Sara Terzi_Portrait

Intervista – SARA TERZI: dentro la collezione d’arte di Soho House, tra ospitalità, identità e nuovi modelli culturali

Sempre più nomadi oggi ci spostiamo in uno spazio a sua volta “nomade”,
caratterizzato da concentrazioni urbane ad alta densità, configurazioni architettoniche
che sorgono veloci negli skyline e dalla moltiplicazione di infrastrutture per la viabilità.
Il paesaggio si decostruisce, mutano le progettualità che interessano i luoghi e le
motivazioni che spingono all’aggregazione. Nuovi modi di abitare, lavorare e essere
insieme, ristrutturano continuamente l’esperienza del quotidiano. Partecipazioni leggere
ed effimere ad una soggettività collettiva sostituiscono l’ancoraggio individuale, fornito
dall’ordine sociale. I luoghi si offrono come spazi della pausa, di comunicazione
mediata da immagini e proliferazione di testi, in relazione ai quali la dimensione
partecipativa al gruppo si costruisce intorno alla condivisione del “mito”. Marc Augè
distingue il termine spazio da quello di luogo, identificando con lo spazio “la pratica dei
luoghi che definisce specificatamente il viaggio”, in cui il riconoscimento, diversamente
dalla conoscenza approfondita, determina i rapporto tra persone
(Augè
Marc, Nonluoghi).

Quando nel 1995 Nick Jones fondò Soho House, la catena di hotel e club privati divenuta simbolo dell’élite internazionale creativa, lo fece senza dubbio calandosi nello spirito del tempo e anticipando di svariati decenni le traiettorie dell’ospitalità.

Se il movimento diventa il paradigma esistenziale della contemporaneità, è importante infatti trovare un luogo in cui incontrarsi e riconoscersi ad ogni latitudine. Un luogo che della casa riproponga alcune salienti caratteristiche. L’identità degli spazi delle Houses, tutte simili o diverse quanto basta per suggerire il cambiamento di paesi e culture; la familiarità che si respira nel vivere gli spazi, ben lontani da quel senso di nonluogo che ispira la tradizione architettonica degli hotel; l’interior design e l’arredamento, non solo curati nel minimo dettaglio ma concepiti esattamente come in un’abitazione.

Ultimo, e non per importanza: l’arte. Elemento decorativo e imponente collezione privata, di proprietà di un brand, che sceglie di metterla a disposizione, ancora una volta seguendo logiche abitative più che museali, di tutti i suoi membri.

Durante l’ultima edizione di Roma Gallery Weekend – Contemporanea, che si è tenuta dal 15 al 17 maggio appena trascorsi, abbiamo scelto di partecipare a tutte le attività che si sono svolte all’interno della sede romana di Soho House, partner e, per molti, headquarter della manifestazione diffusa nei diversi quartieri della città. È nata in questo modo l’idea di intervistare Sara Terzi, Soho House Senior Art Collections Manager, per scoprire la complessità del lavoro di ricerca e selezione che sta dietro al patrimonio artistico disseminato in tutte le Houses. Il quale, per la sua specificità e atipica fruibilità, rappresenta un nuovo modello di collezione privata, meritevole di un lungo e
dettagliato approfondimento.

INTERVISTA 

Partiamo dal tuo percorso personale e professionale. Quali sono state le tappe che ti hanno portato a lavorare per Soho House con la qualifica di “Senior Art Collection”? Quali sono stati i tuoi modelli di ispirazione per dare forma ad una così imponente collezione privata? Ci sono state delle istituzioni culturali private che sostengono il mondo dell’arte che sono state per te rilevanti?

Il mio interesse per l’arte nasce durante gli anni del liceo grazie a un professore straordinario: una persona che ha incoraggiato la mia passione e mi ha spinto a proseguire gli studi all’università Ca’ Foscari di Venezia. Il mio primo lavoro è stato alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, un anno formativo meraviglioso che mi ha permesso di iniziare a comprendere il funzionamento quotidiano del mondo dell’arte prima di trasferirmi a Londra, dove risiedo da quasi quindici anni. Qui ho iniziato la mia avventura con l’arte contemporanea, di cui ho fin da subito apprezzato la possibilità di lavorare a stretto contatto con gli artisti, diventando direttrice di una galleria commerciale (The Fine Art Society) e lavorando per una non-profit per artisti emergenti, prima di approdare a Soho House nel 2019. Lavorare per una collezione privata mi ha naturalmente portato a confrontarmi con il lavoro svolto da fondazioni e musei di grandi collezionisti contemporanei e del secolo scorso quali Peggy Guggenheim (in primis), la famiglia Rubell, la famiglia Maramotti, Valeria Napoleone, i Valsecchi e la famiglia Sandretto Re Rebaudengo, notando come il punto di forza comune di queste collezioni fosse il sostegno concreto agli artisti, basato su una passione autentica e un continuo desiderio di scoperta.

