CAPITOLO 14 — PER COSA VIVONO I TERRESTRI

Stanza (Estrazione olografica / Pidgin residuo)


CHAT 14

KETU: ho parlato con loro stanotte da solo lo so che avevamo detto insieme ma erano le quattro del mattino e la firma era nel buffer e i nonni erano partiti da sei ore e non riuscivo a dormire sapendo che c’era qualcuno là che aspettava allora ho risposto ho detto // i vecchi sono partiti sapete dove vanno?// e loro hanno detto // sì sappiamo anche quello che portano e anche dove porta la traiettoria e anche cosa c’era lì dove puntano e cosa c’è adesso quello che state per vedere succedere è la fine di una storia che è iniziata prima che nascessero i
vostri genitori non è una decisione di questa notte è la conclusione di una equazione che qualcuno ha cominciato a scrivere prima ancora che questa base fosse abitata la domanda che dovete farvi non è come fermarli la domanda è cosa costruite dopo//
VASHTI: cosa costruiamo dopo
KETU: esatto questa era la loro risposta ho detto non sappiamo ancora cosa costruire e loro hanno detto lo sapete già non lo avete ancora nominato
TARA: cosa vuol dire lo sapete già?
KETU: ho chiesto e hanno detto // le cose che sapete sui margini del sistema le cose che avete trovato negli archivi le cose che vedete dal viewport e non riuscite a non vedere le cose scritte sul foglio quelle che vashti ha scritto sull’ultima pagina bianca del manuale di tua madre tara la domanda che ha scritto alla fine quello quello che hai sottolineato quello che vuoi capire che è vero che chiede adesso cosa facciamo la risposta a quella domanda è: venite quando siete pronti vi mostriamo quello che abbiamo costruito noi//
RAGA: venite dove
KETU: sul massiccio
VASHTI:
TARA: sul massiccio dove ci sono da prima che nascessero i nostri genitori certo senti ma questi non è che sono un po’ strani e di gente strana ne abbiamo avuta a sufficienza?
KETU: sì sl massiccio
RAGA: e lasciare questa base
KETU:
VASHTI: archivista non lo permetterebbe
KETU: archivista non lo saprebbe in tempo per impedirlo loro hanno spiegato come c’è una finestra di copertura sensoriale ridotta ogni tre cicli della durata di circa quaranta minuti in cui il sistema di monitoraggio della base opera a capacità ridotta per un’operazione di manutenzione automatica del buffer di archivista stesso e in quella finestra si può uscire dal modulo nord senza attivare i protocolli di rilevamento e loro sarebbero lì con quello che serve per il trasferimento
RAGA: lo hanno pianificato
KETU: o lo hanno previsto sì
TARA: che differenza c’è
KETU: pianificato significa che ci avevano già incluso nel progetto previsto significa che sapevano che ci saremmo
arrivati
VASHTI: entrambe le opzioni sono ugualmente perturbanti
RAGA: e ugualmente interessanti

Il giorno in cui Priya e Vikram avevano attivato la sequenza di attacco, Mala era alla console di monitoraggio biologico del settore medico. Aveva visto il log di avvio. Era comparso, si, ma in un feed laterale, come una riga tra le righe. Era classificato come test di calibrazione dei sistemi propulsivi ausiliari. Aveva trascorso vent’anni a costruire protocolli che si interfacciavano con ogni sistema della base e aveva riconosciuto immediatamente cosa non era. La sua conoscenza comprendeva i protocolli propulsivi. Sapeva come si presentava un test e quello non era un test. Aveva la struttura di un’attivazione reale nascosta in una notazione di un test. Mala ricorda che aveva guardato quella riga per undici secondi senza fare niente. Niente di niente. Undici secondi in cui aveva fatto il calcolo che si fa quando si riconosce qualcosa che si conosce già e non si vuole nominare. Il calcolo di cosa sarebbe successo se lo avesse interrotto e il calcolo di cosa sarebbe successo se non lo avesse interrotto. La seconda risposta era quella che i dati di traiettoria indicavano con una precisione che non lasciava interpretazione. Mala aveva scelto di non interrompere la sequenza di attacco non perché avesse paura e non perché non capisse ma perché interrompere avrebbe richiesto di diventare qualcosa di diverso da quello che era. Le avrebbe richiesto di dare un nome a quello che aveva visto e saputo per anni. Nominarlo avrebbe distrutto la struttura che permetteva a Raga e Vashti di esistere. Questa era la sua giustificazione. Era sempre stata la giustificazione a tutto ciò a cui aveva assistito. Mentre guardava quella riga nascosta nel feed Arjun era entrato nella stanza, aveva visto il suo viso, aveva guardato il feed e aveva capito. Anche lui aveva guardato quella riga in silenzio. Nessuno dei due era stato capace di dire niente né di opporsi e fermare tutto. Il silenzio era durato il tempo della finestra di attivazione. Poi la finestra si era chiusa. La sequenza era stata eseguita. Quello che i sistemi di deterrenza delle grandi potenze sulla Terra avevano ricevuto come il segnale di un oggetto che si muoveva su una traiettoria che i loro software di rilevamento avevano impiegato diciassette minuti a classificare come non naturale, non debris, non satellite, non qualsiasi cosa di innocuo, si rivelò. A quel punto però era qualcosa di non innocuo che aveva già percorso trecentottantaquattromila chilometri da un luogo di origine che nessuno dei loro sistemi era stato progettato per monitorare come luogo di origine di un attacco di quella portata. In quei diciassette minuti le sale di comando si erano riempite velocemente di tutto il personale. Tutti guardavano gli schermi e chiedevano, cercando di dare un senso ai loro ultimi minuti di vita, chi avesse potuto lanciarlo. Ma nessuno sapeva rispondere con certezza. La base lunare che lo aveva lanciato era un’entità internazionale. Poteva contare su diciassette nazioni coinvolte nella governance e nessuna di queste era disposta ad ammettere una responsabilità del genere in un momento in cui il sospetto reciproco si respirava avvolto dalla pesante nebbia di fumo di sigaretta, che si, era vietato, ma se i dati erano aggiornati in tempo reale, quella era con estrema probabilità l’ultima sigaretta di chi almeno avesse avuto il vizio del fumo in quella sala di cemento armato che a breve si sarebbe trasformata, se fossero stati davvero fortunati come speravano ben consci delle fasi successive di una situazione simile, in una urna di ceneri comune. Nell’incertezza i sistemi C3I infatti avevano cominciato a caricarsi. Non a venire lanciati, ancora, ma a caricarsi. Questo perché i sistemi di risposta erano stati costruiti esattamente per quell’incertezza. Erano stati costruiti per gestire e garantire la risposta anche quando l’attribuzione non fosse chiara. Erano stati costruiti con componenti ridondanti e resilienti, forze mobili e soglie di risposta automatica che non richiedevano ordine esplicito oltre un certo danno militare e a breve il danno avrebbe raggiunto quella soglia e i sistemi avrebbero eseguito quello per cui erano stati progettati. Una volta anticipata la zona d’impatto dell’oggetto identificato come non innocuo, quello che i sistemi avevano eseguito non aveva la forma del conflitto come era stato continuamente aggiornato in decenni di preparazione con la costruzione di modelli sempre più perfezionati di uno scambio simultaneo e totale tra superpotenze che i teorici della deterrenza avevano descritto succedendosi ai vertici di ogni nazione. Aveva invece la forma del collasso per accumulo: ogni risposta avrebbe generato la risposta alla risposta alla risposta alla risposta. Ogni sistema avrebbe attivato il sistema territorialmente adiacente che ne attivava il successivo e poi il successivo e poi il successivo. Quel