Il 2026 consacra Antony Gormley come uno degli ultimi grandi scultori capaci di misurarsi con il corpo e creare emozioni visive e sensoriali attraverso spazi e esperienza fisica e mentale.
Due mostre, lontane geograficamente ma profondamente intrecciate sul piano concettuale, riportano al centro della discussione una domanda che attraversa tutta la sua ricerca: che cosa significa abitare un corpo in un’epoca dominata da astrazione digitale, velocità algoritmica e perdita di esperienza fisica dello spazio?
Da una parte Anversa, con la grande retrospettiva “Geestgrond” al KMSKA – Royal Museum of Fine Arts Antwerp. Dall’altra San Gimignano, dove Galleria Continua presenta “What Holds Us”, progetto che invade l’ex cinema-teatro trasformandolo in un organismo percorribile. Due mostre che non si limitano a esporre opere, ma costruiscono condizioni percettive. Entrarvi significa confrontarsi con il peso, con il vuoto, con la densità dell’aria e con la misura instabile della presenza umana.
Il mio lavoro pone queste domande: cosa può fare la scultura e cosa significa essere vivi?
Antony Gormley
“Geestgrond”: la scultura come campo energetico

Fino al 20 settembre 2026 il KMSKA – Royal Museum of Fine Arts Antwerp ospita la più ampia esposizione continentale dedicata a Gormley. Curata da Carolyn Christov-Bakargiev, “Geestgrond” raccoglie oltre cento opere realizzate nell’arco di quarant’anni. Non si tratta però di una retrospettiva ordinata secondo la rassicurante cronologia museale. L’allestimento procede per tensioni, collisioni, attriti materici.
Argilla, ferro, piombo, vetro, pane, pietra e acciaio diventano strumenti attraverso cui Gormley continua a interrogare la relazione tra massa e coscienza. Il titolo stesso contiene il nucleo teorico della mostra: geest, spirito ma anche respiro e mente; grond, terra, suolo, fondamento. Due parole fuse in una sola, quasi a suggerire che ogni esperienza mentale resti inevitabilmente ancorata alla gravità della materia.
La mostra attraversa le sale del museo senza mai separarsi davvero dall’architettura che la ospita. Le opere dialogano con i volumi dell’edificio e con lavori storici di Auguste Rodin, James Ensor e Julio González. Non per genealogia accademica, ma per frizione. Gormley usa il museo come una camera di pressione in cui epoche differenti si osservano reciprocamente.
Particolarmente significativa è la sezione “The Heart”, una sorta di atlante privato composto da taccuini, fotografie, appunti e schizzi. Qui la monumentalità lascia spazio a una dimensione quasi diaristica. Non emerge il mito dell’artista, ma il processo. Errori, ripensamenti, intuizioni provvisorie. La scultura appare allora non come risultato concluso, ma come forma di pensiero in continuo assestamento.

“What Holds Us”: anatomie urbane tra rovina e riparo
A San Gimignano, Galleria Continua affronta invece il lato più architettonico e ambientale della ricerca di Gormley. “What Holds Us”, inaugurata il 9 maggio 2026, lavora sull’idea dell’essere umano come organismo urbano, corpo costretto dentro geometrie produttive, sistemi logistici e strutture abitative sempre più impersonali.

L’opera centrale, “Innercity”, occupa l’ex cinema-teatro con quindici gigantesche costruzioni antropomorfe in cartone. L’effetto non ha nulla di spettacolare nel senso tradizionale del termine. Il cartone conserva la propria vulnerabilità industriale, la propria povertà funzionale. È il materiale dell’imballaggio globale, della circolazione continua delle merci, della temporaneità contemporanea. Gormley lo utilizza per costruire corpi che sembrano edifici e edifici che sembrano carcasse umane.
Muovendosi nell’installazione si avverte una sensazione ambigua. Riparo e precarietà convivono. Le strutture ricordano insieme condomini, rifugi, relitti e scheletri. Non c’è alcuna nostalgia umanista nel lavoro di Gormley. L’artista non idealizza il corpo, ne registra piuttosto l’esposizione costante a sistemi economici, urbani e tecnologici che ne ridefiniscono continuamente i limiti.
L’intero edificio della galleria viene assorbito dal progetto espositivo. I “Blockworks” in basalto dialogano con le mura medievali, mentre gli “Slabworks” in terracotta introducono una dimensione più intima, quasi epidermica. Anche qui la materia non viene mai trattata come superficie estetica. Ogni elemento sembra voler trattenere una memoria tattile.