Di che cosa si occupa un “Senior Art Collection”? Quante persone fanno parte del team che si dedica alla strutturazione delle collezioni di Soho House e con quali ruoli?

Il mio ruolo include mansioni molto diverse tra loro perché il nostro dipartimento è composto soltanto da quattro persone: non esistono compiti troppo ‘grandi’ o ‘piccoli’ per nessuno di noi. Soho House lavora costantemente a molteplici progetti in diverse fasi di sviluppo; pertanto, in una giornata tipica, le mie mansioni possono variare dalla ricerca di artisti per la nostra futura sede di Sydney alla stesura di un contratto di acquisizione o alla scelta della cornice più adatta per un’opera a Londra; dalla collaborazione con il team giapponese per l’ideazione di un evento a Tokyo in occasione di Tokyo Gendai alla valutazione di planimetrie per un progetto ancora in fase di sviluppo in Nord America. Nonostante il ritmo spesso intenso, il team gode di grande autonomia nella gestione dei progetti, pur mantenendo una dimensione lavorativa collaborativa, grazie alla guida di Kate Bryan, la nostra Chief Art Director: una persona incredibile, capace di valorizzare il lavoro di ogni persona del team, incoraggiandone l’indipendenza e la fiducia reciproca.

Soho House è stata fondata nel 1995 da Nick Jones. È una catena di hotel di lusso e club privati, che accoglie e mette in rete professionisti provenienti da svariati campi creativi. L’arte però ha rivestito sin da subito un ruolo centrale. A quando risale la scelta di dedicare spazio fisico all’arte, iniziando a creare delle collezioni? Con quali finalità ed esigenze è stata compiuta?

La fondazione della collezione è merito innanzitutto della visione del fondatore di Soho House Nick Jones e della sua apertura al mondo dell’arte. Durante la realizzazione di uno dei primi club della compagnia, Jones chiese all’artista Jonathan Yeo di visitarne gli spazi, e Yeo gli consigliò di sostituire i ‘noiosi’ specchi con delle opere d’arte. L’idea si sviluppò con l’intento di coinvolgere direttamente gli artisti della scena londinese nella vita delle Houses, e in poco tempo la collezione divenne parte integrante dell’identità di Soho House. L’ispirazione di riferimento fu in particolare quella de La Colombe d’Or, lo storico hotel nella Provenza francese, dove artisti come Pablo Picasso e Alexander Calder scambiavano opere in cambio di vitto e alloggio e dove l’ospitalità sosteneva concretamente la pratica artistica. Questo approccio sembrò subito un connubio ideale per un club fondato sulla forza di un network creativo, e si strutturò progressivamente grazie al lavoro curatoriale di Yeo, della curatrice indipendente Francesca Gavin e, successivamente, della curatrice Kate Bryan e dell’attuale team.

Soho House Tokyo_Yuichi Hirako

Approfondiamo la collezione. Quante sono le Houses oggi e le opere totali che conta la collezione di Soho House? A seconda delle diverse Houses in quanto tempo sono state create le singole collezioni? Dalla decisione di aprire una nuova House, quanto tempo occupano la ricerca e l’acquisizione delle opere e il loro spostamento in sede? Gli artisti vengono selezionati sul luogo oppure entro la regione e nazione dove si trova la nuova House? Come avviene questo spostamento se gli artisti non fanno parte del territorio, oppure le opere non si trovano nelle immediate vicinanze delle Houses?

