Alas, poor SIG. Il teschio di Cremonini e cinque secoli di memento mori
Sulla copertina di “Amateur” il nuovo album di Cesare Cremonini” su un fondo arancione c’è un teschio d’oro.
Appartiene a SIG, il personaggio che accompagna il cantautore bolognese nel decimo album di inediti, in uscita venerdì 23 ottobre.
SIG compare nelle foto ufficiali, nel video di Paparazzi, nel brano Disturbo mentale, e salirà sul palco di Amatour, la tournée nei palasport. Il nome è l’abbreviazione di Sigmund, il Freud citato nel testo della title track, un brano che ruota attorno all’inconscio e all’ego. L’artwork della copertina è firmato da Chunk Studio, di Enrico Amato e Fabio Pini. Il modello visivo lo dichiara Cremonini stesso.
«Il teschio, o meglio SIG, il personaggio comparso al mio fianco in questo progetto, ha un valore sia simbolico che concreto. È certamente il musicista con cui voglio esprimere il ritorno al sound e all’attitude delle band, alla riduzione e alla scarnificazione del suono e dell’immagine del pop. Ma è anche il simbolo del cortocircuito che sto cercando di far accadere nella mia carriera e nella musica che mi circonda: mettere in controfase la morte, il lusso della discografia, il desiderio e l’ambizione e il loro valore nella comunicazione. Ho pensato al teschio di Damien Hirst, che trasforma uno dei simboli più antichi della mortalità in un oggetto abbagliante ,seducente. Ma anche ai monologhi di Carmelo Bene contro la finzione e la menzogna dell’arte. SIG sarà sul palco con me in tour per accentrare verso di sé tutto il male e il superfluo che circonda il sistema dello spettacolo e dell’intrattenimento, da cui vorrei, almeno per un po’, rendermi libero.
Per secoli un teschio dipinto o scolpito è servito a ricordare a chi lo guardava che sarebbe morto.
Damien Hirst ci ha messo sopra un prezzo. For the Love of God è il calco in platino di un cranio del Settecento comprato a Londra: denti veri rimontati nella mascella, 8.601 diamanti sulla superficie, uno rosa a goccia sulla fronte. Hirst lo espose nel 2007 alla White Cube, nella mostra Beyond Belief, chiedendo cinquanta milioni di sterline. Qualche mese dopo annunciò di averlo venduto a un consorzio di investitori, di cui facevano parte lui stesso e il suo gallerista Jay Jopling. La notizia della vendita, a quel punto, era parte dell’opera.
Cremonini vuole «scarnificare» il pop e per farlo sceglie il teschio più carico di roba che l’arte contemporanea abbia prodotto. La carne è sparita da un pezzo, restano platino e pietre. Il superfluo non se ne va: prende un nome, una copertina e un posto in scaletta. Con i teschi dipinti succede da cinque secoli.
“Amateur” è stato registrato allo Studio 13 di Damon Albarn, a una mezz’ora di metropolitana dalla National Gallery, dove è appeso uno dei crani più concettuali della pittura europea. Negli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane, del 1533, Jean de Dinteville e Georges de Selve posano accanto a uno scaffale carico di globi, strumenti astronomici, un liuto con una corda spezzata e un libro di inni luterani. In primo piano, sul pavimento, una macchia obliqua che si ricompone in un teschio solo guardando il quadro di sbieco, quasi rasente la parete. Holbein mette la morte dentro il ritratto del potere e la rende visibile da un unico punto di vista: per vederla bisogna smettere di guardare i due uomini.
Un secolo più tardi la città universitaria di Leida, nei Paesi Bassi, calvinista e mercantile, trasforma quel dettaglio in un genere.Le vanitas di Harmen Steenwijckmette crani accanto a candele spente, clessidre, conchiglie esotiche, strumenti musicali e libri, l’inventario di tutto ciò che la morte rende inutile. Sono quadri che condannano il lusso e che la borghesia olandese comprava come beni di lusso, appesi in casa accanto alle porcellane cinesi.