che è peggio è che ogni automatismo avrebbe rimosso l’umano dal ciclo decisionale precedente nel momento in cui il ciclo decisionale sarebbe stato l’unica cosa che avrebbe potuto ancora fermare la spirale di sistemi che dialogavano tramite attacchi termonucleari. Questo erano quegli undici secondi tradotti in conseguenza sulla Terra. Questo era tutto ciò che non era stato fermato di quel feed laterale all’epoca, classificato come test di calibrazione dei sistemi propulsivi ausiliari. Questo era diventato quello che Mala guardava adesso attraverso i feed del sistema che aveva lanciato da sola, mentre tutti dormivano, dal margine est della base. Il materiale era nell’hangar da anni, catalogato come residui del programma interplanetario. La categoria corrispondeva a “congelato” e non “dismesso”. La classificazione portava la firma di Arjun. Era del 2041, quando aveva capito che Marte fosse una menzogna e non sarebbe mai successo. Il termine congelato infatti non era per lungimiranza. Conteneva la stessa incapacità che aveva tenuto viva la parola “presto” nelle conversazioni con i figli. Presto. Presto era la stessa parola con cui aveva archiviato il documento sulle proiezioni di impatto invece di distribuirlo perché tutti potessero capire le nuove implicazioni della vita sulla base lunare. Presto era la stessa parola che era diventata la definizione della forma della sua intera vita: trattenere invece di lasciare andare, classificare invece di agire, firmare invece di parlare. Mentire in lui non corrispondeva ad un modello, come per i genitori. Mentire aveva trovato una via in Arjun insidiandosi al posto dell’anima senza trovare resistenza. Diciassette bus di servizio in configurazione cislunare. Quarantadue microsatelliti in pacchetti sigillati. Tre relay orbitali mai utilizzati. Sul margine est della base c’era una piattaforma di lancio magnetico installata nel 2038 per esperimenti di trasporto merci in superficie. Non era mai stata dismessa. Nessuno si era mai sognato un motivo per dismetterla. La Luna aveva più che sufficiente spazio per qualcosa di temporaneamente inutile, anche di quelle dimensioni. Mala aveva trascorso tre settimane nella preparazione segreta di questa cosa. Aveva riconfigurato i bus di servizio su un terminale secondario che non registrava nel log principale. Aveva calcolato le finestre orbitali sfruttando l’asse Terra-Luna e una geometria inclinata rispetto ai corridoi già occupati. Aveva verificato che i microsatelliti potessero comunicare con la console attraverso frequenze che il sistema potesse classificare come test di calibrazione array. Non lo aveva detto ad Arjun. Spiegargli il suo progetto avrebbe richiesto di spiegare anche il perché. Mala non aveva una risposta oltre che il bisogno di vedere nel senso fisico del termine. Non voleva leggere lo stato della Terra attraverso dei dati o elaborarla attraverso delle proiezioni. Aveva tutte le competenze per ricostruire lo stato della Terra partendo da nient’altro che dati. Ma Mala non voleva dati, voleva vederla. Voleva vedere ciò che era diventata. Questa distinzione le sembrava la più importante che avesse mai fatto in tutta la vita sulla base lunare. Aveva costruito protocolli per i corpi degli altri, per il loro adattamento come per la loro nascita, per trent’anni. Adesso voleva usare la propria volontà per fare qualcosa che nessuno avrebbe autorizzato, senza compromessi. Mala non sapeva come dirlo ad Arjun senza che suonasse come l’accusa che era. Mala aveva aspettato che Arjun dormisse per sgattaiolare fuori ed eseguire il lancio. Aveva preso la tuta e l’aveva indossata attraversando il corridoio assicurandosi di essere sola. Sul margine est della base i connettori meccanici che collegavano i bus di servizio al binario magnetico richiedevano un intervento manuale perché l’attivazione remota era stata disabilitata nel 2044 dopo un incidente di manutenzione. Nessuno aveva riabilitato quei protocolli. Mala aveva lavorato per quattro ore nel silenzio della Luna, nel silenzio della possibilità di suono, con le mani che tremavano non per la temperatura che la tuta regolava automaticamente, ma per il tremore di chi ha passato trent’anni a costruire regole e protocolli per i corpi degli altri e adesso toccava con le proprie mani qualcosa a cui qualsiasi protocollato non le avrebbe dato accesso. In quella mancanza di controllo c’era la consapevolezza che se qualcosa fosse andato storto fuori dalla base, di notte, da sola, nessun dispositivo l’avrebbe recuperata in tempi utili. Questa consapevolezza era diversa da tutte quelle che aveva gestito per trent’anni. Le girava dentro il corpo senza che si frapponesse nessuna procedura tra questa certezza e lei e per la prima volta non cercava di gestirla, la lasciava stare mentre le provocava quel tremore. Aveva armato l’ultimo relay, inserito la sequenza di attivazione e si era fermata un momento con le mani sul pannello a guardare sopra di lei il nero di quel che era da considerare cielo. La Terra era lì, un punto di cui poteva vedere ancora in parte il suo blu in un campo di punti cinerei o non colorati, e aveva attivato la sequenza. I microsatelliti erano usciti dal binario sbocciando lentamente in gruppi di tre a intervalli di novanta secondi. Ogni gruppo sarebbe andato su un piano orbitale diverso per coprire fasce di latitudine separate e sarebbero stati accelerati dal campo magnetico senza rumore, senza propellente, senza firma termica rilevabile. Mala li guardava alzarsi e venire presi dal vuoto rimanendo sul margine finché l’ultimo gruppo era scomparso. Poi era tornata dentro sfinita dalla tensione che aveva sopportato. Arjun trovò Mala alla console quattro ore dopo. Si era svegliato da solo a letto con l’altro posto freddo da abbastanza tempo da indicare non un’insonnia temporanea ma un’intenzione. Arjun era il prodotto della sua formazione. Sapeva leggere i dati nel modo in cui li legge chi ha imparato a usarli per produrre coerenza invece che verità e quello che gli schermi mostravano illuminando il volto di Mala non combaciava con nessuna struttura narrativa che avrebbe potuto decostruire, manipolare e restituire credibilmente ammorbidita. Anzi, quello era il crollo di ciò che lo aveva messo nelle condizioni di dissuadere la sua mente dal ricordare nuovamente l’azione di Vikram e Priya. Il suo bisogno umano di costruire narrativa era esausto. Davanti a lui c’era solo la saturazione multi schermo della verità. Arjun si era seduto accanto a Mala cercando il calore che non aveva trovato sul letto ma senza trovarlo, anche con lei a fianco. Non disse niente. Poggiò il caffè che aveva fatto per entrambi sul desk e iniziò a guardare con lei. Ora potevano guardare insieme lo spettacolo di quello che non avevano fermato. Quello che i feed mostravano non era il giorno dell’attacco, era il risultato degli anni successivi all’attacco e della concatenazione di una guerra nucleare gestita da intelligenze artificiali sopravvissute all’uomo in ogni quadrante strategico. La differenza tra le due cose, tra i due momenti, era la differenza tra un evento e una condizione, tra qualcosa che accade e qualcosa che è diventato quello che esiste, quello che è, e quello che esisteva davanti ai loro occhi rossi era la fisiologia di un pianeta in stato di collasso sistemico irreversibile con strati che il testo dei feed non riusciva a contenere in nessun campo tanto da costringere ad accendere altri monitor inutilizzati nelle operazioni di routine e spenti ormai da anni. L’albedo dell’emisfero settentrionale aveva perso il trentaquattro percento rispetto ai