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Intervista – JEKYLL & HYDE: La copertina di un disco non deve spiegare la musica, deve aprire un mondo

Nel rapporto tra musica e immagine la copertina non è mai un semplice involucro. È una soglia, un quadro narrativo capace di amplificare un universo sonoro senza tradurlo letteralmente.

Da oltre trent’anni lo studio milanese Jekyll & Hyde lavora proprio in questo spazio intermedio, dove grafica, arte, design e cultura  si incontrano.

Dal progetto con Elio e le Storie Tese fino alla collaborazione con mostri sacri internazionali come Deep Purple, il duo ha costruito un linguaggio visivo riconoscibile, fondato sulla contaminazione, sul collage e sulla capacità di trasformare vincoli e brief impossibili in occasioni creative.

Abbiamo parlato con loro del processo creativo dietro una cover, del ritorno del vinile, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale e del futuro del design nell’epoca della generazione automatica delle immagini.

L’INTERVISTA

Partiamo dal principio. Quando arriva la richiesta di realizzare una copertina, da dove nasce l’idea? Esiste un brief preciso oppure il processo parte dall’ascolto della musica e dalle suggestioni che genera?

Dipende molto dal progetto. Noi lavoriamo sia con il mondo della musica sia con quello delle aziende, e anche se apparentemente sono settori diversi, il meccanismo è molto simile: artisti e brand sono estremamente attenti ai dettagli. Non è mai un rapporto in cui qualcuno semplicemente consegna un incarico e aspetta il risultato.

Il brief può cambiare completamente da caso a caso.

Un esempio emblematico è stato quello con Elio e le Storie Tese. Ci chiamarono dicendo: “Dobbiamo fare un nuovo disco, potete realizzare la copertina?”. Chiedemmo il titolo e non c’era ancora. Chiedemmo di ascoltare una canzone e non erano ancora pronte.

Era una situazione quasi paradossale: dovevamo trovare un significato senza avere nessun punto di partenza.

In qualche modo è come un aquilone: per fare evoluzioni nel cielo serve un filo che faccia resistenza. Senza un limite, a volte, anche la creatività rischia di perdersi.

Con loro abbiamo lavorato molto liberamente, divertendoci, ma è stato anche complesso. Ci conoscevamo da anni e avevamo imparato a capire cosa cercavano: un’immagine sintetica, provocatoria, capace di sorprendere. Elio ci diceva: “Deve farmi ridere”.

E non era una richiesta banale. Non voleva semplicemente qualcosa di ironico, voleva un’immagine che avesse quella capacità immediata di generare una reazione.

La copertina del disco Gattini, per esempio, nacque proprio da una suggestione grafica. Avevamo inserito dei gattini nelle nostre proposte e alla fine quel dettaglio diventò addirittura il titolo dell’album.

Oggi la copertina vive soprattutto in formato digitale, dentro uno schermo piccolo. Quanto ha cambiato questo la progettazione visiva?

Ha cambiato moltissimo. Per anni la necessità era quella di creare immagini sempre più iconiche, sintetiche, immediatamente riconoscibili. Dal vinile siamo passati al CD, poi allo streaming, dove tutto si riduce ulteriormente.

La dimensione digitale ha imposto una maggiore sintesi.

Però oggi il vinile sta tornando e questo apre nuovamente uno spazio narrativo più ampio. La copertina torna ad avere una dimensione fisica, tattile, quasi cinematografica.

Nel caso di Deep Purple, come nasce invece la copertina dell’ultimo progetto Splat!?

È stato un caso molto interessante perché il brief iniziale era quasi surreale. Cominciava con una domanda: “Qual è l’ultimo pensiero che attraversa la mente di un moscerino quando si schianta contro il parabrezza di una macchina?”.

Era un punto di partenza incredibile. Ti chiedi: da dove iniziamo?

Poi arrivavano visioni molto metafisiche, riferimenti a personaggi, immagini, elementi diversi che avrebbero dovuto convivere nella copertina: figure come Madre Teresa, Elvis Presley, oggetti, cartoline, frammenti.

Abbiamo deciso di non seguire letteralmente il brief, ma di creare un altro universo. Un mondo parallelo nel quale tutte quelle immagini potessero esistere.

L’idea era costruire una dimensione sospesa, un luogo dove il rock potesse ancora essere contemporaneo senza rinunciare alla propria storia.

Quindi il rapporto con l’artista diventa fondamentale.

Assolutamente. Noi possiamo proporre, ma un progetto funziona soltanto quando dall’altra parte c’è partecipazione.

Una coproduzione creativa nasce quando l’artista entra nel processo, quando accetta di dialogare, modificare, approfondire.

