SAGHAR-DAEIRI

Intervista – SAGHAR DAEIRI la risata come maschera sociale

Nello studio di Saghar Daeiri, a Istanbul, si trovano gatti, libri, colori e un cartello di uscita d’emergenza, appeso lì per il simbolo, dice lei.

Nei quadri, il cartello non c’è. Daeiri satura la tela di colori acidi e la riempie di figure deformate perché non vuole che chi guarda si rilassi. Fa raramente schizzi preparatori. Parte da un volto o da una figura e procede per strati, centinaia, a volte migliaia, finché il quadro non si chiude.

Quelle figure ridono, quasi tutte. Daeiri, nata a Teheran, la descrive come la risata di chi preferisce adeguarsi all’ordine pur di non diventare l’Altro. Le dipinge a memoria, a percezione, senza modelli né fotografie, e spesso tra loro mette anche sé stessa, in un autoritratto o nascosta da qualche parte nella composizione a osservare.

A Istanbul vive dal 2012. Ci è arrivata cercando una distanza dal caos che non diventasse silenzio, e lì ha capito che i problemi non abitavano solo il Medio Oriente. Dopo vent’anni di pittura è stanca di essere presentata come “artista donna iraniana”: “Preferisco essere riconosciuta come artista, non come un oggetto che guadagna credito grazie ai problemi o all’identità mediorientale”.

L’ho incontrata a Milano, in una giornata di fine estate. Mi ha mesmerizzato con il blu cobalto del suo ombretto, pieno, senza sfumature. Mi ha raccontato perché la risata è un meccanismo di difesa, e perché un suo quadro si considera finito solo quando qualcuno gli sta davanti e reagisce.

SAGHAR-DAEIRI

Lavori a Istanbul, a metà strada tra il paese da cui vieni e l’Europa in cui esponi. Da lì Teheran la vedi più chiaramente o meno?

Istanbul è per me un punto di mezzo fondamentale, un ponte unico tra Asia ed Europa. Per chi è nata in Medio Oriente è la soglia ideale per far crescere il proprio processo artistico e riflettere sull’Iran con distanza critica, restando profondamente radicata nella sua essenza. Tra i molti punti in comune e i paradossi taglienti che la legano al mio paese d’origine, Istanbul offre un panorama equilibrato, oggettivo. Mi concede la distanza che basta dal caos, senza il distacco del silenzio assoluto, ed è lo spazio ideale per distillare le mie ricerche artistiche, filosofiche e sociologiche. Per questo ho scelto di trasferirmi e di lavorare qui: è una città che mi nutre e che continua a motivarmi e a ispirarmi. Dopo il trasferimento ho capito che i problemi non riguardano soltanto il Medio Oriente. Ho potuto osservare le questioni sociali su scala globale e vedere me stessa in un panorama più ampio, come artista e come essere umano.

Chi sono i personaggi dei tuoi quadri? Li incontri per strada, li inventi, ti somigliano? Sono ricordi o fantasmi?

Credo in una dimensione umana collettiva in cui ricordi, fantasmi, sogni e figure reali nascono dalla stessa coscienza condivisa. Che siamo plasmati dalla storia ereditata, dal condizionamento culturale o da imposizioni esterne, siamo tutti riproduzioni di una memoria collettiva. Certo, un ricordo di strada, una notizia letta sui media, una storia si piegano dentro la mia memoria. Non uso mai modelli né riferimenti fotografici, perché non posso essere la riproduttrice del giudizio o della memoria di qualcun altro: posso dipingere soltanto la mia percezione. Tutte le figure nascono dalla mia memoria e dalla mia immaginazione. Su scala ridotta i miei personaggi riflettono i miei stati interiori, su scala più ampia rispecchiano la psiche collettiva. Sono manifestazioni a più strati dell’umanità contemporanea, e danno forma tangibile a ricordi, presenze spettrali e realtà interiori.

La deformazione grottesca è uno dei tratti più riconoscibili del tuo lavoro. È satira, autodifesa o il modo più onesto di guardare una persona? E chi ride, loro o noi?

