Ci sono artisti che riempiono lo spazio e altri che ascoltano il silenzio che lo attraversa. Sun Bai appartiene a questi ultimi.
Le sue opere, più che semplici illustrazioni, sembrano nascere in quella zona fragile che separa la memoria dall’immaginazione, dove il tempo perde consistenza e ogni gesto assume il peso lieve di qualcosa che sta per accadere o che forse è già accaduto.
I suoi personaggi abitano stanze interiori prima ancora che luoghi reali. Restano immobili, assorti, sospesi in una quiete che non è mai semplice immobilità ma attesa, desiderio, nostalgia. Guardandoli si ha l’impressione di arrivare sempre un attimo troppo tardi o troppo presto, come se la vera storia si stesse svolgendo appena oltre l’inquadratura.
I suoi lavori sono frammenti di quotidianità che si trasformano in racconti emotivi. Immagini che non cercano di spiegare il mondo, ma di suggerirne le sfumature più intime, quelle che spesso sfuggono alle parole e continuano a risuonare nella memoria di chi osserva.
In questo dialogo Sun Bai apre le porte del proprio immaginario e racconta il rapporto con la narrazione, il tempo, la memoria e il silenzio. Ne emerge il ritratto di un autore che osserva la realtà con delicatezza e ostinazione, alla ricerca di quelle tracce invisibili che rendono ogni storia irripetibilmente umana.
LA COVER

L’INTERVISTA
Chi sono i personaggi delle tue illustrazioni? Appaiono immobili, quasi congelati. C’è una narrazione prima o dopo quell’istante?
Raramente considero i miei personaggi come semplici figure o immagini. Ciò che mi interessa davvero è la storia che si nasconde dietro di loro.
Mi chiedo spesso che tipo di vita conducano al di fuori dell’inquadratura. Cosa è accaduto prima di quell’istante? Cosa succederà dopo?
Nella maggior parte dei casi non sto disegnando il personaggio in sé, ma un singolo momento della sua storia.
Per il New York Times devi sintetizzare un concetto; per Chanel devi evocare un’atmosfera. Come cambia il tuo processo mentale?
La differenza è in realtà molto più piccola di quanto si possa immaginare.
Che io stia lavorando su un concetto o su un’atmosfera, ciò che mi interessa alla fine è sempre il racconto.
Anche in un’illustrazione concettuale spero che rimanga un calore umano. In un progetto di moda o beauty, invece, cerco comunque un nucleo narrativo.
Quando disegno prodotti di bellezza, per esempio, penso spesso alla persona che potrebbe usarli. Che vita conduce? In quale situazione li utilizzerà?
In fondo si tratta soltanto di un diverso punto d’accesso a una storia.

L’illustrazione editoriale richiede un impatto immediato. Qual è la tua regola d’oro per trovare la metafora visiva giusta?
Non ho un metodo fisso.
Di solito comincio leggendo l’articolo. Se un’illustrazione si limita a ripetere ciò che il testo sta già dicendo, diventa rapidamente noiosa.
Mi interessano piuttosto le cose che rimangono non dette.
A volte un’immagine nasce da una frase nascosta nel testo. Altre volte da una particolare atmosfera o emozione.
Spero che un’illustrazione faccia qualcosa di più che ribadire un argomento. Idealmente dovrebbe aprire un’altra porta.
Il colore è un elemento caratterizzante della tua arte. Usi colori molto controllati e desaturati. Come scegli la palette per non soffocare la linea?
Quasi sempre termino il disegno a linea prima di decidere la palette cromatica.
Se la linea definisce i personaggi e lo spazio, il colore definisce l’atmosfera.
I colori di un pomeriggio estivo sono diversi da quelli di una mattina invernale.
Il colore non serve a spiegare l’immagine. Determina l’aria che lo spettatore respira entrando in quel mondo.
Illustrazione statica, fumetto sequenziale, animazione in movimento. Quale di questi medium descrive meglio il tuo modo di pensare un’idea?
Che si tratti di illustrazione o fumetto, considero entrambi soprattutto forme narrative.
Mi interessano le persone, le relazioni tra loro e le storie che rimangono invisibili.
Molti vedono l’illustrazione come un’immagine congelata e il fumetto come una sequenza temporale. Eppure, anche quando realizzo una sola illustrazione, immagino spesso una storia invisibile prima e dopo quell’istante. L’immagine è soltanto un frammento di una narrazione più ampia.
Al contrario, quando realizzo fumetti, mi soffermo spesso a lungo su una singola immagine. Un personaggio che fuma, sogna a occhi aperti o aspetta può essere importante quanto il progresso della trama.
Esiste un ambito creativo che non hai ancora esplorato, o un limite tecnico del digitale che senti il bisogno di superare per dare un’altra forma al tuo lavoro?
La mia formazione accademica è nella pittura.
Negli anni, attraverso l’illustrazione e il fumetto, mi sono interessato sempre più alla narrazione e al tempo piuttosto che alla materia.
A volte mi manca l’imprevedibilità della pittura: il processo di costruire, distruggere e ricostruire un’immagine. Anche se, a essere sincero, non mi manca poi così tanto.
Se dovessi scegliere tre parole chiave per definire la tua arte, quali sarebbero?
A dire il vero trovo difficile rispondere.
Non sono sicuro di poter definire il mio lavoro con sole tre parole. Le definizioni possono essere limitanti e, almeno per ora, preferisco lasciare uno spazio aperto alla creazione.
Ciò che mi interessa maggiormente è ciò che esiste oltre l’inquadratura: le storie che continuano prima e dopo l’immagine. Questo interesse è molto più costante di qualsiasi parola chiave potrei scegliere.
Le tue illustrazioni possiedono una spiccata qualità acustica: evocano un silenzio quasi claustrofobico. Se quel silenzio dovesse essere interrotto da un suono o da una musica che canzone sarebbe?
Non so esattamente quale canzone sarebbe.
Spero però che sia il tipo di musica che induce le persone a lavorare un po’ meno.
Una musica che ti fa sedere, bere un caffè, fissare il vuoto o concederti un sonnellino inatteso.
Venti minuti dopo torni alla realtà.
Tutto è identico a prima, ma in qualche modo appare diverso.
Se i miei disegni avessero una colonna sonora, credo che suonerebbe così.