Altrimenti rimane una semplice esecuzione.

Per questa copertina avete utilizzato anche l’intelligenza artificiale. Nel comunicato avete citato Bruno Munari e il suo principio del judo applicato alla tecnologia. E’ un richiamo molto forte e poetico.

Munari è stato sicuramente una figura importante per noi. Lo abbiamo conosciuto attraverso i suoi libri, le mostre, il suo modo di pensare il progetto.

Il suo insegnamento era quello di non avere paura degli strumenti nuovi. Quando arrivò la fotocopiatrice molti pensavano potesse essere una minaccia per l’arte. Lui invece disse: usiamola, pieghiamola alle nostre necessità.

È il principio del judo: usare la forza dell’avversario per trasformarla in un proprio plus.

Con l’intelligenza artificiale abbiamo fatto qualcosa di simile. Non l’abbiamo utilizzata come un totem, come qualcosa che sostituisce il processo creativo, ma come un generatore di elementi da inserire nei nostri collage.

La parte più difficile è stata mantenere una coerenza visiva. Creare una singola immagine oggi è relativamente semplice.
Creare un intero universo coordinato, con immagini diverse che appartengano allo stesso linguaggio, è molto più complesso.

Quindi l’intelligenza artificiale non è ancora uno strumento completamente maturo?

Per ora no. Le chiedi qualcosa e lei produce qualcosa, ma spesso riconosci immediatamente che arriva da lì.

C’è una certa standardizzazione dello stile.

All’inizio del progetto qualcuno nel nostro studio ha provato semplicemente a scrivere: “cover rock anni Settanta”. Il risultato era interessante per capire le possibilità dello strumento, ma non era certo quello che volevamo.

Abbiamo dovuto lavorare molto sui dettagli, sui soggetti, sulle atmosfere.

Il nostro lavoro non era generare un’immagine, ma costruire un racconto: la copertina, il booklet, le animazioni, i materiali collegati ai singoli.

Creatività e futuro: cosa resta all’uomo?

L’intelligenza artificiale c’è e ci sarà, non possiamo eliminarla. Dobbiamo imparare a conviverci.

In questo momento però siamo ancora nella fase dell’entusiasmo iniziale. Tutti la utilizzano e spesso il risultato è riconoscibile: immagini simili, scritture simili, linguaggi simili.

Forse il valore tornerà proprio nell’autenticità.

Il mondo del lusso sta già tornando verso una dimensione artigianale. Penso a realtà come Hermès: il valore viene associato al tempo, alla cura, alla mano umana.

Forse l’intelligenza artificiale diventerà una nuova tecnica, come è successo con Photoshop.

Non sostituirà necessariamente il pensiero creativo.

C’è però il rischio che una nuova generazione perda alcune competenze fondamentali?

Sì, questo è un tema importante.

Prima esistevano i lavori più semplici, quelli che facevano fare esperienza ai giovani professionisti: gli errori, la ricerca, il confronto con la difficoltà.

Oggi alcuni passaggi vengono saltati.

Il rischio è creare professionisti che arrivano rapidamente a un livello alto senza aver costruito alcune basi.

Ricordo una copertina che realizzammo per Elio: dovevamo rappresentare le lettere E, E, L, S, T con delle patatine fritte. Allora abbiamo davvero costruito le lettere con le patate, le abbiamo fritte e fotografate.

Oggi con l’intelligenza artificiale potresti farlo in pochi secondi. Ma forse perderebbe parte del suo significato.

Il valore era anche nel processo.

Quale artista vi piacerebbe ancora raccontare attraverso una copertina?

È difficile rispondere. Ascolto moltissima musica, anche generi molto diversi.

Forse mi sarebbe piaciuto lavorare con qualche artista del passato. Non necessariamente i nomi più ovvi come Beatles o Pink Floyd, ma qualcosa nell’area soul, blues, artisti con una forte profondità emotiva.

E tra le vostre quale sentite più rappresentativa?

Forse “Gattini”. Anche perché è nata in modo molto spontaneo.

I gatti funzionano sempre, ma in quel momento non erano ancora diventati un elemento così diffuso nella cultura pop. Era una scelta istintiva, quasi giocosa, e proprio per questo ha funzionato.

GLI ARTISTI

jekyll & hyde è uno studio di brand design fondato a Milano nel 1996 da Marco Molteni e Margherita Monguzzi.
Un’esperienza che abbraccia settori diversi, dal design alla moda, dalla finanza alla tecnologia, dall’arte contemporanea alla musica, per brand dalla forte personalità. Numerosi progetti dello studio hanno ricevuto menzioni e premi a livello nazionale e internazionale.

www.jeh.it

 

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