Il corpo come luogo instabile
Da oltre quarant’anni Gormley insiste su un punto che oggi appare ancora più radicale: il corpo non è un soggetto da rappresentare, ma una condizione da esperire. Le sue sculture non celebrano l’anatomia, la mettono in crisi. Spesso prive di volto, svuotate o ridotte a griglie geometriche, rifiutano l’idea classica della figura come identità stabile.
In un presente attraversato dall’intelligenza artificiale, dalla smaterializzazione delle relazioni e dalla progressiva sostituzione dell’esperienza fisica con quella simulata, la sua pratica assume quasi una funzione antagonista. Gormley continua a chiedere allo spettatore di prendere coscienza del proprio peso, della propria postura, della propria occupazione dello spazio.
La sua scultura non impone immagini. Costringe piuttosto a una forma di attenzione corporea che il contemporaneo tende continuamente ad anestetizzare.
Quando afferma: “La possibilità di un mondo inizia con la possibilità di un corpo”, Gormley non formula uno slogan filosofico. Definisce il centro operativo della propria ricerca. Ogni opera nasce dal tentativo di capire come la presenza umana possa ancora essere percepita senza dissolversi nella pura informazione.
Una presenza pubblica che ha cambiato la scultura contemporanea
Dagli anni Ottanta in avanti, Gormley ha trasformato il rapporto tra scultura e spazio pubblico. Opere come Angel of the North, Another Place e Inside Australia non funzionano come monumenti celebrativi. Agiscono piuttosto come dispositivi percettivi disseminati nel paesaggio.
La loro forza risiede proprio nella capacità di alterare la percezione del luogo. Chi osserva non resta mai esterno all’opera. Ne viene assorbito fisicamente, costretto a misurarsi con distanza, scala, isolamento e orientamento.
Vincitore del Turner Prize nel 1994 e del Praemium Imperiale nel 2013, Gormley continua oggi a occupare una posizione singolare nel panorama contemporaneo. In un sistema dell’arte sempre più attratto dall’immagine rapida e dalla produzione di icone immediatamente consumabili, il suo lavoro mantiene una densità rara. Chiede tempo, attraversamento, persino fatica.
Le mostre del 2026 non celebrano soltanto una carriera. Riportano al centro una questione che riguarda tutti: come restare presenti dentro un mondo che tende continuamente a trasformare il corpo in dato, flusso, funzione.
L’Artista

Antony Gormley (nato nel 1950 a Londra) è universalmente acclamato per le sue sculture, installazioni e opere d’arte pubblica che indagano la relazione tra il corpo umano e lo spazio. Il suo lavoro ha sviluppato il potenziale aperto dalla scultura a partire dagli anni ’60 attraverso un impegno critico sia con il proprio corpo che con quello degli altri, in un modo che affronta questioni fondamentali su quale sia la posizione degli esseri umani rispetto alla natura e al cosmo. Gormley cerca continuamente di identificare lo spazio dell’arte come un luogo del divenire, in cui possono sorgere nuovi comportamenti, pensieri e sensazioni. Le opere di Gormley sono state ampiamente esposte in tutto il Regno Unito e a livello internazionale fin dal 1979.
INFO
Antony Gormley. Geestgrond
Museo Reale di Belle Arti, Anversa (KMSKA)
Fino al 20 settembre, 2026
kmska.be
Antony Gormley
What Holds Us
Fino al 13.09.2026
GALLERIA CONTINUA / San Gimignano
Via del Castello 11, 53037 San Gimignano (SI)
www.galleriacontinua.com