Ci sono artisti o artiste mentori che senti più vicini per postura, attitudine o radicalità, più che per affinità formali?
Molti dei miei riferimenti provengono dal cinema e dalla letteratura più che dall’illustrazione.
Se penso a creatori che sento vicini, mi vengono in mente Takeshi Kitano e David Lynch.
Naturalmente il mio lavoro non assomiglia davvero al loro.
Più che lo stile visivo, mi interessa il modo in cui gli artisti guardano il mondo.
Hai un desiderio artistico che non hai ancora realizzato?
Ho sempre desiderato disegnare un fumetto horror.
Sono un grande ammiratore di Kazuo Umezu e Junji Ito.
Il disegno digitale, per sua natura, tende a una perfezione geometrica che oggi l’IA può replicare all’infinito. Dove risiede, nel tuo lavoro, lo scarto umano? Cerchi deliberatamente l’errore o la micro-imperfezione per sottrarti all’algoritmo?
Non credo che la differenza principale tra esseri umani e IA risieda negli errori.
Non cerco deliberatamente di rendere imperfetti i miei disegni.
Mi interessa di più capire da dove proviene un’immagine.
Molti dei personaggi che disegno hanno origini molto precise. Talvolta derivano da persone che conosco. Altre volte da una storia che un amico mi ha raccontato anni fa. Oppure da qualcuno che ho visto una sola volta nella vita.
E qualche volta non sono nemmeno persone, ma emozioni che porto con me da molto tempo.
Penso che ogni individuo sia plasmato da ricordi, relazioni, ossessioni ed esperienze. Tutte queste cose lasciano tracce. E quelle tracce sono più interessanti della perfezione.
Se venissi nel tuo studio, cosa troverei? Quadri, libri, piante, tecnologia, dischi…?
Libri, letti e da leggere.
Qualche pianta: una Monstera, un albero della gomma e un Philodendron selloum.
C’è anche una stampante Risograph e moltissima carta.
Alle pareti troveresti un poster di un dipinto di René Magritte, un’illustrazione ispirata al romanzo Il barone rampante e il ritaglio di un progetto automobilistico futuristico recuperato da una vecchia rivista.
E molto altro.
Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta? E soprattutto cosa hai fatto?
Lo scorso mese ho visto un calzascarpe telescopico da viaggio, l’ho comprato e l’ho portato con me a Madrid, città che visitavo per la prima volta, in occasione del lancio del mio nuovo fumetto. 🙂
Cosa ti fa battere il cuore?
Da un punto di vista puramente fisiologico, probabilmente la rabbia.
Se oggi decidessi di auto-ritrarti, diventando la protagonista di una tua illustrazione, in quale spazio ti collocheresti e quale azione staresti compiendo (o congelando)?
Probabilmente mi ritrarrei nel mio studio.
Indosserei una T-shirt bianca, jeans blu e un paio di orecchini ad anello argentati. Da qualche parte sulla scrivania ci sarebbe una tazza di caffè lasciata a metà.
Non farei nulla di speciale. Probabilmente starei lavorando. Oppure fingerei di lavorare mentre fisso il vuoto.