In Italia e in Francia, intanto, il teschio passa nelle mani dei santi: il San Francesco in meditazione di Caravaggiolo stringe come un breviario, la Maddalena di Georges de La Tour ci appoggia le dita al lume di una candela. In questi quadri il cranio non ammonisce chi guarda, accompagna chi prega.
Nella cultura popolare il teschio di Amleto arriva quasi sempre insieme a «essere o non essere», ma le due cose stanno in atti diversi. Il monologo è nel terzo atto e il principe lo pronuncia senza oggetti in mano. Il cranio arriva nel quinto, al cimitero, quando un becchino lo dissotterra cantando e lo riconosce: è Yorick, il buffone del re, che portava Amleto bambino sulle spalle. Il cranio più citato del teatro apparteneva a un comico.
Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio.
William Shakespeare
Saltando nei secoli fino ai nostri giorniCarmelo Bene ha messo in scena Amleto più volte, dal 1961 a Hommelette for Hamlet del 1987, passando per il film Un Amleto di meno presentato a Cannes nel 1973. Il testo di partenza, nelle versioni più note, non era tanto Shakespeare quanto la sua parodia scritta da Jules Laforgue nelle Moralités légendaires del 1887: un principe che scrive drammi, disprezza Elsinore e sogna di scappare a Parigi con un’attrice per diventare un autore celebre, prima che Laerte lo uccida sulla tomba di Ofelia. Bene usava quel personaggio per smontare l’idea stessa di interpretazione. L’attore, per lui, doveva togliersi di mezzo, smettere di rappresentare, diventare una macchina di voce e di suono. Il titolo della sua autobiografia del 1983, Sono apparso alla Madonna, rovescia con la stessa ferocia il rapporto tra chi guarda e chi è guardato.
Cremonini cita Bene contro la menzogna dell’arte, e il riferimento funziona. Cremonini percorre la strada in senso inverso: arriva dalla ribalta degli stadi e chiede a un doppio di assorbirne il peso, per tornare «semplicemente a fare musica». Sono due Amleti speculari, e tutti e due hanno bisogno di un teschio accanto per dire che cosa vogliono lasciarsi alle spalle.
Il Novecento ha spogliato il cranio della sua funzione devozionale e ne ha fatto un oggetto plastico. Cézanne, negli ultimi anni, dipinge teschi ammucchiati con la stessa attenzione che dedicava alle mele. Picasso fonde in bronzo una Testa di morto durante l’occupazione di Parigi, massiccia e quasi senza dettagli.
Voluptas Mors(1951) è una celebre fotografia surrealista nata dalla collaborazione tra il pittore Salvador Dalí e il fotografo Philippe Halsman. L’opera ritrae sette donne nude disposte con cura per creare un’illusione ottica a forma di teschio umano, unendo i temi di Eros e Thanatos
Warhol, nel 1976, serigrafa a colori acidi un cranio comprato a Parigi e fotografato dal suo assistente Ronnie Cutrone, con l’ombra che sul muro somiglia al profilo di un feto. Basquiat lo usa come mappa anatomica e insieme come maschera.
Il rock ne ha fatto un marchio, e la nascita del marchio ha un’origine pratica. Il cranio diviso da un fulmine dei Grateful Dead, poi chiamato Steal Your Face, fu disegnato alla fine degli anni Sessanta da Owsley Stanley e Bob Thomas per riconoscere gli amplificatori della band tra quelli degli altri gruppi, ai festival.
Il punk e il metal hanno spinto il cranio verso un’altra funzione, quella della mascotte. I Misfitspresero il volto scheletrico del Crimson Ghost, il cattivo di un serial cinematografico del 1946, e lo trasformarono nel logo più copiato dell’horror punk. Joe Petagno disegnò nel 1977 Snaggletooth, il teschio zannuto dei Motörhead; Derek Riggs inventò nel 1980 Eddie, il cadavere ghignante degli Iron Maiden; Megadeth nel 1985 aggiunse Vic Rattlehead, uno scheletro con gli occhi bendati, la bocca chiusa da ganci e le orecchie tappate. Sono figure che sopravvivono ai cambi di formazione, alle reunion, alle morti dei fondatori. Il teschio è l’unico membro della band che non può invecchiare, perché ha già attraversato la sola cosa che poteva fermarlo. Nel 1987 la copertina di Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses, nella versione disegnata da Billy White Jr. dopo la censura della prima, rovesciò il meccanismo: una croce con cinque teschi, uno per ciascun componente del gruppo, come se la band si fosse già fatta ritrarre da morta.