La mia preoccupazione principale è mettere a nudo le contraddizioni nascoste della società, contestare ciò che il potere e le strutture sociali cercano di far passare per naturale, bello o etico. Più che deformare, il mio lavoro incrina l’immagine standard costruita dalle autorità attraverso uno straniamento dall’ordinario, e raffigura un’utopia fratturata, come in Entropy #8 e nella serie Swallow-Kiss-Burn. La risata, nei miei progetti, ha funzioni diverse: riflette le aspettative sociali, la divisione di classe, le gerarchie di potere.
Rompe l’ordine costituito e mostra la normalizzazione dell’orrore, il conformismo, il confine sempre più sfumato tra il sublime e il banale. Chi ride è abituato all’ordine normale e vuole farne parte per non essere l’Altro. Non vuole essere respinto dalle regole sociali. La risata è un meccanismo di copertura per nascondersi, sfuggire o armonizzare la propria identità con quella degli altri, delle altre categorie della società, e naturalmente per esibire il “mondo felice e utopico”.

Con Utopian Selfie hai voluto analizzare la sociologia del selfie. Tu dove sei? Sei dentro i tuoi quadri?

Utopian Selfie appartiene alla serie Swallow-Kiss-Burn, che nella versione turca diventa YUT OP YAN: un gioco sulla parola turca per utopia, il mondo idealizzato che prima ti bacia, poi ti inghiotte, ti consuma e infine ti brucia. In questa serie ho affrontato il gesto del selfie con uno sguardo grottesco, per incrinare l’ordine convenzionale. Sì, sono sempre presente nei miei quadri, a volte con autoritratti diretti, altre come un’osservatrice silenziosa e vigile che sbircia da un angolo nascosto. Incarno quello sguardo, che stia dentro la tela o che costruisca la composizione dall’esterno, come l’occhio che è testimone di tutto.

Utopian selfie, 2019, acrilico e acquerello su cartone, 73 × 102 × 3 cm

Le tue tele sono sature, non lasciano quasi nessun punto in cui l’occhio possa riposare. Come nasce una tavolozza? Parti dal colore o dalla figura?

Costruisco intenzionalmente un nuovo ordine dentro il caos e la saturazione, con colori acuti che spingono l’occhio a muoversi invece che a fermarsi. Trovo l’ordine nel disordine. Non voglio che chi guarda si rilassi passivamente: voglio coinvolgerne la mente e portarla in un confronto interiore da cui di solito le persone cercano di fuggire. Faccio raramente schizzi preparatori, lavoro in modo spontaneo e diretto. Quasi mai parto dal colore da solo: il processo comincia in genere da una forma, un ritratto, una figura o un paesaggio, da cui si sviluppa tutta la composizione. La creazione attraversa centinaia, migliaia di strati che cambiano, finché l’opera non è compiuta.

Con Sun of the Beach la tua pittura è passata dalla tela ai tamburi e agli arazzi. Cosa cambia quando il colore deve piegarsi su una superficie curva o entrare nella trama di un tessuto?

La serie Sun of the Beach parla di giudizio, di prospettiva, di come il punto di vista di ciascuno sia plasmato dalla geografia, dall’educazione e dalle imposizioni sociali radicate nel nostro DNA. Lavorare con tessuti trasparenti come lo chiffon e la seta è stato fondamentale, perché sfumava il confine tra fronte e retro dell’opera e permetteva di vedere i dipinti come positivi o negativi a seconda dello sguardo. Mentre i visitatori si muovevano tra le tende leggere, le forme cambiavano e si trasformavano, creando uno spazio fluido e surreale in cui il racconto mutava di continuo. Questo mezzo dinamico era direttamente al servizio del concetto della mostra.

Sun of the beach #2, 2025, acrilico e olio su tela, 120 × 150 cm

Nell’installazione They were alive but they thought they are evil #3 la luce attraversa lettere ritagliate nel metallo, e “live”, letto al contrario, diventa “evil”. È l’ombra a decidere in che verso si leggono le parole?