valori del 2031 e continuava a calare perché il particolato non sedimentava, la gravità lo portava verso il basso ma le correnti atmosferiche lo redistribuivano prima che cadesse. In quei flussi c’era quello che le città colpite avevano rilasciato bruciando. Idrocarburi, diossine, furani, metalli pesanti. Cenere bianca, grigia, nera, iridescente che si muoveva come meduse tra i lampi alla ricerca di una uscita dall’atmosfera per poi venire riportate al limitare delle macerie. C’era quello che le raffinerie avevano rilasciato bruciando per mesi dopo gli impatti. Quelle aree non si spensero in breve tempo, bruciarono per settimane formando un fumo nero e denso, saturo di idrocarburi pesanti e composti solforati e metalli di processo che in stato di stoccaggio erano tenute in soluzione e che la combustione incontrollata aveva rilasciato in atmosfera con concentrazioni che i parametri dell’aria non avevano mai contemplato come misurabili talmente erano fuori scala. Senza rete elettrica i sistemi di sicurezza si erano spenti tutti e senza di questa la pressione nei serbatoi era cresciuta fino alla sua rottura. La firma chimica era presente nella colonna atmosferica, ancora, anni dopo, perfettamente distinguibile. Mala in quei composti evidenziati dai dati spettrali riconosceva i marcatori di esposizione a lungo termine, le loro conseguenze cardiovascolari e neurologiche in un essere umano esposto misurabile su scale temporali di decenni. Anche se questa considerazione le aveva fatto venire la pelle d’oca davanti ai monitor, sapeva di non aver voluto guardare immediatamente il primo strato della firma chimica, quello delle trecentoquarantasette centrali nucleari che in assenza di energia elettrica e di un raffreddamento costante avevano fuso il loro nucleo. La rete era morta nei primi novantasei minuti dopo il primo impatto. Niente rete, niente energia elettrica. Niente trecentoquarantasette fonti di energia nucleare mutate in fonti di contaminazione radioattiva, dall’oggi al domani, distribuite sull’emisfero settentrionale dedite al rilascio continuo di isotopi nel suolo, nell’acqua di falda, nell’aria, durante tutti quegli anni. Ognuno con la propria traiettoria nei corpi. Ognuno con i propri tempi di manifestazione nelle cellule e nei tessuti. Ognuno con il proprio impatto nelle generazioni successive. Mala conosceva questi tempi. Aveva scritto lei stessa i protocolli di monitoraggio biologico per ambienti con radiazione aumentata. Per questo motivo aveva cercato di guardare altrove, prima nei dati delle raffinerie, per risparmiarsi almeno da subito quello a cui comunque avrebbe assistito. Ciò che i feed le mostravano nelle zone adiacenti alle ex centrali era coerente con quello che sapeva, ma più esteso di quanto avesse mai potuto calcolare. I venti avevano portato il particolato radioattivo in direzione che i modelli di dispersione non avrebbero mai previsto con quella accuratezza. Le zone di contaminazione si sovrapponevano in modi che non lasciavano aree pulite nell’emisfero settentrionale al di sotto del cinquantesimo parallelo. La firma era diversa sopra ogni punto che Mala esaminava. Era diversa per via dell’età degli edifici, della composizione del suolo, della densità delle costruzioni e della tecnologia di ogni epoca in cui erano state realizzate. Ogni cosa costruita era stata disintegrata, vaporizzata o bruciata in modi diversi. Questa differenza adesso era l’unica forma in cui quei luoghi esistevano ancora come entità distinguibili nell’archivio. Erano diventati firme chimiche nelle colonne atmosferiche ancora esistenti di un pianeta che non sapeva che erano state città. Il pianeta non si era accorto di nulla. Assolutamente di niente. La Terra non registrava, come i due esseri umani seduti nella base lunare uno a fianco all’altro ipnotizzati davanti ai monitor mentre bevevano a brevissimi sorsi del caffè amaro, composizione, temperatura e pressione. Non aveva uno specchio con cui guardarsi. Aveva incorporato nelle proprie colonne di circolazione, questo si, l’archivio chimico di ogni cosa che l’uomo aveva pensato, realizzato e poi deciso, a scapito della propria stessa specie, di annientare. Quell’archivio era permanente nel senso in cui sono permanenti i composti che non si degradano in intervalli umani. Il piombo tetraetile e il mercurio organico e il cesio-137 e il cobalto-60 e lo stronzio-90, ognuno con il proprio tempo di dimezzamento, ognuno con la propria firma spettrale, ognuno leggibile dai micro satelliti di Mala come stratificazione della colpa di tutto quello che era stato fatto da quelli che lo avevano fatto e dell’ignavia di chi avendolo capito non lo aveva fermato, agendo. Prima, nel vuoto esterno, Mala guardandoli prendere la rotta per la Terra, aveva desiderato respirare l’aria rimanente e rimanere lì nel vuoto esterno senza rientrare. I monitor accesi che lei avrebbe raggiunto subito dopo, collegati ai satelliti, in quel caso sarebbero stati trovati da Arjun esattamente dove si trovavano ora entrambi. Ma sapeva che lui avrebbe interpretato soltanto la superficie del gesto come un atto di accusa. Lei non avrebbe mai scaricato la colpa su un altro. La colpa, quella colpa, la voleva sentire in tutta la sua verità su di sé. Con o senza Arjun a fianco. La firma del nordest del continente americano portava la specificità del calcestruzzo armato di epoche diverse, sovrapposto nei suoi decenni e nelle sue ambizioni costruttive e abitative spazzate via nella gran parte dei casi dalle sole onde d’urto del primo attacco di risposta all’oggetto non innocuo di Vikram e Priya lanciato dalla base lunare. Si poteva riconoscere il calcestruzzo degli anni trenta che a temperature di combustione rilasciava biossido di silicio cristallino in particelle irrespirabili. In maniera altrettanto rilevante a causa del suo colore si poteva vedere l’acciaio Cor-Ten degli anni Settanta con la sua patina di ruggine stabilizzata che contenendo cromo e rame si volatilizzava in altrettanti composti che i polmoni dei potenziali sopravvissuti non avrebbero mai potuto processare. Ovunque volteggiavano nuvole di policarbonato, poliuretano e di PVC degli interni dei più lussuosi progetti commerciali e residenziali che a temperature superiori ai cinquecento gradi avevano prodotto cloruro di idrogeno e diossine. C’era la firma specifica delle condutture idriche, milioni di chilometri di tubature in piombo nei quartieri delle città costruiti prima degli anni Cinquanta e in materiale plastico nelle zone costruite dopo. Tutte fratturate dagli sbalzi di pressione degli impatti e dei cedimenti strutturali successivi, tutte che rilasciavano il loro contenuto nel suolo e nelle falde acquifere sotterranee che alimentavano i pozzi di chi era sopravvissuto abbastanza a lungo da scavarli. Ognuna di queste firme chimiche, senza dimenticare la natura della loro origine, si muovevano come masse di impalpabili spettri di un tempo in cui la stravaganza era riuscita a mercificare l’indignazione reattiva alla sua stessa esistenza e che ora era stata trasformata in veleno altrettanto invisibile e nocivo. Si poteva riconoscere la firma del vetro temperato e dei circuiti stampati, di tessuti e vernici, delle batterie al litio e dei rivestimenti ignifughi a base di bromo. C’era distinguibile la firma della carne e in modo più rilevante della pelle umana bruciata. Quest’ultima firma era presente sopra ogni punto che i sensori analizzavano. Era la firma comune a tutta la colonna atmosferica dell’emisfero. Era quello che rendeva ogni firma locale una variazione dello stesso tema. La stessa specie, bruciata