Nina Beier, The Guardians Ph. Credit MyBossWas, Credit Installation view Pinacoteca Agnelli Torino

Pinacoteca Agnelli | Pista 500. L’opera “The Guardians” di Nina Beier

La Pinacoteca Agnelli, a un mese dall’inaugurazione del suo nuovo corso, inaugura una nuova installazione sulla Pista 500: The Guardians, dell’artista danese Nina Beier.

La programmazione di Pinacoteca Agnelli, che si estende fuori dagli spazi del museo, continua ad arricchire la Pista 500 con un percorso espositivo sorprendente: installazioni artistiche e ambientali dialogano inaspettatamente con l’architettura, il paesaggio e i simboli di un luogo emblematico di Torino. La storica pista utilizzata dalla fabbrica FIAT per il collaudo delle auto sul tetto del Lingotto e la sua rampa di accesso sono aperte al pubblico attraverso un progetto artistico che entra in relazione con il giardino pensile realizzato da FIAT.

Il 28 giugno si aggiunge l’opera di Nina Beier alle installazioni già visibili sulla Pista 500 di VALIE EXPORT, Sylvie Fleury, Shilpa Gupta, Louise Lawler, Mark Leckey, Cally Spooner. Alcune opere si misurano con l’eredità del Lingotto per esplorare le implicazioni sociali, culturali e politiche della sua trasformazione. Altre avviano una riflessione sul monumento, confrontandosi con la tradizione della storia dell’arte e con i simboli ancora presenti negli spazi pubblici delle nostre città. Alcuni dei lavori esposti complicano, infine, gli immaginari tradizionalmente maschili legati alla fabbrica e all’automobile, portando prospettive plurali in un luogo storicamente connotato da iconografie e narrazioni fatte da uomini.

L’INSTALLAZIONE

Nell’installazione The Guardians di Nina Beier (1975, Danimarca), commissionata e prodotta da Pinacoteca Agnelli per la Pista 500, cinque leoni monumentali, spogliati della loro funzione di ornamento architettonico, sembrano riposare, tornando alla loro condizione selvatica. I leoni di marmo sono il prodotto di una lunga ed estesa storia culturale: questo motivo antico ha viaggiato per millenni, dalla Grecia all’India, alla Cina e all’Italia, assumendo nuove forme e significati lungo il suo percorso. Nella cultura occidentale, il leone di marmo è finito per diventare una rappresentazione del potere, posizionato ai piedi dei monumenti come simbolo di autorità, oppure sulla soglia degli edifici, a segnalare il confine tra proprietà privata e spazio pubblico. L’installazione The Guardians suggerisce la possibilità che i guardiani leonini possano lasciare i loro posti designati e invadere nuovi spazi.

Dialogando con l’archeologia industriale dell’ex fabbrica Fiat del Lingotto, Nina Beier propone una riflessione sulla vita dei monumenti dopo che hanno perso la loro funzione originaria. Nel branco di leoni orchestrato da Beier, iconografie tradizionali del potere incontrano caratteristiche formali prese in prestito da ambiti disparati, che vanno dai film Disney ai cani Foo cinesi, svelando la logica collettiva che sta dietro alla produzione delle nostre merci e la stratificazione di immaginari che custodiscono. L’installazione si relaziona con lo statuto artificiale e allo stesso tempo naturale della Pista 500, testimoniando l’illusione umana di dominare la natura e la goffa trasformazione dei simboli quando sono spinti attraverso i mercati globali contemporanei.

Nina Beier crea sculture, installazioni e performance che rivelano la stratificazione di storie culturali e sociali contenute negli oggetti che ci circondano. Lavorando a partire da un’ampia varietà di oggetti trovati, la pratica multimediale di Beier decontestualizza i simboli culturali, per indagare come diverse modalità di rappresentazione possano influire sulla nostra esperienza di uno stesso oggetto.

LA PISTA

La Pista 500 è un polmone verde a 28 metri di altezza con più di 40.000 piante di oltre 300 specie autoctone diverse. Il progetto di riconversione di FIAT, realizzato dallo studio Camerana&Partners con la consulenza di Cristiana Ruspa, è un suggestivo viaggio sul tetto della città nel verde, combinato con un esclusivo percorso test drive della FIAT Nuova 500 elettrica, icona di FIAT. Un parco sospeso da vivere e fruire in un’ottica ecosostenibile e inclusiva, che sarà ulteriormente valorizzato grazie al progetto di arte pubblica di Pinacoteca.

Il nuovo giardino pensile sarà arricchito regolarmente di installazioni ideate specificamente da artiste e artisti internazionali per i suoi spazi. Il progetto artistico sulla Pista 500 è pensato per ampliare l’esperienza di un luogo simbolico della città per renderlo anche una destinazione culturale.

