti permette di essere più ambigua?

Il medium che mi permette di essere più ambigua è senza dubbio l’immagine. Soprattutto il nudo.
Perché il nudo non è mai solo ciò che si vede, ma ciò che si immagina. Se mi mostro di spalle, magari mettendo in evidenza il mio lato più forte, e sotto scrivo una frase filosofica, succede qualcosa di interessante: l’immagine e la parola non si annullano, si amplificano.
L’ambiguità nasce nello spazio tra ciò che mostro e ciò che trattengo.
Dal 2023 esploro questo anche su OnlyFans: non mi interessa la semplice esposizione del corpo, ma il dialogo che si crea. Dietro un’immagine di nudo le persone costruiscono mondi, proiettano fantasie, raccontano desideri che spesso non hanno mai confessato. Io non vendo un atto, ma un’atmosfera. Non interpreto un ruolo di servizio, ma uno spazio di libertà condivisa.
L’erotismo, per me, è mentale prima ancora che fisico. È un invito, non una risposta.
E l’ambiguità è proprio questo: lasciare abbastanza mistero da permettere all’altro di completare l’opera
Cosa ti interessa davvero dell’arte erotica: il potere, la vulnerabilità o il controllo? L’erotismo vero nasce quando potere e vulnerabilità si incontrano. Io scelgo di mostrarmi e questa scelta è il mio controllo.

Laura Mulvey parla di sguardo e dominio. Nei tuoi lavori cerchi di sedurre o di sabotare chi guarda?

Laura Mulvey ha messo in luce come lo sguardo sia storicamente maschile e dominante. Nel mio lavoro non cerco né di compiacere né di sabotare: cerco di riappropriarmi dello sguardo.
Se qualcuno si sente sedotto, è perché sto usando consapevolmente quell’energia. Ma il controllo resta mio.
Non sono oggetto dello sguardo, sono soggetto che decide come essere vista. Sono io a calarmi in un personaggio e a decidere come voglio essere guardata.
Parte sempre da una mia volontà: posso scegliere di essere la coniglietta della porta accanto oppure una donna dominante, con uno sguardo duro e consapevole. In entrambi i casi non subisco lo sguardo, lo dirigo.

Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta? E soprattutto cosa hai fatto?

Recentemente ho fatto qualcosa per la prima volta che non avrei mai immaginato di provare: un ménage à trois. È nato in un contesto lavorativo, durante la realizzazione di contenuti con un’altra donna. Probabilmente, senza quella “scusa creativa”, non avrei mai trovato il coraggio di farlo.
È stata un’esperienza che mi ha fatto capire quanto sia potente concedersi di esplorare senza giudizio.
Sono felice che nella vita esistano ancora le prime volte, anche da adulti. Non voglio smettere di sperimentare, di scoprire, di sorprendermi. Mi sento un’esploratrice e voglio continuare a esserlo fino alla fine.

Cosa ti fa battere il cuore?

Più di tutto mi fanno battere il cuore i miei figli e la mia metà.
Per me la famiglia è il primo posto in cui torno, sempre.
Mia nonna mi diceva che i bambini sono i veri tesori della vita, e oggi capisco davvero cosa intendesse. Attraverso i loro occhi ho riscoperto la meraviglia delle piccole cose: una giornata di sole, un glicine in fiore, un abbraccio sincero.
Oggi mi sento una donna felice, capace di sorridere per ciò che conta davvero.

Se dovessi correre un rischio oggi quale sarebbe?

Il rischio che sceglierei oggi sarebbe quello di restare fedele a me stessa, anche quando è scomodo. È il rischio più grande: mostrarsi per quello che si è davvero.

LA GALLERY

@giuliaborio

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