ll Mediterraneo di Akram Zaatari non è quello che siamo abituati a vedere. Nella sua cartografia il mare si chiude su se stesso, i continenti perdono consistenza, le coordinate cedono il passo alla memoria.
Non è un esercizio di immaginazione né una provocazione formale, ma un modo per interrogare il rapporto tra storia, geografia e potere, mostrando come ogni rappresentazione del mondo sia anche una scelta politica e culturale.
L’intera ricerca dell’artista libanese si muove lungo questa linea di tensione. Fotografia, film, installazione e archivio non sono linguaggi separati, ma strumenti attraverso cui ripensare il modo in cui le immagini costruiscono la memoria, producono narrazioni e trasformano il nostro rapporto con la storia. Le sue opere aprono uno spazio in cui passato e presente continuano a ridefinirsi reciprocamente.
In occasione di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 abbiamo incontrato Akram Zaatari, tra gli artisti della mostra Domestic Displacement, a cura di Giulia Ingarao e Antonio Leone, in programma fino al 27 settembre.
Con lui abbiamo parlato della geografia come costruzione culturale, del Mediterraneo come archivio di civiltà e conflitti, del valore politico delle immagini, della memoria nell’epoca dell’intelligenza artificiale e del ruolo che l’arte può ancora assumere in un presente attraversato da guerre, migrazioni e profonde trasformazioni sociali.
Ne emerge una riflessione che attraversa passato e presente senza nostalgia, interrogando il modo in cui osserviamo, interpretiamo e raccontiamo il mondo.
LA COVER

L’INTERVISTA
In ʿL YM B ŠM il Mediterraneo è rappresentato attraverso un radicale rovesciamento della prospettiva convenzionale: il mare diventa quasi una massa solida, mentre le terre circostanti assumono una dimensione più incerta. Che cosa l’ha condotta a questa inversione geografica?
Il Mar Mediterraneo è dipinto di blu, come vuole la convenzione. Tuttavia è rappresentato come uno specchio d’acqua chiuso, con Gibilterra, il Canale di Suez e il Bosforo sigillati, così da apparire quasi come un lago. Questo deliberato allontanamento dalla geografia serve a mettere in evidenza la comunità che si è formata attorno ad esso, più che i suoi collegamenti marittimi con il resto del mondo. Il dipinto non cerca l’accuratezza cartografica, ma mette in scena una convergenza tra dimensione mentale, storica e geografica.
Le terre circostanti sono rese in arancione, colore complementare del blu, creando un netto contrasto visivo. I continenti stessi sono omessi, permettendo alla massa terrestre che circonda il mare di apparire senza confini e rafforzando così tanto la singolarità del Mediterraneo quanto quella delle comunità che abitano le sue sponde.
In quest’opera mette in relazione due forme di movimento apparentemente lontane: la diffusione dell’alfabeto fenicio nell’antichità e le traiettorie contemporanee dei bombardieri militari. Qual è il legame tra questi due movimenti?
Il dipinto assume la forma di una mappa, ma ciò che rappresenta non è l’accuratezza cartografica bensì una geografia concettuale. Sovrappone due temporalità: il periodo in cui i Fenici diffusero nel Mediterraneo l’alfabeto da loro sviluppato, a partire circa dal 1000 a.C., e il 2024, quando i bombardieri B-2 attraversarono il Mediterraneo da Gibilterra, passando per lo spazio aereo israeliano, per colpire Natanz, in Iran. Entrambe le traiettorie attraversano lo stesso mare, ma procedono in direzioni opposte e incarnano intenzioni contrarie.
La prima trasportava uno strumento di civiltà da est verso ovest, la seconda proiettava forza militare da ovest verso est. Il Mediterraneo diventa così il palcoscenico comune sul quale questi due gesti, uno di trasmissione e l’altro di distruzione, vengono posti in relazione.