Il mese scorso abbiamo aperto la nostra cinquantesima House a Tokyo, una sede importante per cui ho curato un nucleo di opere che si aggiunge alle oltre 11,000 già presenti in collezione. Ogni apertura rappresenta infatti la creazione di una nuova collezione all’interno della collezione stessa, poiché le opere vengono acquistate intenzionalmente per una determinata sede e con l’intento di esposizione permanente. La tempistica per la creazione di una nuova collezione varia enormemente a seconda del progetto, ma in media si tratta di circa due anni. Il processo inizia con una ricerca approfondita sull’arte contemporanea locale per definire il panorama artistico che caratterizza la città e/o la nazione in cui aprirà la nuova sede. Allo stesso tempo lavoriamo a stretto contatto con il nostro team di design per decidere come esporre al meglio le opere nei diversi spazi e valutare la realizzazione di interventi site-specific o di opere che possano essere integrate nella struttura dell’edificio, come nel caso dell’opera di David Shrigley poi riprodotta in mosaico nella piscina della Brighton Beach House. A ciò segue una fase di contatto diretto fatta di incontri con professionisti del settore e visite a studi d’artista, seguita da un processo di acquisizione delle opere e infine l’installazione in sede prima dell’apertura ai nostri membri. Il nostro approccio si concentra principalmente sul concetto di rappresentanza locale, una scelta sviluppata parallelamente all’espansione internazionale di Soho House che ci permette di costruire una collezione globale attraverso prospettive locali. In generale, lavoriamo con artisti che sono nati, hanno studiato o vivono nel luogo in cui la House verrà aperta, e il trasporto delle opere avviene quindi principalmente all’interno della stessa nazione. Detto ciò, consideriamo sempre la validità di fare eccezioni alle regole, e per esempio nel progetto di Tokyo ho voluto proporre una collezione che riflettesse non solo sulla scena giapponese contemporanea, ma anche sul tema della diaspora culturale giapponese. Questo ha portato all’inclusione di artisti come Caroline Ricca Lee, Greg Ito, David Horvitz e altri ancora che, pur vivendo in un altro continente o appartenendo a una seconda generazione, continuano a confrontarsi nella propria produzione artistica con l’identità e la cultura giapponese.

Brighton-Beach-House_David-Shrigley.

Focus su opere e artisti. In che modo viene effettuata la ricerca delle opere e degli artisti per ogni House? Attraverso quali canali? Se la base è a Londra, in che modo entrate in contatto e approfondite il dialogo con gli artisti che vivono nei diversi territori per capire se la loro opera possa essere adatta alla vostra collezione? Con quali criteri vengono selezionati gli artisti e come avviene l’acquisizione delle loro opere?

La ricerca avviene in prima battuta online, iniziando dai siti dei principali musei di arte contemporanea di una città, per poi passare alle fiere d’arte, alle gallerie sul territorio e agli artisti che rappresentano. Da lì la ricerca si amplia verso la pratica individuale degli artisti tramite siti, pubblicazioni e profili Instagram, per scoprire progetti indipendenti e al di fuori del sistema commerciale tradizionale. Spesso mi ritrovo con decine di pagine aperte contemporaneamente, seguendo il Bianconiglio di Alice: un sito d’artista mi porta a una mostra con dieci altri artisti, che a loro volta hanno fatto mostre collettive e così via. A questa prima fase segue poi un lavoro di contatto diretto che mi permette di instaurare una relazione con il territorio, di comprendere meglio il contesto culturale di una nazione e soprattutto di entrare in contatto con pratiche che magari non sono facilmente reperibili o ben rappresentate online. È innegabile che ci sia un limite geografico nel curare un progetto da Londra, motivo per cui il dialogo diretto e il passaparola sono essenziali. In questo senso, il periodo del Covid ha cambiato molto i limiti e le modalità attraverso cui potevamo fruire e comprendere l’arte. Proprio nel 2020 mi trovai a curare con Kate Bryan la collezione d’arte di Soho House Austin senza avere, ovviamente, la possibilità di visitare la città di persona. Per necessità iniziammo a fare visite virtuali negli atelier degli artisti (ne ebbi una particolarmente interessante con Betelhem Makonnen), e nonostante nulla possa sostituire la fruizione dal vivo, quell’esperienza ci ha insegnato che è comunque possibile creare dialoghi anche a distanza, e ancora oggi continuiamo a utilizzare questi metodi quando necessari. Per quanto riguarda i criteri di selezione, cerchiamo di mantenere un approccio il più aperto e democratico possibile: acquisiamo opere da artisti in diverse fasi della loro carriera, realizzate con tecniche diverse: dalla pittura alla fotografia, dal tessile alla ceramica, fino a pratiche più sperimentali, come la recente acquisizione di un’opera del compositore e artista giapponese Ryoji Ikeda, composta da un video riprodotto su schermi digitali di oltre 3 metri e accompagnato da un elemento sonoro. La stessa libertà si riflette anche da un punto di vista estetico e concettuale. Il sistema di acquisizione avviene tramite uno scambio basato sul valore di mercato dell’opera, acquistata in cambio di membership e credito utilizzabile all’interno delle Houses — dall’ospitalità alla ristorazione, fino ai servizi wellness. Inoltre, la compagnia sostiene direttamente i costi di produzione, trasporto e installazione delle opere.

