Per Romina Bassu tutto nasce dall’equilibrio e dal momento in cui quell’equilibrio si spezza. La sua pittura vive in quello spazio fragile tra ciò che mostriamo e ciò che scegliamo di custodire. È lì, dentro quella tensione, che nascono le sue immagini.
Nella sua pittura c’è la stessa precisione che attraversa il suo modo di osservare le cose: uno sguardo attento, mai didascalico, capace di andare oltre ciò che appare e di cercare quello che spesso rimane nascosto.
Le sue immagini colpiscono per l’essenza della composizione, ma è ciò che resta sospeso a continuare a parlare. Corpi, oggetti e piccoli gesti quotidiani diventano luoghi in cui affiorano emozioni, fragilità, identità e quelle contraddizioni che spesso abitano il rapporto con noi stessi e con gli altri.
Abbiamo incontrato Romina per entrare nel cuore della sua ricerca e del suo modo di intendere la pittura. La conversazione ci ha portati da John Berger a Virginia Woolf, fino agli archetipi di Jean Shinoda Bolen, seguendo un percorso fatto di immagini, memoria e domande. Perché nella sua pittura l’esperienza personale non rimane mai soltanto privata, ma diventa uno spazio in cui anche chi guarda può riconoscersi.
LA COVER

L’INTERVISTA
Con “Lo sguardo vergine, una fuga d’amore” allo Spazio Giallo di Roma torni a confrontarti con l’archetipo di Demetra, una figura già emersa nel 2021 all’interno della tua indagine sulla tassonomia femminile di Jean Shinoda Bolen. Cosa ha determinato questo ritorno specifico? Quale urgenza, nel panorama contemporaneo o nella tua evoluzione personale, ti ha ricondotto a questa divinità del pantheon junghiano rispetto ad altre polarità possibili?
Per l’esposizione allo Spazio Giallo mi è stato proposto di entrare in dialogo con il sacro, trattandosi di un’ex chiesa.
Insieme a Carolina Levi abbiamo deciso di riprendere Demetra come figura simbolicamente più vicina alla natività, in continuità con la ricerca iniziata con la mostra Archè, tenutasi negli spazi di AlbumArte.
Questa scelta nasce anche da una necessità personale. Gli ultimi anni, segnati da una crescente instabilità tra guerre, crisi economiche e emergenza climatica, hanno avuto su di me un forte impatto emotivo.
Il riferimento a Demetra mi ha aiutato a ritrovare l’idea di un centro non dipendente dall’esterno. Il “diventare madre di se stessi”, in questa prospettiva, si è rivelato necessario per sostenere e trasformare il vuoto.
Nei lavori esposti il latte è una presenza silenziosa, quasi un gesto di cura. Dipingerlo è diventato per me un rituale intimo, una risorsa simbolica di nutrimento che apre alla possibilità di rigenerazione interna.
Queste opere stanno tutte in questo spazio fragile: tra perdita di equilibrio e bisogno di ricostruire qualcosa dentro.

In Questioni di sguardi, John Berger annotava che “gli uomini guardano le donne, le donne guardano se stesse essere guardate”.
Di fronte alle tue tele, lo spettatore si trova inserito in una triangolazione complessa: di chi è, in ultima analisi, l’occhio che agisce?
In una cultura che ha storicamente oggettivizzato il corpo femminile, le donne finiscono spesso per interiorizzare quello sguardo e rivolgerlo verso se stesse. Ne deriva un processo di auto-oggettivazione: ci si guarda in terza persona, come se lo sguardo fosse quello di un osservatore esterno.
In alcuni lavori ho raccontato quella scissione interna dell’io femminile descritta da Berger. Nel tentativo di rappresentare il complesso processo di auto-monitoraggio, ho dipinto figure femminili affiancate da un alter ego, una sorta di sosia che le osserva e le valuta incessantemente.
Ho immaginato il male gaze come un doppio interiore: non più soltanto uno sguardo esterno, ma una presenza che si insinua nella coscienza. Un’estensione della personalità generata dall’interiorizzazione del giudizio patriarcale, una voce che sorveglia il corpo dall’interno.
Ad esempio, in Blind Spot due donne cercano di indossare un impermeabile appena sufficiente a contenere l’ingombro di entrambe. È uno scenario di convivenza forzata che evoca l’ambivalenza delle due protagoniste, si prendono cura l’una dell’altra, ma allo stesso tempo si limitano reciprocamente.

I tuoi quadri creano un mondo claustrofobico dentro il mondo reale, dove stereotipi e disperazione coesistono con una superficie di forte seduzione visiva. Come bilanci questa frizione tra sconcerto concettuale e piacevolezza formale?
Sono attratta dagli opposti, da quello spazio liminale che nasce dal loro incontro. La piacevolezza formale è una “prima pelle”, attrae lo sguardo e solo successivamente rivela la dimensione perturbante dei miei lavori. Mi interessa lavorare sul cortocircuito tra seduzione e disagio, mettendo in discussione gli ideali tradizionalmente associati al femminile come la grazia, la disponibilità o la delicatezza. Introdurre elementi di tensione attraverso questi stessi codici significa mettere in crisi le aspettative e trasformare l’elemento ornamentale in uno spazio di resistenza.