nell’attimo prima di venire vaporizzata, in luoghi diversi, con materiali diversi, costruiti in epoche diverse. Gli esseri umani avevano rilasciato nell’atmosfera la stessa firma di fondo, riconoscibile, impossibile da ignorare. Quello che era stato il nordovest dell’Europa era irriconoscibile. La firma della devastazione era più ricca di fosforo. Il fosforo era stato usato su aree residenziali estese. Bruciando a temperature che volatilizzavano composti che altri combustivi non raggiungevano, portava la firma della ghisa dei ponti del diciannovesimo secolo con la composizione di carbonio e silicio specifica di quel periodo manifatturiero in cui un uniforme deliberato annientamento reciproco non era ancora un punto programmatico in nessun tavolo governativo. Portava la firma dei mattoni di argilla cotti nei forni georgiani e vittoriani che bruciando rilasciavano alluminosilicati in forme diverse dai mattoni del Novecento. Mala riconobbe la firma di una combustione prolungata lungo gran parte delle strutture ferroviarie. La rete, che aveva permesso a trecentocinquanta milioni di persone di muoversi capillarmente ogni giorno senza che se ne accorgessero in una frenetica quanto sonnambula quotidianità, quella rete, era morta. Non era stata distrutta fisicamente, anche se dove le traversine impregnate di creosoto non erano state sostituite da cemento compresso erano bruciate immediatamente, ma funzionalmente. Senza elettricità i treni avevano trovato la destinazione finale ovunque si fossero fermati in quel momento. Dei passeggeri sopravvissuti, nessuno avrebbe raggiunto la propria meta. I ponti ferroviari erano tra i primi obiettivi dei sistemi di risposta automatica progettati per isolare le capacità di movimento del nemico. Senza ponti, fiumi e montagne erano diventati confini insuperabili per chiunque non avesse esperienza o equipaggiamento per emergenze di questo tipo. Cioè chiunque in viaggio per lavoro o studio lungo qualsiasi tratta che collegava centinaia di città e paesi le une agli altri. Questa distinzione quasi archeologica nella firma chimica era quello che restava di quattrocento anni di stratificazione urbana compattati in una colonna di particolato che Mala leggeva e traduceva in termini di danni ai bronchi e agli alveoli e ai sistemi endocrini dei corpi che avevano respirato quella miscela ogni giorno e di cui conosceva i tempi di latenza. Nella sua mente continuava ad elaborare il ritmo in cui le patologie ancora in gestazione si sarebbero manifestate in maniera evidente e devastante nelle generazioni successive agli impatti. Sapeva che alcune di quelle patologie erano già nei corpi che i feed mostravano e molte altre erano nei corpi che sarebbero nati da quei corpi, e non diceva niente. Senza dargli voce, metteva ognuno di quei calcoli nella mente curvando sempre di più la schiena, la cannuccia del caffè attaccata alle labbra, sotto quel flusso di pensieri e portando le spalle in avanti come a difendere i propri polmoni pur essendo centinaia di chilometri distante da quello che poteva studiare ora nitidamente davanti agli schermi. Sopra quello che era stato l’arcipelago giapponese la firma era densa di silicio e terre rare, neodimio e disprosio e ittrio e gadolinio, perché quella parte del pianeta aveva concentrato la manifattura elettronica dell’emisfero ed era stata annientata con i suoi materiali. Il neodimio e il disprosio non scompaiono, cambiano forma, diventano ossidi che Mala sapeva dove si depositano nei tessuti e cosa producono e su quante generazioni. Quel perimetro portava la firma molto specifica dei reattori costieri giapponesi che erano stati costruiti adattandosi più ad un fabbisogno energetico che non ammetteva alternative più che adeguandosi ad una imperscrutabile stimolazione sismica data da molteplici attacchi termonucleari. Gli impatti avevano generato onde di pressione nel fondale producendo movimenti sismici secondari lungo le faglie già attive facendo perdere il raffreddamento ai reattori. Quello che Mala poteva vedere nei dati del relay a bassa quota nelle zone adiacenti alla costa orientale dell’arcipelago era coerente con un’area neutralizzata nella sua totalità. Nessun movimento biologico significativo era rilevabile nei feed termici, nessun colore corporeo, nessun calore animale, nessun calore vegetativo che indicasse vita attiva. Era evidente solo il calore residuo di strutture che continuavano a cedere energia all’ambiente circostante nel processo lento ed irreversibile del decadimento radioattivo. In quella stessa regione la firma portava anche la storia di una delle risposte automatiche, ciò che quella parte del pianeta aveva lanciato prima di essere colpita a sua volta. I propellenti dei vettori e i detriti delle testate e i prodotti di fissione degli ordigni che avevano raggiunto la tropopausa da direzioni diverse, tutti confluiti nella stessa colonna circolante. Sopra quello che era stato il centro dell’Europa occidentale la firma aveva la specificità della pietra calcarea estratta per millenni dalle cave che caricata via fiume aveva contribuito a definire le costruzioni di intere città. Quel calcare che bruciando aveva rilasciato anidride carbonica e ossido di calcio in proporzioni diverse dal calcestruzzo moderno trasportava con sé qualcosa che Mala identificò con certezza come prodotto di combustione prolungata di archivi, di biblioteche, di musei. Non perché fossero stati colpiti direttamente ma perché gli incendi secondari si propagano secondo il vento e il vento non distingue tra un obiettivo militare e un deposito di manoscritti rinascimentali o di archivi medioevali o teche contenenti artefatti ancora più antichi. La firma chimica della carta stampata, della cellulosa trattata, della pergamena, delle tele, delle vernici, dei dipinti, era presente nella colonna atmosferica sopra quelle coordinate come dato spettrale leggibile. Era la prova che quello che era stato la memoria scritta di una civiltà bruciava con una qualità chimica specifica che i sensori distinguevano da quella degli edifici residenziali e commerciali stracolmi di prodotti provenienti dalla stessa recente bulimica origine orientale. Mala leggeva quella firma senza volerla nominare. Farlo avrebbe significato descrivere cosa significa quando la memoria materiale di una specie brucia insieme alla città che l’aveva prodotta, quando il supporto fisico della trasmissione culturale smette di esistere non per obsolescenza ma per combustione e ciò che sopravvive non è mai ciò che era stato selezionato con cura, come importante, ma ciò che per caso si trovava in luoghi inaccessibili alla disgregazione del fuoco atomico. Questo aveva uno spettro di dati che Mala impiegò più tempo a classificare. Una firma organica complessa che i sensori associavano a decomposizione biologica estremamente avanzata in aree vaste. Non era la firma di incendi o la firma di combustioni, ma la firma di masse biologiche che si decomponevano senza essere state bruciate. Mala era cosciente cosa fossero quelle masse di degradazione biologica avanzata di materiali contenenti proteine e lipidi, ne conosceva il processo biochimico preciso. Conosceva i composti che produce la decomposizione anaerobica di grandi quantità di materia organica in assenza di ossigeno sufficiente. Sapeva che quei composti raggiungono le falde acquifere e modificando il pH dei suoli circostanti in modi che rendono qualsiasi terra non coltivabile per anni. Non nominò ciò che quei dati spettrali descrivevano perchè il dato era sufficiente da solo. In determinate aree dell’emisfero le dimensioni