Gli interventi sulla pista abbracciano diversi linguaggi della scultura: installazioni audio o ambientali, opere luminose o sonore, interventi video o di cinema espanso, sculture che sperimentano con materiali urbani, progetti funzionali alle necessità di chi attraversa la pista o legati all’architettura industriale.

Le opere, interattive e coinvolgenti, invitano il pubblico della Pista 500 a riflettere su quale sia il significato di spazio pubblico oggi, e quali le storie e i monumenti con cui vogliamo abitarlo. Si confrontano con l’eredità della fabbrica, per esplorare le implicazioni sociali, culturali e politiche della sua trasformazione, o entrano in dialogo con il paesaggio naturale e urbano che circonda l’edificio, facendo emergere la tensione tra naturale e artificiale che lo caratterizza.

Il programma, a cura di Sarah Cosulich e Lucrezia Calabrò Visconti, offre prospettive plurali sull’idea di arte pubblica, attraverso opere di pionieri ricontestualizzate, progetti iconici contemporanei, nuove commissioni site-specific ad artiste e artisti di rilievo internazionale e un’attenzione alle pratiche emergenti. I singoli progetti sono pensati per essere inaugurati gradualmente nel corso dei prossimi tre anni, secondo un percorso espositivo in continua trasformazione. Una nuova selezione di progetti sarà già inaugurata nell’ottobre 2022.

Gli immaginari proposti dalle sculture dialogano con la riconversione dell’archeologia industriale del Lingotto da circuito chiuso a strada aperta, da luogo produttivo a spazio da abitare insieme. L’idea è quella di una mostra all’aperto che si sviluppa nel tempo oltre che nello spazio, con dialoghi sempre nuovi tra le opere esposte, il luogo che le ospita e il pubblico variegato e molteplice a cui si rivolgono.

IL PERCORSO ESPOSITIVO

VALIE EXPORT è una pioniera dell’ambito del cinema, del video e dell’arte installativa, che ha prodotto uno dei corpus di arte influenzati dal femminismo più significativi dal dopoguerra ad oggi. Negli anni ’60 e ’70 EXPORT ha portato in Europa una nuova forma di femminismo radicale e incarnato, attraverso film e performance che mettevano alla prova le politiche del corpo in relazione al suo ambiente culturale e sociale. Il nome VALIE EXPORT è stato scelto dall’artista nel 1967 a partire dalla marca di sigarette austriache Smart Export, con l’obiettivo di produrre una nuova identità auto-modellata ed esente dalle strutture patriarcali.
Die Doppelgängerin (femminile di dopplegänger, “doppio” in tedesco) è una scultura monumentale in bronzo che rappresenta due enormi forbici intrecciate tra loro. Attraverso l’ingrandimento di questo oggetto comune, EXPORT sfida il tradizionale topos culturale del dopplegänger, proponendo un nuovo monumento a esso dedicato, declinato al femminile. Le forbici sono spesso associate ad attività stereotipicamente femminili come il cucito e la sartoria o all’atto analitico del taglio, usato nel montaggio cinematografico e nelle procedure chirurgiche. Questa versione imponente dell’oggetto può suggerire una personificazione ingrandita del corpo femminile come metafora onnicomprensiva delle molteplici identità che abitano i nostri corpi, in risposta alle divisioni violente che ci circondano.