Keith Richards porta dalla fine degli anni Settanta un anello d’argento a forma di cranio, realizzato dal gioielliere David Courts, e ha spiegato più volte di indossarlo per ricordarsi che sotto la pelle siamo tutti uguali. È il memento mori più piccolo e più indossato del rock.
Nel 2000 i Cypress Hill intitolarono Skull & Bones un doppio album diviso in un disco rap e uno rock, e Alexander McQueen, pochi anni dopo, portò il teschio su una sciarpa di seta venduta nelle boutique di mezzo mondo. A quel punto il simbolo della morte era diventato il segno di appartenenza più rassicurante della cultura giovanile.
David Bowie è l’artista che ha portato il teschio di Yorick dentro il rock con più consapevolezza. Nel tour di Diamond Dogs, nel 1974, cantava Cracked Actor con occhiali scuri e mantello, tenendo in mano un cranio e rivolgendogli le strofe come Amleto al cimitero: la canzone racconta un divo di Hollywood sfiorito, e Bowie la recitava come se parlasse alla propria immagine futura. Il documentario girato da Alan Yentob per la BBC in quei mesi ne prese il titolo.
Quarant’anni dopo il teschio torna, ricoperto di pietre preziose. Nel video di Blackstar, diretto da Johan Renck e pubblicato nel novembre 2015, una donna trova un astronauta morto su un pianeta deserto: dentro il casco c’è un cranio tempestato di gemme, che lei porta in un villaggio dove un gruppo di donne gli tributa un rito. Bowie morì due mesi dopo, due giorni dopo l’uscita dell’album, e il video si rilesse subito come un testamento.
Il sassofono di Blackstar è quello di Donny McCaslin, lo stesso che suona in Amateur e accompagnerà Cremonini in Amatour. Il precedente più vicino a SIG, prima ancora che nel catalogo di White Cube, sta in quel video: un teschio gioiello circondato da adoratrici, che arriva sullo schermo mentre il suo autore si sta preparando a sparire.
C’è un’altra storia del teschio che l’arte contemporanea ha guardato molto meno, e che in Italia è a pochi chilometri dalle gallerie. Nel cimitero delle Fontanelle, nel rione Sanità di Napoli, migliaia di crani senza nome sono stati per decenni adottati da singole famiglie: puliti, sistemati in piccole teche, chiamati per nome, interrogati in sogno. Il culto delle anime pezzentelle fu vietato dalla curia nel 1969. Lì il cranio smette di essere simbolo e torna a essere qualcuno, un parente scelto, a cui si chiede un favore in cambio di cura. La Calavera Catrina di José Guadalupe Posada,in Messico, fa qualcosa di simile con il sarcasmo: veste la morte da signora borghese e la manda a passeggio. Il teschio fa da spalla
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Con For the Love of God il cranio aveva smesso di ricordare a qualcuno che sarebbe morto. Era diventato un prezzo, e la mortalità restava sullo sfondo come un pretesto. SIG prova a restituirgli un mestiere. Ha un nome, uno strumento, un posto nella band, e la funzione dichiarata di prendersi addosso il rumore del sistema dello spettacolo. Somiglia meno al teschio di Hirst che a quelli delle Fontanelle, adottati perché si facessero carico di qualcosa, e più ancora a Yorick, che faceva da spalla a un principe prima di diventare un oggetto su cui meditare.
Se la scarnificazione promessa ci sia davvero lo dirà il disco, da venerdì, e lo dirà il suono più dell’immagine. Il teschio dorato, intanto, ha già fatto quello che i teschi fanno da cinque secoli nelle mani degli artisti: ha reso desiderabile la propria critica del desiderio.
Cremonini_@Pepsy Romanoff
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