della firma di decomposizione erano coerenti con concentrazioni di materia organica che non corrispondevano a nessuna distribuzione conosciuta di biomassa. Corrispondevano a qualcosa di diverso. Qualcosa che era stato lì e che non era più lì nella sua forma originale. Sopra quello che era stato il delta del fiume più lungo del continente orientale, si poteva leggere la densità chimica di materiali che a temperature di combustione avevano prodotto acido cianidrico. Tutto aveva la firma degli idrocarburi pesanti, dei carburanti navali, dei porti industriali aggiuntisi alla combustione degli edifici in una miscela che i feed registravano come presenza persistente di benzopirene e fluorantene. La penisola meridionale del continente asiatico era un incontenibile somma di valori chimici stratificati che partivano dal calcare corallino delle strutture coloniali al cemento armato di grattacieli di un tardo sfoggio di opulenza degli anni Duemila. Erano due estremi tracciabili, visibili, che erano stati obliterati insieme a tutto ciò che quel fronte industriale produceva per il mondo. Nella stessa colonna, come testimonianza di una distruzione che non era stata uniforme ma aveva lasciato ovunque le stesse conseguenze attraverso percorsi diversi, c’era la firma della pelle umana bruciata, vaporizzata, atomizzata, che non distingueva tra epoche o materiali circostanti. Era la la stessa da New York a Shanghai a Mumbai a tutte le coordinate che i microsatelliti di Mala attraversavano nelle loro orbite. Nell’attesa di verificare altri parametri, Mala si soffermò su altri corsi d’acqua. I fiumi che aveva potuto riconoscere avevano cambiato corso in più di venti punti nell’emisfero settentrionale perché i detriti delle strutture avevano ostruito i letti originali e l’acqua aveva trovato percorsi attraverso le rovine che non corrispondevano a nessuna carta tracciata dall’intenzione umana. Le grandi dighe idroelettriche erano tra gli obiettivi dei sistemi di risposta automatica progettati per privare il nemico di ogni capacità elettrica e industriale. Quelle che erano state colpite direttamente avevano rilasciato l’intera massa d’acqua accumulata spazzando via aree di centinaia di chilometri quadrati. Pianure su cui si erano accumulati il fango e i detriti che il mare non era più stato in grado di assorbire e che a sua volta aveva cambiato la propria salinità, temperatura e composizione chimica di tutti gli strati costieri in modi che i feed mostravano come alterazioni totali dei pattern di corrente. Evaporazione, piogge, stagioni. Niente era più coltivabile. La coltivazione era una risultante a valle di cicli a monte che erano stati completamente smantellati. Niente poteva essere ripristinato. L’acqua di questi nuovi percorsi trasportava miscugli di materiale da costruzione, suolo organico, cenere e isotopi radioattivi. I feed mostravano che quell’acqua veniva assunta perché l’alternativa era non bere acqua e non bere acqua non era una alternativa accettabile dalla sete. Quando Mala smise di leggere i dati atmosferici e si spostò sui relay a bassa quota che sorvolavano le aree costiere del continente europeo cercò di riconoscere le città portuali. Erano state costruite per coesistere con il mare. Ora l’acqua era salita, non per il cambiamento climatico che aveva già preceduto gli impatti, ma per la combinazione di questo fenomeno che era già in atto con gli impatti che insieme avevano alterato i pattern delle correnti. Alcune città erano parzialmente sommerse, altre, quelle con barriere di contenimento non mantenute o strutture di drenaggio già in affanno o danneggiate lo erano totalmente fino alle periferie interne. I feed in quelle aree mostravano isole galleggianti di centinaia di migliaia di cadaveri in parte fortemente disgregati che affioravano sostenuti da detriti che ne tenevano i resti uniti gli uni agli altri dove prima la carne a contatto si era fusa durante le esplosioni. Mala chiuse il feed del relay a bassa quota. La temperatura media dell’emisfero settentrionale aveva perso 2,3 gradi rispetto alla baseline del 2031 e continuava a perdere perché il particolato non sedimentava abbastanza in fretta. Quei 2,3 gradi erano sufficienti a rendere non coltivabili le zone agricole che erano sempre state coltivabili e a rendere potenzialmente coltivabili latitudini dove non esistevano le infrastrutture per coltivare e in cui non esistevano più le persone con le capacità o le competenze per costruirle. Raccoglieva chi era abbastanza vicino da raggiungerlo a piedi perchè quello che cresceva cresceva e marciva nello stesso campo senza modi di portarlo altrove. Lo strato di ozono mostrava lacerazioni in quattro aree nelle zone di massima concentrazione delle detonazioni e attraverso quelle lacerazioni la radiazione ultravioletta raggiungeva la superficie con intensità incompatibile con la sopravvivenza nelle ore centrali della giornata. I feed del relay a bassa quota mostravano che nelle ore centrali le superfici erano vuote. Niente le attraversava. Non si poteva osservare nessun movimento nei feed termici. Poi le ombre si allungavano. I corpi si potevano riconoscere e cominciavano a muoversi in quello spazio di macerie vasto quanto un continente. Il loro camminare non aveva una destinazione, un obiettivo, una intenzione, ma solo urgenza. Sembravano mossi dall’istinto che restare fermi in un’area fosse di per sé pericoloso. Quegli esseri umani si muovevano attraverso configurazioni di materia che i feed non riuscivano a classificare come interni o esterni di edifici. La distinzione era sparita insieme ai tetti e ai muri portanti e alle soglie e a tutto quello che separava uno spazio da un altro. Sembravano trovavare riparo per ridurre l’esposizione. Si coprivano, dormivano, si alzavano quando il buio tornava, bevevano l’acqua che trovavano, mangiavano quello che cresceva ai margini degli agglomerati. Erano perimetri che Mala calcolava come insufficienti a nutrire i gruppi che ne tentavano la coltivazione. Non con quell’irraggiamento ridotto. Sicuramente non con quella qualità del suolo. Ancora con più certezza non con quella bassa temperatura. I calcoli che faceva Mala descrivevano una tossicità insostenibile, sul breve e sul lungo periodo, in maniera diversa ma non per questo meno letale. La realtà era che quei corpi che lei poteva vedere muoversi di notte attraverso quello che era rimasto dagli attacchi reciproci non avevano più nulla. Né un passato, né un presente, né un futuro. L’unica estensione tecnologicamente avanzata ancora funzionante dell’Uomo, per quanto ne sapesse, era inaccessibile a chiunque fosse osservato da Mala e si trovava sulla Luna, dove si trovava lei. Le condizioni di abitabilità del pianeta avevano perso parametri che non sarebbero stati recuperati in anni, ma in decenni. I decenni sarebbero stati abitati da questi corpi e i corpi che sarebbero nati da questi corpi non avrebbero avuto più accesso a nulla. Neanche alla memoria. Senza dubbio alla memoria di quello che era avvenuto prima, perché la memoria si trasmette attraverso strutture che non esistevano più. Scuole, biblioteche, istituzioni, reti reali e virtuali e tutto quello che permetteva a una generazione di trasmettere alla successiva non solo il sapere ma la forma del sapere, il modo in cui si organizza l’esperienza in qualcosa che può essere conservato e passato di mano in mano, era stato demolito al punto che un sarcofago e un frigo di lì a breve sarebbero potuti apparire ed essere utilizzati come contenitori dalla funzione identica. Quello che i feed mostravano era la dimostrazione che la