Il lavoro di Chiara Sibilla parte dal suono, ma non si ferma solo all’ascolto. Gli strumenti musicali diventano materia da modificare, dispositivi da mettere in relazione con il corpo, con lo spazio e con gli altri, oggetti capaci di perdere la propria funzione senza perdere la propria identità e storia.
È un modo di lavorare sul confine tra musica e arte, dove anche un flauto, un pianoforte o un’ocarina possono diventare strumenti di conoscenza. Nella sua ricerca entrano la storia familiare legata alla musica, il rapporto tra suono e logos, l’identità come processo e la necessità di mettere continuamente alla prova ciò che sembra acquisito. Temi che ritornano nella mostra LaLaLaLaLaLaLa. Identity tests da Amy-d e in lavori come The Band Project, oggi riletti anche alla luce dell’intelligenza artificiale. Abbiamo ascoltato Chiara Sibilla che ci ha raccontato di questo passaggio dalla musica alla materia, degli strumenti che diventano opere e delle relazioni che queste trasformazioni producono. Una conversazione che attraversa il suono, l’identità, la pratica artistica e quella particolare idea di estetica intesa non soltanto come forma, ma come esperienza e conoscenza sensibile.LA COVER
L’INTERVISTA
Il suono nel tuo lavoro non è quasi mai da ascoltare semplicemente: viene deformato, ostacolato, moltiplicato, reso fisico. Quando hai iniziato a pensare al suono come una materia da manipolare anziché come un linguaggio musicale?
L’idea del suono come materia mi accompagna già dagli ultimi anni del liceo artistico, un periodo che ha coinciso con la vendita del negozio di strumenti musicali della mia famiglia. È stato proprio quel passaggio a spingermi a interrogarmi sul rapporto tra suono, materia e identità, fino a far diventare questa riflessione una parte centrale della mia ricerca artistica durante gli anni all’Accademia di Brera. Alla base c’è sicuramente il forte bagaglio musicale della mia famiglia, insieme al desiderio di aggiungere qualcosa di mio a questa eredità. Ho iniziato così a pensare alla musica non soltanto come qualcosa da ascoltare, ma come una materia da poter trasformare, manipolare e rendere tangibile. In questo modo cerco, a mio modo, di portare avanti la tradizione familiare attraverso un linguaggio diverso, quello dell’arte contemporanea. Forse, a dirla tutta, suonare uno strumento in modo tradizionale non mi ha mai interessato quanto smontarlo, destrutturarlo e scoprire cosa potesse diventare una volta liberato dalla sua funzione originaria.

Parli di un suono-materia che coincide con la parola, con il logos. Ti interessa il momento in cui un suono smette di essere soltanto suono e diventa significato, oppure ti interessa proprio sabotare quel passaggio?
Io intendo il mio suono come “logos” nel senso di una rielaborazione e umanizzazione del “suono originale”, del “primo suono” della cosa ancora in potenza. È un processo attraverso il quale il suono viene trasformato in una relazione tra storie, esperienze e significati. Mi interessa quindi quel momento di passaggio in cui qualcosa di intangibile si materializza, ma senza fissarsi definitivamente in una forma o in un significato. È una sorta di stato di stasi apparente, dal quale l’opera può continuamente riattivarsi in modo diverso. L’oggetto viene così svincolato dalla propria funzione originaria e, proprio per questo, acquista nuove possibilità di relazione e di interpretazione. In questo senso non sono tanto interessata a sabotare il passaggio dal suono al significato, quanto a renderlo instabile, aperto e continuamente trasformabile. Forse è proprio lì che il suono smette di essere soltanto suono e comincia a raccontare qualcosa che prima non era ancora stato detto.
Il titolo LaLaLaLaLaLaLa della tua nuova mostra da Amy-d a Milano sembra partire dalla forma più elementare della vocalità, da qualcosa che precede la parola e quindi anche l’identità. Perché hai scelto di affiancargli “Identity tests”? Che cosa viene realmente sottoposto a test: L’identità dell’artista, quella dello spettatore o quella delle opere?