Sylvie Fleury (1961, Svizzera) inaugura il nuovo programma espositivo di Pinacoteca con la mostra personale intitolata Turn Me On, visitabile al terzo piano del museo. Il percorso espositivo inizia già fuori dall’edificio, con l’opera al neon Yes to All e la scultura First Spaceship on Venus, allestite sulla pista. Il lavoro di Fleury comprende video, scultura, neon, pittura, suono e performance, spesso combinati in installazioni ambientali. Nella sua pratica artistica, l’artista prende spesso in prestito materiali trovati e li usa per creare nuovi significati, mettendo in discussione i processi di produzione del desiderio e di costruzione del valore tipici della società contemporanea. La frase che dà il titolo al neon Yes to All è stata presa da Fleury dal comune messaggio del computer che invita l’utente a scegliere tra i comandi “ok”, “cancella” o “accetta tutto”. La frase ci ricorda come le interfacce user-friendly dei nostri dispositivi siano basate sull’estrema semplificazione di processi molto complessi, che mentre facilitano le nostre attività quotidiane ci spingono anche all’incauta accettazione di “termini e condizioni” che non abbiamo letto. Mentre si riferisce a un’azione familiare che spesso passa inosservata, la frase indica la fragilità della natura umana, pronta ad accettare qualsiasi cosa senza rendersi conto che stiamo prendendo parte a uno scambio di dati pericoloso. Trasformato in un’enorme luce al neon e collocato in cima al nuovo ingresso del museo, il messaggio guadagna un nuovo, fiducioso, significato. “Yes to all” indica la possibilità di trasformare la nostra pigrizia in una dichiarazione politica, estendendo quella stessa accettazione a un principio propositivo di inclusività radicale. La Pinacoteca prende in prestito l’opera di Fleury per segnalare una nuova visione del museo, dichiaratamente aperto a tutte e tutti.
Il lavoro di Sylvie Fleury affronta spesso i pregiudizi sistemici prodotti dalla società contemporanea, mostrando come sia la cultura pop sia il consumismo riproducono facilmente categorie di genere stereotipate. La serie di opere First Spaceship on Venus, intitolata dall’omonimo film di fantascienza degli anni Sessanta, consiste in razzi realizzati in una vasta gamma di media, forme e dimensioni. L’uso di questi veicoli futuristici da parte di Fleury riflette il desiderio ossessivo dell’umanità verso la scoperta scientifica, evidenziando come l’esplorazione dello spazio sia una prerogativa degli eroi maschili nei film di fantascienza tanto quanto lo scienziato è ancora una professione fortemente legata al genere maschile nella realtà.
Su una delle aree verdi della Pista 500, Fleury posiziona un monumentale razzo che sembra pronto a partire in qualsiasi momento per raggiungere il cielo. Attraverso First Spaceship on Venus, l’artista sconvolge l’immaginario tradizionale dell’esplorazione dello spazio ricoprendo la forma maschile del razzo con una vernice rosa brillante e lucida, un colore solitamente associato a prodotti considerati femminili, come lo smalto per le unghie e il lucidalabbra. La scultura sfida lo stereotipo che vede l’astronave, l’automobile ma anche la tecnologia e la scoperta scientifica come simboli e ambiti legati al genere maschile, mettendoli in connessione con un colore tradizionalmente imposto alla femminilità. First Spaceship on Venus crea una nuova, potente immagine che rende evidenti i nostri pregiudizi culturali interiorizzati, spingendoci a pensare a cosa accadrebbe se i simboli che ci circondano riflettessero una società più giusta.

Shilpa Gupta (1975, India) presenta 24:00:01.
Formatasi come scultrice, Shilpa Gupta impiega diversi media nella sua pratica, spesso manipolando materiali semplici e quotidiani per creare immagini provocatorie. Il nucleo della ricerca di Gupta ruota intorno ai modi in cui i soggetti e le istituzioni trasmettono e comprendono le informazioni. Gupta è interessata a come gli oggetti, i luoghi e le persone che ci circondano vengono definiti attraverso violenti processi di classificazione e censura. In modo apertamente politico, il suo lavoro indaga l’impatto dei poteri dominanti su comunità locali e nazionali, inducendo una rivalutazione dei concetti di identità e status sociale.
I flapboard si trovano normalmente appesi all’ingresso degli aeroporti o delle stazioni ferroviarie per mostrare gli orari del trasporto pubblico. Negli ultimi dieci anni, Gupta ha esplorato e sperimentato con questo dispositivo, identificandolo come un oggetto al centro di profonde tensioni geopolitiche. Segnando incessantemente le partenze future, i tabelloni accolgono lo sguardo di viaggiatori, migranti e persone in movimento tra diversi confini, che alzano gli occhi interrogativi verso di loro in cerca di indicazioni. I flapboard di Gupta dirottano questa funzione, erigendo macchine che sembrano aver deciso consapevolmente di smettere di fornire informazioni per invitare piuttosto il pubblico a prendere parte a una riflessione condivisa. In 24:00:01, le tessere del tabellone passano gradualmente dall’indicare l’ora a balbettare un testo densamente poetico, costruito su strati diversi di significati elusivi. Attraverso errori di ortografia e lapsus, le parole incompiute articolano ampie riflessioni sulla complicazione del concetto di confine nazionale, culturale e interpersonale, mentre evocano confessioni intime che mettono in discussione il concetto di moralità in quanto tale.

Louise Lawler (1947, Stati Uniti) presenta Birdcalls.
Spesso associato a forme di critica istituzionale, il lavoro di Louise Lawler propone riflessioni sulle modalità di produzione, circolazione e presentazione dell’arte contemporanea. A partire dalla fine degli anni Settanta, Lawler usa la fotografia come strumento concettuale, per portare l’attenzione sulle regole non scritte che governano il sistema dell’arte. Il suo progetto più identificativo consiste nel fotografare i lavori di altre artiste e artisti esposte nei musei, nei depositi, nelle case d’asta e nelle collezioni private, mostrando come le opere si trasformino in investimenti finanziari ed evidenziando come l’interesse pubblico inerente a qualsiasi opera d’arte spesso si scontri con il suo ingresso in inaccessibili collezioni d’arte private.
Birdcalls è un’opera giovanile di Lawler che si distingue eccezionalmente dalla sua pratica artistica, ampiamente basata sulla produzione di immagini, per lavorare con il suono. Consiste nella voce della stessa Lawler, che pronuncia i nomi di 28 celebri artisti uomini come se fossero il richiamo di 28 specie uniche di uccelli. I nomi nella lista di Lawler includono gli artisti maschi bianchi che dominavano il mercato all’epoca della realizzazione dell’opera, in molti casi ancora oggi artisti dalle quotazioni altissime, considerati grandi maestri dal canone dell’arte. Con calcolata arguzia, i versi eseguiti da Lawler denunciano la palese egemonia patriarcale del mondo dell’arte, mentre ironizzano sullo stereotipo moderno dell’artista genio. Infestando l’ambiente della pista con il loro inaspettato cinguettio, i richiami sembrano criticare giocosamente il canone della storia dell’arte, fisicamente rappresentato dalle 25 opere d’arte presenti nella collezione permanente del museo, composta interamente di artisti uomini.