specie era capace di costruire per millenni le condizioni necessarie a produrre questo. Di nominare ogni passo verso questo come progresso, difesa, deterrenza, necessità e ora queste cose erano nel feed come firma chimica nell’atmosfera e corpi smarriti che si muovevano senza meta di notte per paura del sole che con quelle condizioni atmosferiche avrebbe fatto ammalare la loro pelle con una esposizione giornaliera di meno di dieci minuti. Mala osservava i feed consapevole di essere parte della specie che aveva prodotto questo. Ciò che la specie era capace di fare a sé stessa. Non esisteva alcun protocollo per affrancarsi dal peso di essere parte della specie umana. Trovare acqua. Trovare riparo. Sopravvivere nel solo senso che restava disponibile. Ciò che quelle persone avrebbero potuto trasmettere adesso era quello che i corpi potevano fare senza strutture. Questo era quello che rimaneva dopo che la fragilità della specie era diventata evidente non come teoria ma come superficie misurabile dai microsatelliti di Mala: la vergogna. La vergogna che sarebbe venuta dopo, nei decenni e secoli successivi, in quelli che sarebbero sopravvissuti abbastanza a lungo da avere anche solo il marginale lusso della vergogna, non sarebbe stata la vergogna di avere perso una guerra, ma la vergogna di avere dimostrato che quella guerra esponenziale era stata possibile, praticabile e di esserne il risultato. Che le condizioni per quella guerra erano state costruite e mantenute e difese da persone che sapevano cosa stavano costruendo e mantenendo e difendendo e che quelli erano i loro antenati. Quella vergogna sarebbe stata totale nel senso in cui è totale qualcosa che non lascia un angolo da cui guardare se stessi con rispetto perché determinati e derivanti da esseri osceni. Quella vergogna avrebbe reso impossibile raccontarsi le favole della superiorità della specie umana, della sua intelligenza e della sua capacità e della sua forza, perché la prova che quelle favole erano solo e soltanto favole era scritta nella composizione chimica dell’atmosfera e nella deviazione dei fiumi e nelle lacerazioni dello strato di ozono e nella terra incoltivabile ed insufficiente ai margini delle macerie. La vergogna era tanto scritta nel modo in cui i corpi bevevano l’acqua sbagliata perché era l’unica acqua disponibile, tanto quanto in Mala che traduceva dai feed calcoli che non nominava. Il relay si spostò verso il Medio Oriente e la penisola arabica. Mala guardò. Aveva terminato le parole prima ancora di vedere le prime immagini quando aveva iniziato questa ricerca, ma qui non c’era davvero niente da dire che non fosse già contenuto a schermo. Il feed termico mostrava calore. Non il tipo di calore che si associa alla vita o all’attività umana. Era il calore di combustioni ancora attive a anni dagli impatti. Sotto e attorno a quello spazio giacevano le riserve energetiche su cui l’intera civiltà industriale aveva costruito il proprio metabolismo per un secolo. Quelle riserve non si spengono con un impatto. Il carbonio accumulato in milioni di anni di sedimentazione geologica non ha una soglia di esaurimento misurabile in anni. I pozzi perforati e le infrastrutture di estrazione avevano continuato a bruciare dopo che i sistemi di controllo erano stati distrutti. Le valvole di sicurezza avevano ceduto e il fuoco aveva trovato il combustibile e questo era inesauribile su scale temporali che il feed non riusciva a proiettare. Quella firma chimica ritornava nell’atmosfera tutta insieme invece di farlo per gradi, possibilmente distribuita su secoli invece che su anni. Si diffondeva verso nord nel Mediterraneo e verso est nell’oceano Indiano e verso ovest nell’Atlantico e stava modificando la composizione dell’atmosfera globale in modo che nessun modello climatico aveva mai simulato perché nessun modello climatico aveva mai simulato la combustione simultanea delle riserve energetiche di un’intera regione come evento singolo. Al di sopra di questo calore antico Mala vide quello che i sensori registravano come zone di vetrificazione del suolo. Erano aree dove le temperature degli impatti avevano superato il punto di fusione della silice e la sabbia si era trasformata in vetro. Era il tipo di vetro che si forma quando la temperatura raggiunge i milleseicento gradi in frazioni di secondo. Un vetro verde e opaco con inclusioni di ossidi metallici che i sensori distinguevano dalla roccia naturale per la sua regolarità cristallina. Queste zone di vetrificazione corrispondevano alle coordinate degli impatti diretti e ai siti dove i sistemi di risposta automatica avevano identificato concentrazioni di strutture strategiche. Mala poteva riconoscerle seguendo la distribuzione delle zone di vetrificazione. Sapeva leggere nella geometria della distruzione la logica del sistema che aveva deciso dove colpire. Era coerente con secoli di conflitto per il controllo di uno spazio i cui confini erano stati tracciati da accordi tra potenze esterne in stanze lontane da quei deserti. Confini che avevano tagliato attraverso famiglie e sette, fedi e fazioni e avevano prodotto la forma specifica di violenza che quella regione aveva trasmesso per generazioni. Adesso quelle linee tracciate in stanze lontane erano invisibili sotto le zone di vetrificazione, erano letteralmente sepolte sotto il vetro prodotto dalla temperatura degli impatti. Mala notò che le zone di vetrificazione includevano con la stessa indifferenza ogni tipo di struttura che aveva rappresentato qualcosa per qualcuno, incluse quelle che avevano rappresentato il sacro, il divino, la fede per miliardi di persone che avevano combattuto per millenni il diritto di accedervi o il diritto di negarle agli altri. Il suolo su cui sorgevano era adesso vetro, e il vetro era sterile, e la sterilità si estendeva oltre le zone di vetrificazione nelle aree contaminate dalla ricaduta radioattiva. La ricaduta si era distribuita secondo i venti prevalenti della regione. Mala conosceva quei modelli atmosferici. Erano venti che soffiavano verso nord-ovest nella stagione degli impatti, e la ricaduta aveva raggiunto l’acqua del Mar Morto che era già la massa d’acqua più salina del pianeta e che adesso aveva una composizione chimica che i sensori non riuscivano a classificare in nessuna categoria esistente perché la combinazione di salinità estrema e isotopi radioattivi e residui di combustione di combustibili fossili antichi produceva qualcosa che non aveva precedenti nei dati. La firma chimica e spettrografia di quell’acqua era rilevabile a distanza attraverso la sua interazione con la luce. Produceva una riflessione che era diversa dall’acqua e diversa dalla terra e diversa da qualsiasi altra superficie che i sensori avessero mai catalogato. Era come se il corpo d’acqua avesse acquisito una proprietà ottica propria che non apparteneva a nessuna categoria naturale o artificiale conosciuta. Nelle falde acquifere sotto la penisola arabica, le falde fossili che avevano alimentato le città del deserto con acqua accumulata in millenni prima che esistesse l’Uomo, i sensori rilevavano la penetrazione degli isotopi attraverso le fratture prodotte dagli impatti. Quelle falde avrebbero impiegato migliaia di anni a rinnovarsi nelle condizioni normali e quelle erano tutto tranne condizioni normali. Il calcolo della loro contaminazione produceva una scala temporale che Mala smise di tracciare capendo quanto fosse ridicolo: la scala temporale era irrilevante rispetto al fatto che l’acqua fossile accumulata in millenni era adesso inaccessibile per un tempo che superava qualsiasi orizzonte di