Al MAXXI L’Aquila Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila riporta al centro una delle figure più radicali dell’arte italiana del secondo Novecento.
Curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini, la mostra, promossa dal Comune dell’Aquila e realizzata dal MAXXI, è aperta fino al 24 gennaio 2027 nell’ambito delle iniziative di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.

Nel centenario della nascita, il progetto sceglie di non costruire una retrospettiva filologica. Le opere sono disposte secondo una trama di associazioni, contrasti e ritorni visivi che mette in relazione la ricerca di Mauri con il presente. Il rapporto fra arte e politica, la seduzione delle ideologie, la costruzione del consenso, la memoria della guerra e le rimozioni della Storia attraversano un percorso in cui lo spettatore non occupa mai una posizione neutrale.
Il legame con L’Aquila è tutt’altro che episodico. Mauri vi insegnò Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dal 1979 al 1999, intrecciando alla propria attività artistica quella pedagogica. È proprio questo rapporto con la città a costituire uno degli assi della mostra, insieme alla rilettura di alcuni lavori centrali della sua produzione.
Il fulcro dell’esposizione è Io sono un ariano, ultimo progetto editoriale realizzato da Mauri e pubblicato nel 2009, anno della sua morte. Il libro, costruito come una successione di immagini e pensieri, viene assunto dai curatori come una sorta di diario visivo attraverso cui avvicinarsi alla dimensione autobiografica dell’artista. Attorno a questa partitura si articolano opere come Muro d’Europa / La barca (1979), Entartete Kunst (1985), la serie Arierwiege (1995) e La resa (2002).
A rendere ancora più fisico il confronto con il pensiero di Mauri sono le due performance incluse nel progetto. Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst von Hussel di passaggio per Roma, del 1971, torna in scena all’Aquila dopo quasi trent’anni. La performance ricostruisce i Ludi Juveniles fascisti ai quali Mauri assistette da bambino a Firenze nel 1938, durante la visita di Hitler. La rappresentazione non si limita a evocare la propaganda del regime: coinvolge il pubblico nella sua stessa struttura rituale, trasformandolo da osservatore in parte della macchina scenica.
Completa il percorso Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo (1989), presentata per l’ultima volta nel 2012 a dOCUMENTA (13). In entrambi i lavori Mauri utilizza la performance come uno spazio di attrito fra storia e rappresentazione, facendo emergere la capacità delle immagini e dei rituali di produrre consenso, appartenenza e obbedienza.
Il manifesto della mostra condensa questa tensione: un’aquila monumentale si sovrappone a un’immagine d’archivio di una parata militare nazista. Il riferimento alla città dell’Aquila diventa così un cortocircuito visivo che mette in discussione il rapporto fra simbolo, identità e potere. Non un’immagine illustrativa, ma un dispositivo che anticipa il problema centrale della mostra: come le immagini costruiscono la memoria e quanto il nostro sguardo possa essere implicato nei meccanismi che la producono.
La mostra arriva in un momento in cui le opere di Mauri conservano una particolare capacità di interrogare il presente senza trasformarsi in cronaca. La loro forza risiede proprio nell’ambiguità: Mauri non rappresenta semplicemente l’ideologia, ne analizza la seduzione, i codici e la possibilità di penetrare nella percezione individuale. Lo spettatore è chiamato a misurarsi con quella stessa attrazione e con la responsabilità che deriva dal riconoscerla.
L’ARTISTA

FABIO MAURI (Roma, 1926-2009) è stato artista, scrittore e intellettuale tra le figure più radicali dell’arte italiana del secondo Novecento. Nel 1942 fonda con Pier Paolo Pasolini la rivista Il Setaccio. Dagli anni Cinquanta sviluppa una ricerca che attraversa pittura, teatro, cinema, editoria e performance, concentrandosi progressivamente sul rapporto fra immagini, mass media e ideologia.
Con opere come Che cosa è il fascismo (1971), Ebreа e Il Muro Occidentale o del Pianto (1993), Mauri indaga propaganda, memoria, violenza e responsabilità dello spettatore. Dal 1980 al 1996 insegna Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, città centrale nella sua vicenda artistica e pedagogica. La sua opera è stata presentata in musei e istituzioni internazionali, dalla Biennale di Venezia a dOCUMENTA, dal Centre Pompidou al MoMA PS1.
EXHIBITION VIEW







INFO

Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila
MAXXI L’Aquila, Palazzo Ardinghelli
26 settembre 2026 – 24 gennaio 2027
A cura di Maurizio Cattelan e Marta Papini