ink and acrylic on mulberry paper – 63.5 x 91.5 cm.
© Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery
and Thomas Dane Gallery.
Il Mediterraneo è stato spesso descritto come la culla delle civiltà, ma oggi è anche una geografia segnata da migrazioni, conflitti e tragedie. In che modo l’arte può confrontarsi con questo spazio senza cadere nella nostalgia o nella semplificazione politica?
Oggi il Mediterraneo è diventato un ricettacolo di gran parte delle acque reflue e dei rifiuti prodotti lungo le sue coste. Nell’antichità, al contrario, funzionava come una via di scambio: la principale rotta marittima attraverso cui circolavano persone, merci, idee e scrittura.
Oggi, pur restando un mare di passaggio, è stato suddiviso in giurisdizioni nazionali e trasformato in una frontiera rigidamente sorvegliata. Quello che un tempo era uno spazio condiviso è divenuto sempre più un paesaggio di confini.
La migrazione contemporanea attraverso il Mediterraneo è immaginata soprattutto come un movimento da sud verso nord. Eppure, negli anni che circondarono la Prima e la Seconda guerra mondiale, la direzione era spesso opposta: migliaia di europei cercarono rifugio nel Nord Africa attraversando il mare verso sud.
ʿL YM B ŠM non propone un’opposizione nostalgica tra un ieri bello e un oggi brutto. Riflette piuttosto su ciò di cui questo mare è stato testimone nel corso del tempo. Portando il passato nel presente, l’opera suggerisce che la nostra comprensione del futuro dipende dalla capacità di pensare entrambe le dimensioni insieme.
Le mappe sono spesso percepite come strumenti oggettivi, ma il suo lavoro mostra come ogni cartografia contenga una scelta e quindi una visione del mondo. Riscrivere la geografia significa anche riscrivere la storia?
Come dicevo prima, questa non è una mappa scientifica. Distorcendone la geografia, cerco di fare spazio all’affettività, di produrre una mappa modellata non soltanto dalla misurazione, ma anche dalla memoria, dalla storia e dalle emozioni.
Quanto ritiene importante oggi sviluppare nuovi punti di vista?
È essenziale coltivare prospettive differenti per comprendere il mondo. Il passato può orientarci, ma da solo non basta. Capovolgere le situazioni è un modo per immaginare le cose diversamente, per mettersi nei panni dell’altro. Chi guarda il mondo attraverso gerarchie rigide o pretese di superiorità trova spesso difficile questo ribaltamento, perché mette in discussione posizioni di potere ereditate.

pigment inkjet print on gelatin treated glass plate with earth, glass, metal, acrylic medium, steel mounts, floor standing preservation flood light
210 x 160 x 1 cm.
© Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery and Thomas Dane Gallery. Photo: M3Studio.
Nel corso della sua ricerca ha spesso messo in discussione l’autorità delle immagini. Un’immagine conserva la memoria oppure inevitabilmente la riscrive?
Le immagini sono testi con dei sottotesti. Spesso vengono lette in superficie, mentre io cerco di far emergere i codici che custodiscono, rivelando ulteriori livelli di significato. Le immagini sono inseparabili dalla memoria, sia essa vissuta o costruita. Anche le memorie costruite fanno parte della nostra storia.
Viviamo in un’epoca in cui produciamo un numero infinito di immagini, mentre molte fotografie storiche rischiano di scomparire. Siamo di fronte a un eccesso di memoria o a una nuova forma di oblio collettivo?
Le fotografie storiche non scompariranno. Potranno essere sommerse da un’immensa accumulazione di immagini nuove e spesso effimere, ma resteranno accessibili. Confido che la nostra capacità di leggere le immagini diventerà sempre più sofisticata e che l’intelligenza artificiale amplierà enormemente la nostra possibilità di cercarle, collegarle e interpretarle. Non temo la scomparsa delle immagini.

inkjet print 44.6 x 357 x 3.5 cm.
© Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery and Thomas Dane Gallery. Photo: M3Studio
Fotografia, pittura, installazione, cinema e performance sono linguaggi differenti attraverso i quali esplora memoria, resistenza e desiderio. Esiste un momento preciso in cui un percorso di ricerca suggerisce quale medium utilizzare?
Sono media differenti attraverso i quali gli artisti riflettono sul mondo e su ciò che li ossessiona. Attraverso di essi ricordano, indicano ciò che li abita. La scelta di un medium è sempre una negoziazione delicata. La stessa idea può assumere forme diverse a seconda del mezzo, ma la scelta raramente è determinata dalla sola idea. Nasce piuttosto da una negoziazione tra ciò che è materialmente ed economicamente possibile, il tempo necessario alla realizzazione dell’opera e i desideri dell’artista. Talvolta si sceglie un medium semplicemente perché si sente il bisogno di esplorarlo.
Se dovesse scegliere una canzone come colonna sonora delle sue opere, quale sceglierebbe?
Ho lavorato molto con Nadim Mishlawi. È un compositore straordinario. Amo anche Um Kulthum, la grande diva della musica egiziana classica. Mi piace inoltre il pop arabo, ma adoro anche tutto ciò che ha realizzato il gruppo islandese Múm.
Di recente ho scoperto il lavoro del musicista giordano Hosam Omran.
La sua musica mi ricorda quella dei Múm. È contemporanea, fluida e profondamente emozionante.
Nelle sue opere l’estetica non appare mai neutrale. La considera uno strumento di costruzione oppure un campo di responsabilità?
Le estetiche sono forme alle quali si può attingere o fare riferimento. Non esistono per essere seguite dogmaticamente. Alcuni artisti lavorano proprio sovvertendo le norme consolidate. Inoltre le estetiche cambiano nel tempo: non sono mai fisse.