L’identità, per me, è qualcosa di continuamente mutevole: cambia quella degli altri, così come cambia la mia. In questa mostra convivono due dimensioni apparentemente opposte. Da una parte c’è un’identità più certa, legata alla famiglia, all’appartenenza e alla storia da cui provengo; dall’altra ce n’è una più incerta e trasformativa, legata al desiderio di cambiamento, di sperimentazione e di creare qualcosa di nuovo. Gli strumenti diventano in questo senso una sorta di ponte tra queste due dimensioni: portano con sé una storia e una funzione precise, ma possono essere trasformati, destrutturati e ricomposti per diventare altro. È proprio in questo spazio di trasformazione che si collocano gli “Identity tests”. Quindi sì, i test sono innanzitutto quelli dell’artista: metto alla prova la mia stessa identità, cercando di capire quanto di ciò che sono appartenga alla mia storia e quanto, invece, possa essere trasformato. Ma questi test inevitabilmente si riflettono nelle opere, che diventano una sorta di specchio di questo processo.
Molte tue opere nascono dalla trasformazione di strumenti musicali. Un flauto a quattro mani, un pianoforte monotasto, un’ocarina azionata da una pompa. Cosa accade quando uno strumento perde la propria funzione originaria? Diventa un altro oggetto o diventa più evidente ciò che uno strumento è sempre stato: un dispositivo che mette in relazione corpi?
Lo strumento rimane quello che è sempre stato. Non a caso, nei tre esempi che hai citato, il nome dello strumento rimane invariato anche nel titolo dell’opera: ciò che cambia non è la sua identità, ma la sua potenzialità. La descrizione aggiunge quindi una nuova possibilità d’azione, un nuovo modo di entrare in relazione con lo strumento e, soprattutto, con gli altri. La relazione tra i corpi e tra le persone è infatti un tema centrale della mia ricerca. Nei flauti, per esempio, lo scambio di fiato diventa qualcosa di estremamente intimo: per poter suonare insieme è necessario affidarsi all’altro, coordinarsi e trovare una sorta di fiducia reciproca. Lo strumento diventa così un dispositivo attraverso cui la relazione non viene semplicemente rappresentata, ma accade fisicamente. Nel pianoforte, invece, entra in gioco il tema della pratica. La nota del La rappresenta per me l’inizio di un percorso, ma anche il tentativo di non accomodarsi mai su un risultato semplicemente soddisfacente. La pratica diventa quindi una forma di relazione: con lo strumento, con il proprio corpo, con il tempo e con la possibilità di continuare a trasformare ciò che si è già raggiunto. Nell’ocarina, infine, mi interessa soprattutto la frizione tra il suo immaginario: fragile, arcaico, primordiale e la sua nuova natura meccanica. È proprio questa contraddizione a generare una nuova tensione: lo strumento rimane riconoscibile, ma il modo in cui agisce e viene percepito cambia completamente. In fondo, non mi interessa tanto trasformare lo strumento in un altro oggetto, quanto metterlo nelle condizioni di rivelare possibilità che nella sua forma originaria erano già presenti.

Con “The Band Project” crei una band spettrale guidata da algoritmi e assenza di talento. Si può criticare il vuoto dell’industria culturale usando esattamente la stessa merce che produce?
Certo. Non penso di essere stata né la prima né l’unica a utilizzare gli stessi strumenti di ciò che si vuole criticare. Anzi, credo che proprio questa coincidenza renda la critica più ironica, quasi uno scherno. Con The Band Project mi interessava portare alle estreme conseguenze questa logica: una band costruita attraverso algoritmi, priva di un vero talento, ma perfettamente inserita nei meccanismi dell’industria musicale. Il cortocircuito nasceva proprio da questo. Oggi, però, il progetto è diventato in parte obsoleto: l’utilizzo dell’IA nella produzione musicale è ormai ampiamente sdoganato e ciò che allora appariva come una provocazione è diventato una possibilità concreta. In qualche modo, la realtà ha raggiunto l’opera. E forse è proprio questo il paradosso più interessante.

Vorrei tornare al concetto di “Identity tests”. Se dovessi sottoporre oggi la tua stessa ricerca a un test, quale domanda le faresti? E quale risposta speri di non ottenere?