Mark Leckey (1964, Regno Unito) presenta l’installazione video Beneath My Feet Begins to Crumble, commissionata e prodotta da Pinacoteca Agnelli specificamente per la Pista 500.
Mark Leckey utilizza una varietà di media differenti nella sua pratica, tra cui film, scultura, suono e performance – talvolta tutti e quattro insieme. Dalla fine degli anni ‘90, il suo lavoro ha guardato alla relazione tra cultura pop e tecnologia, testando come queste sfere possono plasmare profondamente la nostra interiorità. L’interesse di Leckey per il potere affettivo ed emozionale delle immagini lo porta spesso a costruire installazioni ambientali che creano una prospettiva tecno-animista nella quale possiamo essere in costante comunicazione con ogni aspetto del nostro ambiente.
L’opera site-specific Beneath My Feet Begin To Crumble, sviluppata appositamente per la Pinacoteca, presenta un monumentale LED wall che abbraccia la curva parabolica sud dell’ex pista di collaudo della FIAT. La video installazione ricorda i jumbotron, schermi televisivi di grandi dimensioni solitamente installati negli stadi per migliorare la visione e l’esperienza della partita da parte di tifose e tifosi: zoomando e ingrandendo l’azione, o riproducendo al rallentatore i momenti chiave della partita, i jumbotron permettono un’immediata mediazione cinematografica dell’evento sportivo in tempo reale. La protagonista di Beneath My Feet Begin To Crumble è l’iconica catena montuosa delle Alpi che circonda l’area del Lingotto come una cartolina. Leckey trasporta le montagne sulla pista per produrre una visione in CGI delle loro cime, le quali subiscono una serie di trasformazioni che alludono alla possibilità che le montagne siano il risultato di una progettazione ingegneristica proprio come le merci prodotte un tempo in fabbrica. La sovrapposizione delle memorie meccaniche del Lingotto con lo spettacolo cinematografico delle montagne produce la sensazione di un sublime post-industriale, in cui il godimento di una maestosa grandezza coesiste con il presentimento di un destino ineluttabile.

Cally Spooner (1983, Regno Unito) presenta l’installazione sonora DEAD TIME (Melody’s Warm Up), commissionata e prodotta da Pinacoteca Agnelli specificamente per la rampa sud del Lingotto.
Radicata saldamente nella sua formazione filosofica, la pratica di Cally Spooner nasce sotto forma di scrittura, si sviluppa come performance, per poi approdare a media come film, suono, scultura, disegno o alla stesura di partiture. Il lavoro site-specific DEAD TIME (Melody’s Warm Up) risuona con un corpus più ampio di lavori dell’artista intitolato DEAD TIME.
DEAD TIME (Melody’s Warm Up) è progettato per riverberare attraverso i cinque piani della rampa originariamente usata per portare le auto dalle linee di assemblaggio dalla fabbrica FIAT alla pista di collaudo sul tetto del Lingotto. Una violoncellista esegue esercizi di tonalizzazione a partire dalla Suite per Violoncello numero 1 in sol (Prologo) di Bach. Mentre il violoncello suona, l’architettura della fabbrica si comporta come un’enorme cassa di risonanza, e l’eco delle auto che attraversano l’edificio viene incorporato nella traccia. Un breve e intermittente “bip” digitale scatta a intervalli regolari, segnando il percorso dei visitatori lungo la rampa mentre allude alla trasformazione del lavoro dal rigido modello della fabbrica a forme di impiego nuove, nelle quali è sempre più difficile distinguere il tempo libero dal tempo produttivo, la vita dal lavoro. Attraverso l’esplorazione di temporalità solitamente nascoste alla nostra vista, come l’allenamento che precede la performance, DEAD TIME (Melody’s Warm Up) stimola una riflessione su diverse forme di controllo del tempo e sulle possibili modalità che abbiamo di rifiutarle.

INFO

LA PISTA 500
Nuova installazione: The Guardians di Nina Beier
dal 28 giugno 2022

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