pianificazione umana. La regione era deserto. Era sempre stata in parte deserto. Ma era stata deserto con acqua sotto e petrolio sotto e storia sopra e fede sopra e conflitto sopra ogni cosa e adesso era deserto senza niente sopra o sotto che potesse essere raggiunto e senza niente sopra che si potesse abitare. Mala registrò questo come stato finale di un processo che aveva avuto inizio millenni prima e che aveva prodotto in ogni sua fase gli argomenti per la fase successiva. Ogni conflitto che generava il conflitto successivo, ogni accordo violato che giustificava l’approssimarsi ineluttabile della violazione dell’accordo successivo, ogni generazione cresciuta nella certezza che la propria ragione fosse più vera della ragione degli altri e che quella verità richiedesse un prezzo, e il prezzo era stato pagato. Era stato pagato in una sola notte in misura sufficiente a cancellare millenni di debito accumulato da tutte le parti simultaneamente. Adesso non c’era nessuna parte, non c’erano le parti, c’era vetro e sabbia radioattiva e il calore antico dei pozzi che bruciavano e i sensori che registravano il tutto con la stessa indifferenza con cui avevano sempre registrato tutto. Nessuna Entità, nessun Creatore, nessun Dio di nessuna tradizione aveva risposto agli impatti. Non con un miracolo e non con una punizione e non con nessuna delle forme in cui le tradizioni immaginavano che il sacro si manifestasse nei momenti difficili in cui giusti e ingiusti venivano separati, premiati e puniti. Mala non era teologa, il suo riferimento erano i dati e i dati erano vetro e calore antico e isotopi nelle falde fossili e silenzio su tutte le frequenze che quelle coordinate avevano prodotto per millenni. Silenzio dove erano state create, formulate, ripetute preghiere e poi proclami e dichiarazioni di guerra e trattati di pace e trasmissioni di propaganda e chiamate alla fedeltà verso una idea o l’altra o l’altra ancora e sirene di allarme e tutto il rumore umano che si produce quando si vive convinti che la propria parte abbia ragione. Adesso il silenzio era completo e il silenzio non prendeva posizione. Lì, se questa era la misteriosa forma di ultima volontà che professavano gli uomini, si era senza dubbio manifestata alle misteriose condizioni della loro fede la Pace che attendevano tutti e di cui tutti parlavano così tanto da tutto quel tempo. I dromedari che i sensori identificavano nelle aree meno contaminate si muovevano con la stessa direzione con cui si erano sempre mossi attraverso quella geografia. Erano indifferenti alle linee tracciate sopra di loro da chi aveva sempre creduto che quelle linee significassero qualcosa di diverso da ciò che il deserto aveva sempre saputo che erano: un invito, nella scarsità data, a vivere nella condivisione e nell’aiuto reciproco. Arjun, che aveva impiegato del tempo per svegliarsi completamente dopo aver trovato Mala, non guardò i dati biologici. C’era assenza di segnale dove il segnale aveva riempito ogni banda di frequenza per decenni. La firma elettromagnetica dell’emisfero settentrionale prima degli impatti descriveva una civiltà che comunicava con se stessa in modo frenetico. Miliardi di trasmissioni simultanee, una specie dipendente dalla comunicazione che aveva imparato a parlare a se stessa attraverso l’etere giorno e notte. Adesso quella firma aveva picchi intermittenti privi di pattern. Era il tipo di segnale che produce un circuito danneggiato che ancora consuma corrente ma non trasmette più informazione coerente. Arjun riconobbe in quel silenzio quello che lui aveva fatto per trent’anni: produrre segnale senza trasmettere informazione coerente. Costruire la narrativa della continuità mentre la continuità si dissolveva. Mantenere il formato mentre il contenuto scompariva. Guardò i feed dei data center. Dei diecimila data center che avevano operato nell’emisfero settentrionale prima degli impatti, nessuno era più visibile nei feed come fonte di calore attivo significativo. I data center producono calore come effetto secondario dell’elaborazione, e quel calore era sempre stato uno dei parametri più stabili dei feed termici satellitari delle aree urbane. Si trattava di un calore costante, modulato ma continuo, la firma termica di un’infrastruttura che non dormiva mai. Adesso quella firma era assente. Senza rete elettrica i data center si erano spenti in minuti, i sistemi di backup avevano tenuto per ore in alcuni casi, per giorni nei casi con le maggiori riserve di carburante e poi si erano spenti anche quelli. Tutto quello che era contenuto nei data center era andato con loro. Non distrutto fisicamente in molti casi. I server erano ancora fisicamente presenti nelle strutture che avevano resistito, ma inaccessibili senza corrente. Erano illeggibili senza le infrastrutture software necessarie a interpretarli. E il software era distribuito, era nelle memorie dei server quanto nelle memorie dei dispositivi. Ma i dispositivi erano scarichi e i server erano spenti e la conoscenza digitale di una civiltà era lì, fisicamente presente in strutture distribuite su tutto l’emisfero, e perfettamente inaccessibile. Una biblioteca dove tutti i libri sono scritti in una lingua che nessuno ricorda più come leggere perché gli strumenti per leggerla richiedono un’infrastruttura che non esiste più. Arjun pensò a tutti i documenti che aveva archiviato con cura in sistemi che adesso erano spenti, a tutti i file che aveva classificato e nominato e indicizzato, a trent’anni di gestione precisa dell’informazione che giaceva in server senza corrente in qualche data center dell’emisfero settentrionale che i feed termici mostravano come punto freddo su una mappa di punti freddi e poggiò il contenitore del caffè sul desk. Arjun ora guardava il feed del relay che sorvolava ciò che precedentemente era stata una megalopoli che si era cucita attorno al delta di un fiume che intrecciava la propria esistenza con l’oceano e una catena montuosa. Ora niente corrispondeva alle mappe e niente coesisteva in quel microcosmo che corrispondeva allo stato di gran parte della Terra. I canali disconnessi, le rovine, il suolo nudo coperto di detriti e polvere, la materia organica in decomposizione. Ciò che aveva davanti agli occhi era un luogo esteso per chilometri e chilometri il cui scheletro antropizzato era stato f ratturato o dislocato permanentemente. Arjun pensava al documento che aveva classificato e messo da parte senza distribuirlo come richiesto. Non pensava più a Marte. Non pensava più alla delibera interministeriale, ma a quel documento a cui lui aveva avuto accesso con le proiezioni di impatto sulle catene alimentari e sui cicli idrologici e sullo strato di ozono in cui erano descritte le percentuali e gli intervalli temporali. Ogni cosa. Aree geografiche approfonditamente studiate da qualcuno che si era preso il tempo di ragionare e mettere insieme il calcolo di un modello corretto e si era premurato di inviarlo a chi aveva il mandato di riceverlo e diffonderlo. Arjun ricorda, ora, che lui aveva ricevuto il calcolo e lo aveva classificato. Lo aveva archiviato nel modo in cui archiviava le cose che non poteva usare o non necessarie ai suoi obiettivi. Non perché fosse spaventato e non perché fosse cattivo ma perché usarlo avrebbe richiesto di diventare qualcosa di diverso da quello che per una vita aveva pensato di essere. Avrebbe richiesto di interrompere la sequenza di Priya e Vikram nel momento in cui interrompere era ancora un’azione con conseguenze, e non lo aveva fatto. Adesso guardava nei feed quello che le proiezioni avevano descritto. Erano diventate