Brighton Beach House_Beacon collection

Una collezione per essere tale deve avere un’identità. Lo dimostra anche la moda, con la sua strutturata ricerca, i temi, le forme, i materiali, le idee, gli elementi visivi che rendono ogni sistema unico e riconoscibile. Alla luce di questa considerazione su quali basi e seguendo quali criteri è stata strutturata la collezione artistica di Soho House? Essendo una catena di luxury hotel, in cui il brand internazionale dialoga con i contesti locali in cui si trovano le singole Houses, in che modo viene mantenuta questa identità nel tempo e trasversalmente alle diverse Houses?

Uno degli elementi distintivi della collezione è l’approccio curatoriale, il più possibile non gerarchico e aperto alla complessità delle scene artistiche locali, e che valorizza tanto le pratiche di artisti già affermati a livello istituzionale quanto quelle emergenti. Ogni House ha un’identità specifica, ma allo stesso tempo fa parte di una visione generale dove l’arte è parte integrante dell’esperienza dei nostri membri. In questo senso lavoriamo molto attraverso il dialogo non solo con il mondo dell’arte ma anche con i nostri membri, per capire cosa possa rendere unica ogni collezione, arrivando talvolta a mettere in discussione anche le nostre stesse regole.
Per esempio, nella realizzazione della collezione di Parigi è emersa fin da subito la forte volontà locale di avere una raccolta di opere aperta al mondo dell’arte internazionale, proprio come la città stessa stava facendo. Per questo motivo abbiamo creato una collezione tematica che includesse esclusivamente opere pittoriche, in linea con la tradizione delle più famose collezioni museali parigine, proponendo un’indagine sulla pratica di pittori contemporanei e includendo, nonostante ciò, il 65% di artisti francesi o residenti in Francia. Questo ci ha permesso di avere nello stesso spazio artisti quali Oscar Murillo, Jules de Balincourt, Isabelle Cornaro, Clare Woods e Souleimane Barry. La scelta dell’opera “giusta” per la collezione si basa quindi sulla capacità dell’opera di inserirsi nella narrativa di un progetto specifico e di contribuire in modo unico innanzitutto alla House, e più in generale alla collezione stessa.

Soho House Paris_Soulemaine Barry

Arte e interior design. Le opere devono armonizzare esteticamente con i diversi spazi delle Houses? Se sì, l’idea di acquisire un’opera segue criteri più legati all’interior design oppure alla notorietà, all’approccio sperimentale, al peso comunicativo o economico degli artisti?

Il principio guida è quello della qualità artistica delle opere: non necessariamente in termini di notorietà o valore di mercato, ma di forza visiva, concettuale o emotiva, capace di continuare a comunicare qualcosa nel tempo. A tutto ciò si aggiunge la considerazione che l’arte verrà esposta in un ambiente che non è quello tradizionale di un museo, protetto da sensori e dissuasori, ma in uno spazio vissuto quotidianamente dai nostri membri. Questo comporta anche considerazioni pratiche legate alla protezione delle opere, per cui spesso le cornici hanno vetri antiriflesso o pensiamo a soluzioni ad hoc per la conservazione a lungo termine che non compromettano la fruizione dell’opera. La maggior parte delle opere viene necessariamente esposta a parete, ma cerchiamo continuamente di rompere lo schema bidimensionale per creare una relazione più dinamica con lo spazio, come ad esempio nell’installazione a soffitto di una scultura di Bella Rune nella chiesa sconsacrata che ospita la nostra sede di Stoccolma, oppure con l’acquisizione della nostra prima installazione luminosa, creata appositamente da Javier Riera per la nostra sede di Ibiza.

Soho Farmhouse Ibiza_Javier Riera

Il tuo ruolo di selezionatrice ha anche un valore cruciale dal punto di vista economico e di investimento per Soho House. È un elemento di cui tenete conto? Quanto incide il valore economico potenziale delle opere rispetto al gusto o ad altri criteri di scelta? Ritieni che il tuo lavoro sia più orientato alla selezione o alla curatela?