Dipende dal tipo di test, mi sa. La mia è una ricerca artistica molto personale, quindi non parte necessariamente da domande precise e non sento il bisogno di sottoporla continuamente a delle verifiche. È un processo che si sviluppa attraverso la pratica e che può contenere contraddizioni o verità legate a esperienze e realtà molto specifiche. Più che sapere dove arriverà, sono curiosa di vedere come continuerà a trasformarsi. Mi auguro che nel tempo possa diventare una ricerca sempre più approfondita, sia dal punto di vista teorico e tecnico, sia da quello umano ed empatico. Non cerco quindi una risposta precisa, ma la possibilità di continuare a svilupparla senza chiuderla in una definizione.
Cosa è per te l’estetica?
È difficile per me definire cosa sia l’estetica, una disciplina così ampia e approfondita. Mi piace però riconoscerla nell’idea baumgartiana del “bel pensare”, dove l’estetica diventa una vera e propria scienza della conoscenza sensibile. Mi interessa proprio questa concezione dell’estetica come qualcosa che non riguarda esclusivamente l’arte, ma l’intera esperienza sensibile: una forma di conoscenza che non è necessariamente logica o definita, ma può essere confusa, aperta e possibile. È una modalità di pensiero in cui riconosco molto anche la mia ricerca: mi interessa ciò che non è completamente definito, ciò che può assumere significati diversi e che lascia spazio all’esperienza e alla possibilità.

Ritratto di famiglia
2026
Olio su tela,
205×285 cm.
Se le tue opere avessero una colonna sonora, quale canzone sceglieresti?
Probabilmente Mii Channel Theme, composta da Kazumi Totaka. È un brano allegro e minimalista, con influenze di bossa nova e jazz, e penso che sarebbe la colonna sonora più adatta perché accompagna la creazione dei Mii, i personaggi che ciascun giocatore può costruire e personalizzare sulla Wii. In questo senso trovo che il brano sia particolarmente adatto anche alla mia ricerca sul tema dell’identità. E poi, molto semplicemente, mi ricorda la mia infanzia, quindi ha per me anche una componente fortemente affettiva.
C’è un desiderio artistico che non hai ancora realizzato?
Poter pagare adeguatamente chi mi aiuta nei progetti e i miei performer!
Cosa ti fa battere il cuore?
Fare cose nuove, avere accanto persone entusiaste che alimentano il mio stesso entusiasmo e lo scambio di affetto e di energia che nasce tra me e gli altri: il bene che do e quello che ricevo.
L’ARTISTA
Chiara Sibilla, nata a Milano il 17 febbraio 2003, consegue il diploma di primo livello in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
La sua ricerca si concentra sulla modellazione del suono come materia fisica con un’autonomia propria, svincolata dalla funzione originaria.
Attraverso la sua pratica, attiva dinamiche relazionali e identitarie che mettono in discussione strutture linguistiche, gerarchie e codici espressivi.
Il suono, privato della sua utilità convenzionale, si apre così a nuove possibilità formali narrative, diventando spazio di relazione tra elementi differenti e luogo di emersione di potenzialità latenti.
https://www.instagram.com/siibiilla/
LA MOSTRA
LaLaLaLaLaLaLa , identity test, personale di Chiara Sibilla al suo primo show nella galleria Amy-d di Milano.
L’esposizione, arricchita da un testo critico di Jacopo Uberti, e Davide Masciandaro nel doppio ruolo di regista e direttore tecnico, è una relazione dinamica tra spazio, strumenti, opere e persone, in dialogo tra le connotazioni materiali, scultoree, architettoniche e relazionali delle opere con la natura immateriale dei suoni al confine tra arte visiva e azione performativa sonora.
Attraverso le sue opere, l’artista invita a riflettere sul valore educativo della musica e delle nuove tecnologie in relazione a temi come espressione, identità, consapevolezza. Attraverso installazioni, ambienti acustici e performance collaborative, Chiara Sibilla è promotrice di sperimentazioni capaci di ampliare il concetto di ascolto e porta avanti una costante ricerca sulle modalità in cui l’alterazione di uno strumento assorbe il suono e lo restituisce con sfumature inattese
LaLaLaLaLaLaLa Identity tests Dal 02 al 20 settembre Performance 09 settembre ore 18.30
Amy-d Arte Spazio Via Lovanio, 6, 20121 Milano MI


