Non esistono molte figure del Novecento che abbiano continuato a produrre immagini anche dopo la propria scomparsa. appartiene a quella ristretta genealogia di volti che hanno smesso di essere persone per diventare linguaggi.

A cento anni dalla nascita di , la National Portrait Gallery di Londra dedica a questa trasformazione la grande mostra Marilyn Monroe: A Portrait, in programma fino al 6 settembre 2026, realizzata in collaborazione con il Marilyn Monroe Estate.
L’esposizione non racconta semplicemente la parabola della diva hollywoodiana. Interroga piuttosto il processo attraverso cui Norma Jeane Mortenson diventa Marilyn Monroe, mostrando come quell’identità sia stata costruita, negoziata e continuamente riscritta davanti all’obiettivo fotografico. In un’epoca in cui la cultura visuale coincide sempre più con la costruzione del sé, la mostra restituisce a Monroe una qualità spesso rimossa dalla narrazione popolare: la sua piena consapevolezza del proprio statuto iconico.

Green Marilyn, 1962, by Andy Warhol, © 2026 The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc. / Licensed by DACS, London, National Gallery of Art, Washington. Gift of William C. Seitz and Irma S. Seitz.
Attraverso oltre venti tra i più importanti fotografi del secolo scorso, da Cecil Beaton a Philippe Halsman, da Eve Arnold a Milton Greene, da Richard Avedon a Sam Shaw, fino a George Barris, il percorso evidenzia come Monroe non fosse soltanto il soggetto dello scatto, ma una protagonista attiva della sua realizzazione. I fotografi che lavorarono con lei la descrissero come una delle modelle più straordinarie mai incontrate, capace di dirigere una sessione fotografica, suggerire pose, controllare la luce e perfino rifiutare le immagini che non riteneva rappresentative.
È un dettaglio che modifica radicalmente la lettura della sua figura. Lontana dall’essere una semplice vittima dello sguardo maschile, Monroe emerge come un’autrice della propria immagine, capace di comprendere che, nella modernità mediatica, il ritratto non registra un’identità ma la produce.

Marilyn Monroe, 1946, by André De Dienes, © André de Dienes / MUUS Collection.
Tra i nuclei più significativi dell’esposizione figurano le fotografie inedite realizzate da Allan Grant nella casa di Brentwood il giorno precedente alla morte dell’attrice, nell’agosto del 1962. Delle 432 immagini scattate durante quella sessione, soltanto otto erano state pubblicate all’epoca su Life Magazine. Oggi queste fotografie restituiscono una Marilyn distante dalla spettacolarizzazione della tragedia: intenta a leggere la trascrizione della sua ultima intervista, attraversa una gamma emotiva fatta di concentrazione, serenità e improvvisa malinconia. Più che anticipare la morte, questi ritratti sembrano sottrarla al mito della fine annunciata, restituendo il tempo sospeso di una donna ancora immersa nella propria quotidianità.
La mostra affronta anche ciò che accade dopo il 1962. La morte di Monroe inaugura infatti una seconda esistenza, quella dell’immagine emancipata dal corpo. La fotografia cede progressivamente il passo all’arte contemporanea, dove il volto dell’attrice diventa materia simbolica.
Il percorso riunisce opere di Andy Warhol, Pauline Boty, James Gill, Rosalyn Drexler, Audrey Flack e altri artisti che hanno trasformato Monroe in una superficie sulla quale riflettere desiderio, consumo, memoria e spettacolo. Il caso di Warhol rimane paradigmatico. Nelle celebri serigrafie ricavate da uno still promozionale del film Niagara (1953), il volto perde ogni riferimento biografico e diventa una reliquia contemporanea. Il fondo dorato richiama l’iconografia bizantina, mentre la riproducibilità seriale sostituisce l’unicità dell’aura con quella della ripetizione. Marilyn non rappresenta più un’attrice. Diventa l’icona americana per eccellenza.

Marilyn, 1962, by James Francis Gill, © James Francis Gill / Premium Modern Art.
Diversa ma altrettanto significativa è la posizione della britannica Pauline Boty, che trasforma il lutto personale in pittura. Opere come Colour Her Gone (1962) e The Only Blonde in the World (1963) raccontano la perdita di una figura femminile che incarnava al tempo stesso emancipazione e vulnerabilità, successo e violenza mediatica. Monroe non è più soltanto un volto da consumare, ma un campo di tensioni politiche e culturali.
Curata da Rosie Broadley e Georgia Atienza, Marilyn Monroe: A Portrait evita così la celebrazione nostalgica. Il suo interesse risiede nella possibilità di osservare come un’immagine attraversi il tempo modificando continuamente il proprio significato. Monroe continua infatti a essere una delle figure più citate, reinterpretate e ricostruite della cultura visiva occidentale. Ogni generazione vi riconosce qualcosa di diverso: il glamour hollywoodiano, la critica alla società dello spettacolo, la mercificazione del corpo femminile, la vulnerabilità della celebrità, la costruzione dell’identità nell’era delle immagini.
Forse il vero lascito di Marilyn Monroe non coincide con i suoi film né con le fotografie che l’hanno resa immortale. Risiede nella dimostrazione che un ritratto non è mai soltanto una rappresentazione. È uno spazio di negoziazione tra chi guarda e chi viene guardato, tra memoria e desiderio, tra realtà e finzione. A cento anni dalla nascita, Marilyn continua a ricordarci che le immagini non documentano semplicemente il mondo. Lo costruiscono.

INFO
Marilyn Monroe: A Portrait
4 June-6 September 2026
National Portrait Gallery
London
www.npg.org.uk