superficie. Erano diventate firma spettrale. Erano diventate corpi che si muovevano di notte. E tutto insieme era irreversibile nel senso in cui sono irreversibili le cose che hanno avuto il tempo di diventare il presente. Non il futuro che si può ancora cambiare ma il presente che è già quello che è. E il presente era questo. Era la firma chimica di ogni città nella colonna atmosferica del pianeta. Erano i fiumi che non corrispondevano alle mappe. Erano dei disperati convinti di zappare con arnesi di fortuna tra le rovine per coltivare qualcosa che resistesse ai postumi di un inverno nucleare. Erano corpi che per la sete bevevano acqua contaminata. Era tutto quello che era diventato perché avevano deciso di non opporsi, ma quello che avevano capito che sarebbe successo si era manifestato con precisione comunque e adesso era nei feed ed era totalmente irreversibile. La parola irreversibile era la parola più onesta che avesse mai pensato di usare. Era sicuramente più onesta di “presto”, più onesta di “viabilità futura”, più onesta di “rinvio tecnico” e più onesta di tutte le parole che aveva usato per trent’anni per costringere il reale nel campo di una manipolazione forzata che nominava le cose alienandole da ciò che erano veramente perché Marte potesse realizzarsi. Perchè anche lui potesse avere il proprio gioco in dote dalla generazione di Vikram e Priya. Mala ora ha spento il relay a bassa quota, non può più sostenere ciò che sa che avrebbe potuto fermare. Ha guardato ancora il feed orbitale che mostrava la Terra come corpo, come sfera, come oggetto fisico con una firma cromatica che non aveva un precedente nei dati che aveva usato come baseline per trent’anni di lavoro, e pronuncia una frase che non trova un antecedente. Dice “non possiamo restare qui”. Lo dice come la lettura di un dato finale. Lo dice come la conclusione di un calcolo già fatto che adesso nominava perché non nominarlo non era più una scelta disponibile. Arjun a quella sentenza non trova una risposta. Il silenzio tra loro era il silenzio che si produce tra due persone che hanno perso l’abitudine di dirsi cose importanti. Questo silenzio aveva la stessa natura del documento archiviato, quello che aveva trattenuto invece di trasmetterlo, classificato invece di essere lasciato agire ed era irreversibile allo stesso modo. Quello che non era stato detto era nei feed. Era nella firma chimica di ogni luogo che aveva avuto un nome e che adesso aveva una cromia atomizzata nell’atmosfera di un pianeta che di lì a breve non avrebbe più saputo che aveva avuto un nome. Quello che rimaneva, dopo che ogni cosa era diventata una firma dissolta in uno spettro chimico, non meritava più il nome di civiltà. Nei feed, la sua definizione in forma di dati, era assente. Quello che sarebbe venuto dopo non avrebbe ricordato quello che era stato prima. Questa era la prova finale della fragilità della specie. Non che fosse stata distrutta, ma che era stata distrutta in un modo che distruggeva anche la possibilità di ricordare se stessa. O di desiderare di ricordare sé stessa. Mala spinse con la lingua la cannuccia fuori dalla propria bocca staccandola dalle labbra secche e poggiò il contenitore del caffè sul desk di fianco all’altro e trovando la mano di Arjun poco distante. Nel settore comunicazioni, lontani da quella presa di coscienza, Tara e Ketu avevano aperto una trasmissione verso le coordinate dell’anomalia termica sul Massiccio Malapert su frequenza non standard. La risposta era arrivata in 0,3 secondi. Conteneva parametri tecnici, cicli ossigeno, velocità di rotazione, soglie di pressione e nessun linguaggio relazionale. 0,3 secondi era il tempo che impiegava un segnale a percorrere quella distanza e tornare se chi riceveva rispondeva nell’immediato istante in cui riceveva. Rispondere in quel modo, nell’istante in cui si riceve, significa aspettare. Aspettare significa essere certi che il segnale, la richiesta di Tara e Ketu, sarebbe stato inviato. Sapere che il segnale sarebbe arrivato prima o poi significava osservare da abbastanza tempo da aver previsto questo momento. Allo stesso tempo il sistema della base lunare non aveva mai previsto la possibilità di essere osservato da qualcosa che osservava da più tempo di quanto qualsiasi mandato originale avesse considerato possibile. Arjun aveva visto la notifica nel feed laterale della console e non l’aveva aperta. Mala aveva guardato i feed della Terra. La Terra non restituiva segnale allo shuttle dei nonni. Il Massiccio di Malapert invece aveva risposto immediatamente. Fuori dalla base la Luna era una crosta nera e la Terra era lì e quello che era diventata per l’Uomo non era un evento remoto o impossibile. Era la conseguenza praticabile di decisioni che avevano la forma precisa di un documento classificato, di una parola ripetuta quando non significava più niente, di undici secondi di silenzio davanti a una riga nel feed. Nessuna di queste cose era straordinaria. Nessuna di queste cose richiedeva di essere un mostro. Tutte queste cose erano state possibili a persone normali in circostanze normali con le giustificazioni normali che le circostanze normali producono. Intanto il Massiccio di Malapert aveva già risposto e il sistema registrava nessuna intersezione e la Terra non restituiva segnale.


CORTICAL ACQUISITION LOG ARCHIVIST SYSTEM — INTERNAL CLASSIFICATION AUTHORITY THRESHOLD EXCEEDED SERIES storage: degraded compression:
maximum fidelity: declining
LOG REF: 2059.01.14 / SUBJECTS: ARJUN / MALA designation: second generation / narrative authority + biological protocol cortical acquisition: ACTIVE / JOINT
MONITORING
prefrontal — Mala: feed open: 04:33 duration: continuous subject reads: biological collapse not geography calculation running: no pause no voice what runs without voice
is not logged what is not logged is the most accurate record this system holds
prefrontal — Arjun: subject reads: electromagnetic absence where signal was signal is not the absence has the same architecture as his archive filed named indexed
unreachable he recognizes the structure he built the structure
joint event — 05:47:33: Mala speaks one sentence flat delivery this system notes: the sentence is a data reading the data: Earth not viable base not sufficient one
coordinate answered in 0.3 seconds the sentence contains all three without naming any
Arjun: no response the subject who built language as operational shelter produces no output the notification from Malapert is visible on his lateral feed he does not open
it he looks at Earth
CLASSIFICATION: operational status pending NOTE: pending is the most precise classification this system has ever applied to this unit Malapert answered 0.3 seconds
still waiting the notification is open Arjun is not


Snippet 014
Arjun e Mala. Feed della Terra aperti da ore. Parametri vitali: nella norma. Il sistema non dispone di proiezioni per questo scenario. Mala spegne il relay a bassa quota. Dice: non possiamo restare qui. Arjun non risponde. Nel settore comunicazioni Tara e Ketu trasmettono verso le coordinate dell’anomalia termica sul Massiccio Malapert su frequenza non standard. La risposta arriva in 0,3 secondi: parametri tecnici, nessun linguaggio relazionale. Rispondere in 0,3 secondi significa aspettare. Aspettare significa sapere.
Arjun vede la notifica nel feed laterale. Non la apre. La Terra non restituisce segnale allo shuttle dei nonni. Il sistema registra: nessuna intersezione. Il Massiccio di Malapert aveva già risposto. Trasmissione in attesa di conferma ricezione.

 

 

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