Usi spesso citazioni letterarie per titolare le opere. Il testo agisce come detonatore dell’immagine o è la pittura a esigere, ex post, la propria designazione poetica?
Non ho una regola fissa, ma generalmente è la pittura a suggerire il titolo e non il contrario. Le parole arrivano dopo, come una risonanza dell’immagine, un modo per aprire nuove possibilità di interpretazione.
Per esempio, alla fine del 2025 ho dipinto una matita ricoperta di spine accanto a una matita tradizionale. Quelle spine mi hanno richiamato un passaggio di Virginia Woolf in A Room of One’s Own, dedicato all’ostilità che una donna può incontrare quando rivendica il proprio spazio creativo. Il titolo Not Indifference But Hostility nasce proprio da questo incontro tra immagine e memoria letteraria.

Chi sono, ontologicamente, i soggetti che popolano le tue tele? Più che ritratti, sembrano incarnazioni di “tipi umani” o costrutti sociali. Qual è la loro funzione comunicativa?
Non sono ritratti nel senso tradizionale del termine, ma figure che assumono una valenza simbolica e sociale, attraverso corpi conformi alle aspettative di genere, incarnano gli stereotipi e, allo stesso tempo, la tensione e la nevrosi generate dal tentativo di aderirvi.
Oggetti, arredi e dettagli domestici abbondano nelle tue composizioni. Che statuto hanno? Sono dettagli complementari alla narrazione o veri e propri feticci concettuali?
Quando gli oggetti compaiono accanto ai personaggi, non sono soltanto dettagli narrativi. Una parrucca, un paio di scarpe con i tacchi o dei guanti modificano la lettura dell’immagine, orientano la narrazione e definiscono un’identità. Sono elementi che collocano socialmente il corpo, attivando un immaginario collettivo fatto di associazioni immediate, ma anche di riferimenti cinematografici e culturali.
Quando invece occupano da soli l’intero spazio, in assenza della figura umana, acquisiscono una valenza più simbolica.
Diventano il luogo in cui si concentra quella tensione psicologica e quella vulnerabilità che prima affidavo ai corpi. Un piatto rotto, un libro tagliato o un fiore reciso non raccontano semplicemente un gesto, ma rendono visibile una condizione interiore, una ferita che altrimenti resterebbe invisibile.

La tua tecnica pittorica ha una cifratura estremamente riconoscibile. Come si articolano il controllo del colore e la precisione del tratto in relazione alla scomposizione della figura?
La dimensione cromatica nei miei lavori nasce dall’ibridazione tra tonalità calde e fredde, portate verso un equilibrio desaturato.
I toni dell’incarnato, del grigio perlaceo e della carta da zucchero diventano un vero e proprio dispositivo emotivo: una zona intermedia e tenue in cui il colore riesce a contenere la dimensione più inquieta del dipinto.
La pittura oscilla tra controllo e immediatezza, il dettaglio più nitido convive con pennellate veloci e sintetiche, lasciando che la figura rimanga a volte definita, a volte appena accennata.
Elle UK ti ha inserita tra le 40 donne più influenti del sistema dell’arte. Avverti il peso di una responsabilità politica nel ridefinire il posizionamento delle artiste in un mercato storicamente asimmetrico?
La considero un’opportunità più che un peso. La visibilità all’interno di un sistema ancora segnato da asimmetrie offre la possibilità di dare spazio a sensibilità diverse. Il mio intervento passa attraverso la pittura, non sempre ci riesco, ma trasformare esperienze individuali in riflessioni collettive è una delle direzioni della mia ricerca.
Se le tue opere avessero una colonna sonora, quale canzone sceglieresti?
Who Knows Where the Time Goes di Nina Simone.
Se venissi nel tuo studio, cosa troverei? Quadri, libri, piante, tecnologia, dischi…?
Piccoli elementi di vetro per gli still life, guanti con unghie, parrucche e altre piccole ossessioni che fotografo prima di dipingere. Il mio studio è diventato un deposito di immagini potenziali.

Nel tuo lavoro convivono controllo formale e intensità emotiva. Dove si colloca, per te, il punto di equilibrio?
Nel grigio
Più che una definizione cosa significa per te oggi “estetica”?
L’estetica non è cosmetica: non serve a decorare, ma a creare una tensione tra ciò che appare e ciò che si rivela.
Cosa ti fa battere il cuore?
I momenti in cui la fragilità non è una debolezza, ma una forma di connessione.
L’ARTISTA

ROMINA BASSU nasce a Roma nel 1982, dove vive e lavora.
Si forma presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale e la Facultad de Bellas Artes di Siviglia. Negli anni la sua ricerca verte sempre di più sulla rappresentazione di quegli stereotipi femminili modellati secondo le esigenze di una cultura maschile.
Gli ultimi soggetti rappresentati interpretano il legame tra donna, corpo e vulnerabilità: tre elementi che, attraverso la narrazione pittorica, definiscono uno spazio esistenziale.