Esattamente. Il gioco tra luce e ombra mostra che ogni individuo possiede un lato nascosto, più oscuro, accanto a uno positivo. A seconda dell’angolo e dell’intensità della luce le ombre si allungano e si deformano, e le lettere diventano più grandi, esasperate. La sorgente luminosa, come i pensieri con cui nutriamo la mente, può alterare il riflesso del nostro carattere. Mette in evidenza ciò che scegliamo di amplificare: il nostro lato malevolo o la nostra essenza viva. Conta il modo in cui trattiamo le parole e noi stessi, il modo in cui percepiamo il mondo interiore e quello esterno. Il giudizio è variabile: il modo in cui giudichiamo noi stessi determina come guardiamo il mondo fuori, e rafforza il legame tra memoria individuale e memoria collettiva.

They were alive but they thought they are evil (installation) #3, 2025, metallo e luce, 25 × 25 × 1 cm

Entropy #8, la tua prima personale in Italia, ritraeva un sistema sociale sull’orlo del collasso. Oggi quel collasso è più vicino o ha semplicemente cambiato forma?

Entropy #8 è nata poco prima della pandemia del 2020 ed è stata esposta tra il 2021 e il 2022, quando i lockdown sono finiti. La serie esplorava l’idea che ogni nuovo ordine richieda un collasso precedente, e che la società contemporanea, dalle rivoluzioni industriali in poi, si nutra di crisi. Le crisi cambiano solo nome, dalla guerra al tracollo economico, dalle pandemie alla disperazione collettiva, e culminano in cicli ricorrenti di crollo che generano nuovi sistemi. Credo che un collasso unico e definitivo non sia ancora avvenuto e non sia imminente. Siamo piuttosto intrappolati in un circolo vizioso di collassi più piccoli, autogenerati, travestiti da promesse di un paradiso utopico che sono in realtà distopie.

In Public Space, dalla serie Hibernation, scrivi che ci siamo intorpiditi e chiudiamo gli occhi con un sorriso finto. Tra gli hashtag compare #tavşanboku, la neutralità di chi non si schiera mai. Un quadro può svegliare qualcuno, o rischia di diventare parte del sonno?

Tavşan boku, letteralmente escrementi di coniglio, è un modo di dire turco per chi resta neutrale per evitare il conflitto: come gli escrementi di coniglio, non puzzano e non si attaccano. In questa serie ho messo maschere da coniglio su figure con gli occhi chiusi, accostate all’osservatore vigile. Un quadro può davvero svegliare qualcuno, ma rischia anche di diventare parte del sonno. Quando ho esposto quest’opera a Istanbul, un visitatore ha passato quindici minuti ad analizzarla, poi ha ammesso che gli aveva turbato profondamente la mente, ma che preferiva non pensarci troppo, dimostrando di essere a tutti gli effetti una figura uscita dal quadro. Questa indifferenza e questo conformismo collettivi sono ciò che rappresentano i sorrisi nel mio lavoro: un linguaggio condiviso dell’ordine esistente, che ci culla nell’acquiescenza. L’ironia dei miei quadri apre sempre un punto interrogativo per il pubblico. Voglio che le persone si mettano alla prova, che si trovino al centro di una situazione, e apro uno spazio in cui ciascuno possa chiedersi: faccio parte di questa comunità, oppure no? Il mio quadro finisce quando vedo qualcuno davanti alle opere e ne colgo le reazioni. In quel momento è compiuto, perché la storia si completa con la risposta del pubblico.

In Ecliptic Smile, dalla serie Sun of the Beach, il sorriso va in eclissi. Hai scritto che il fraintendimento non è il contrario della comprensione ma un altro modo di essere. Cosa oscura un sorriso?

Come suggerisce il titolo, quest’opera coglie il paradosso centrale della mia pratica: un linguaggio condiviso e un ordine collettivo in cui tutti ridono insieme, mentre manca una comprensione autentica. Ritrae la normalizzazione dell’orrore, il conformismo, il crollo del confine tra il sublime e il banale. Ridono tutti di qualcosa che è eclissato, un’energia bloccata e oscurata, mascherata da un sorriso collettivo e compiaciuto. Il paradigma del godimento e dell’orgasmo…

Ecliptic smile, 2025, acrilico e olio su tela, 120 × 130 cm

A un’artista iraniana che vive all’estero si chiede spesso di fare da portavoce. Senti questo peso? C’è una domanda sull’Iran che non vuoi più sentirti fare?