porcelain tiles, in 2 parts
85.5 x 42 cm.
© Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery and Thomas Dane Gallery. Photo: M3Studio.
Se dovesse descrivere la sua pratica con il distacco del critico, quali parole userebbe per definirne il nucleo?
Le mie opere appartengono a una pratica documentaria che possiede una naturale inclinazione verso la storia. È una pratica che rispetta la geometria e si confronta con il tempo.
C’è stato recentemente un progetto che l’ha costretta a compiere un gesto o ad adottare un metodo estraneo alla sua pratica abituale?
Sto lavorando a un’opera d’arte pubblica: una grande scultura destinata alla Biennale di Arte Pubblica di Abu Dhabi. Non posso rivelare ulteriori dettagli sul progetto, ma sarà un tipo di lavoro completamente nuovo per me.
In un presente segnato da crisi ambientali, guerre e profonde trasformazioni sociali, l’arte può ancora essere uno spazio di utopia oppure il suo ruolo è soprattutto quello di interrogare criticamente il presente?
Entrambe le cose. L’arte, tuttavia, è cambiata profondamente negli ultimi decenni. Sono entrati in scena nuovi attori. Ciò che aveva attratto molti di noi, architetti, ingegneri, scrittori, registi e altri ancora, era la sua porosità, la sua apertura, la libertà che offriva e la molteplicità delle sue forme e dei suoi linguaggi. Quel mondo non è scomparso, ma è stato ridefinito dall’arrivo di nuovi soggetti e nuovi interessi: investitori, sviluppatori immobiliari, pianificatori statali, consulenti, esperti di marketing, speculatori e strateghi della cultura, tutti impegnati a modellarne l’economia, a stabilirne le linee rosse e a influenzarne la ricezione.
L’arte nella quale siamo cresciuti non è l’arte del Rinascimento, né quella dell’antico Egitto, per fare un esempio.
Ciò che voglio dire è che l’arte è il luogo in cui trovano espressione le etiche del proprio tempo.
La si può chiamare utopia, ma una definizione del genere rischierebbe di non cogliere il valore delle pratiche documentarie, alle quali sento di appartenere profondamente.

routed beech wood stamp, copper dimensions variable
© Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery and Thomas Dane Gallery. Photo: M3Studio.
L’ARTISTA
Akram Zaatari (Sidone, Libano, 1966) è un artista il cui lavoro si concentra sulla fotografia e sulla riscrittura della geografia mediterranea, affiancando alla pratica visiva un forte interesse per la critica, la curatela e le pratiche di archiviazione della memoria collettiva del Medio Oriente. La sua vita è caratterizzata da una serie densa di viaggi e avvenimenti che hanno influenzato la sua poetica e i suoi interessi di ricerca. Diplomatosi a Sidone nel 1983, quando la città era sotto l’occupazione israeliana, Zaatari si laurea in architettura presso l’Università Americana di Beirut nel 1989. Per un paio di anni lavora come architetto, ma nel 1992 si trasferisce a New York dove consegue un Master in Scienze della Comunicazione presso la New School (1995). Tornato in Libano dopo la fine della guerra civile, lavora come produttore del programma mattutino Aalam al Sabah di Future TV. Sempre più interessato al cinema e influenzato dalle opere di Rainer Werner Fassbinder, Pier Paolo Pasolini e Abbas Kiarostami, nel 1997 diventa uno degli organizzatori dell’ Ayloul Festival di Beirut, dedicato al teatro, alla danza e al cinema d’avanguardia. Lo stesso anno fonda, insieme ai fotografi Fouad Elkoury e Samer Mohdad, l’Arab Image Foundation (AIF), un archivio partecipato dedicato alla ricerca, alla comunicazione e alla promulgazione delle pratiche fotografiche e alle testimonianze visive della cultura mediorientale, nordafricana e della diaspora araba. Nel 1998 incontra il fotografo Hashem el Madani, al quale dedica una ricerca approfondita, riconoscendone il valore antropologico nella conservazione della memoria culturale e dei costumi della loro città d’origine comune, Sidone.
Zaatari si occupa anche di pittura, installazione e performance, esplorando la memoria, la resistenza, il desiderio, così come la narrazione in tempi di guerra e i meccanismi culturali che danno senso e forza alle immagini. Nella sua carriera ha ricevuto diversi premi tra cui: Miglior Documentario e Miglior Regista per il Beirut International Film Festival (1998); Prix Son – Festival International de Cinéma de Marseille (2004); Primo Premio in occasione del FAIR PLAY Video Art Festival di Berlino (2005); Premio dell Associação Cultural Videobrasil (2011). Nel 2013 è stato selezionato per rappresentare il Libano alla 55ª Biennale di Venezia. Ha esposto in musei di prestigio tramite mostre collettive e personali, tra le quali: My Your Memory, National Museum of Modern and Contemporary Art, Seoul (2022); The Third Window, Sfeir-Semler Gallery, Beirut (2018); Against Photography. An annotated history of the Arab Image Foundation, Museo de Arte Contemporáneo de Barcelona (2017); Unfolding, Moderna Museet, Stoccolma (2015). Attualmente sta partecipando alla mostra collettiva GAZA, il futuro ha un cuore antico, organizzata dalla Fondazione Merz di Torino, con la serie Mediterranean Ruins. Vive e lavora principalmente a Beirut.