Come artista della diaspora sono stanca di confrontarmi con le fantasie orientaliste e i luoghi comuni sull’Iran. Sono stanca dello stereotipo che rappresenta le donne iraniane soltanto come infelici e oppresse. Nonostante le pressioni del governo, le donne iraniane sono straordinariamente creative, resilienti, intellettuali, profondamente legate alla conoscenza, e affrontano ogni restrizione con il loro sapere artistico e intellettuale. Dopo vent’anni di pratica artistica, poi, sono sfinita dall’essere catalogata prima di tutto come “artista donna iraniana”. Gli artisti uomini vengono riconosciuti semplicemente per il loro nome e il loro lavoro, mentre le donne, soprattutto se vengono dal Medio Oriente, si portano sempre addosso etichette di genere e di provenienza. È ora di superare questa distinzione antiquata. Preferisco essere riconosciuta come artista, non come un oggetto che guadagna credito grazie ai problemi o all’identità mediorientale.

FUORIQUADRO

Cosa significa per te, oggi, “estetica”?

Oggi l’estetica viene spesso ridotta a un algoritmo dettato dal mercato. Per me non è un algoritmo, e non è vincolata alle definizioni convenzionali di bellezza. È la politica della percezione: la libertà di percepire davvero, di dare valore e accogliere l’intero spettro delle emozioni umane, che sia dolore, rabbia o gioia. La vera estetica sta nel coltivare la consapevolezza per vivere e accettare tutti questi stati in modo autentico, invece di conformarsi a un modello preconfezionato.

Se il tuo lavoro avesse una colonna sonora, quale brano sceglieresti?

L’album The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd e il brano Hold Your Own di Kae Tempest.

Se entrassi nel tuo studio, cosa troverei? Dipinti, libri, piante, tecnologia, dischi…?

Gatti! Libri, colori e un cartello di uscita d’emergenza (mi piace il simbolo di quel cartello).

Razionalità o emozione?

Entrambe!

Cosa ti fa battere il cuore?

In generale la buona musica, leggere testi nuovi, la ricerca, le conversazioni di qualità, incontrare persone di qualità e viaggiare. Sul piano artistico cerco sempre concetti che spingano le persone a pensare più a fondo, temi che le portino dentro i loro mondi interiori nascosti. È una sfida che pongo prima di tutto a me stessa, perché il territorio della scoperta, dell’illuminazione e della rivelazione è esigente e richiede coraggio.
Porsi domande e intraprendere un viaggio di scoperta non è facile, e purtroppo ce ne siamo dimenticati.
Per questo, a seconda del progetto, ho bisogno di leggere e di fare ricerca, di buoni libri e buoni studi che nutrano il lavoro.

Le Opere

L’artista

Saghar Daeiri (Teheran, 1985) vive e lavora a Istanbul. Si laurea in pittura alla Soureh University di Teheran e a ventidue anni inaugura la prima personale, Tehran Coffee Shops, seguita da quattro mostre all’Azad Art Gallery, tra cui Tehran Shopping Malls (2009). Lo stesso anno espone al Chelsea Art Museum di New York nella collettiva Iran Inside Out. Nel 2012 si trasferisce in Turchia, dove nel 2017 consegue il master al Fine Arts Institute della Marmara University. Nel 2019 presenta Swallow-Kiss-Burn alla Merkur Gallery di Istanbul. Dal 2018 è rappresentata dalla Shazar Gallery di Napoli, che le dedica le personali Entropy #8 (2021) e Sun of the Beach (2025). Ha esposto al Pera Museum di Istanbul, ad Arte Fiera Bologna, all’Investec Cape Town Art Fair e ad Art Athina, ed è stata finalista del Combat Prize 2022 al Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno.
@saghardaeiriartworks/

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