La collezione di Soho House funziona in maniera simile a un museo privato piuttosto che una galleria commerciale: nessuna opera è mai stata venduta e le opere lasciano temporaneamente le nostre sedi solo in occasione di prestiti per mostre museali, quali l’attuale mostra di Hurvin Anderson alla Tate Britain. Questo ci permette di lavorare senza pressioni di tipo speculativo né secondo logiche di mercato: una posizione più unica che rara. Riteniamo che affinché un’opera entri in collezione, debba possedere un valore artistico tale da contribuire in modo significativo alla costruzione di un progetto curatoriale a lungo termine; di conseguenza, il nostro lavoro è prima di tutto un lavoro di curatela. Ci tengo a precisare che lo considero un lavoro che richieda sia responsabilità sia apertura. Il mio gusto personale non può essere l’unico parametro curatoriale, perché il gusto può talvolta essere influenzato semplicemente da ciò che conosciamo meglio o da ciò che ci suggerisce l’algoritmo di un social media. Più si continua a fare ricerca e a incontrare artisti, più si sviluppa la capacità di apprezzare forme espressive diverse, che contribuiscono a loro volta a creare una collezione in continua evoluzione nel tempo.

Chi abita o transita negli spazi delle varie Houses pensi sia consapevole di questo immenso patrimonio a disposizione, fruibile al pari di quello di un museo? Anzi, con più libertà e senza pagare un biglietto? Il pubblico come approfondisce la conoscenza degli autori delle opere?

Siamo fieri del fatto che un gran numero dei nostri membri dimostri grande attenzione e interesse per le opere presenti nelle diverse Houses; anzi, capita spesso che ci contattino per approfondire il lavoro di un artista. Detto ciò, poiché le sedi non sono appunto musei, c’è chi osserva le opere immediatamente e chi magari le scopre più lentamente, ed è normale che sia così. Da parte nostra, negli ultimi anni abbiamo lavorato molto per rendere più accessibili le informazioni sulla collezione, soprattutto considerando che le opere esposte non sono affiancate da didascalie esplicative, proprio come accadrebbe in una qualsiasi abitazione. Per questo abbiamo creato delle “mappe d’arte” per ogni House, che includono le immagini di ogni opera esposta, i nomi di ogni artista in collezione e l’approccio curatoriale adottato per ciascun progetto. Queste mappe sono disponibili nelle nostre sedi in formato digitale tramite codici QR e sulla nostra app, ma per noi era importante che questo patrimonio non rimanesse confinato a una dimensione esclusiva; per questo le informazioni sono accessibili pubblicamente anche sul nostro sito. Esiste inoltre in ogni House una programmazione eventi legata all’arte che mira a valorizzare sia gli artisti già presenti in collezione sia pratiche artistiche che, pur non facendone parte, rivestono una particolare rilevanza nel contesto locale. Ad esempio, ad aprile abbiamo realizzato un’installazione con l’artista Kevin Osepa sul tetto della nostra sede di Amsterdam, visitabile per un solo giorno.

Di recente è uscito un articolo su Pambianco Hotellerie che parla di un nuovo modello di ospitalità che spinge gli hotel a trasformarsi sempre di più in club privati. Soho House ha fatto da apri pista a questa tendenza, distinguendosi per l’individuazione di un publico specifico. Eppure il richiamo all’arte, al design e alla creatività, ovvero quelli che per voi sono valori e impegno concreto, altrove appaiono più un facile espediente per attrarre pubblico. Che cosa ne pensi? Se strutturare collezioni private diventasse una pratica comune, si potrebbe creare una nuova forma di concorrenza che vi obbligherebbe a ripensare il vostro modello, trovando nuove soluzioni per distinguervi?

Trovo molto incoraggiante che altri hotel stiano sviluppando progetti con una nuova sensibilità verso il mondo dell’arte, e anzi mi sorprende che questo tipo di approccio non si sia diffuso prima. Questo è un settore in cui vengono continuamente investite risorse enormi nella creazione di interni perfetti, le cui componenti sono però spesso destinate ad avere un ciclo di vita limitato, mentre l’arte ha la capacità di generare un valore culturale ed emotivo destinato a crescere nel tempo. Credo che questa sia una direzione estremamente positiva, se affrontata in maniera seria, perché contribuisce fondamentalmente a creare nuove opportunità per sostenere le pratiche di artisti, soprattutto quelle di artisti emergenti, che possono esistere al di fuori di modelli commerciali tradizionali. Penso che la forza del nostro modello risieda in particolare nel fatto che il nostro lavoro vada oltre l’acquisto di un’opera ma coinvolga attivamente gli artisti all’interno delle nostre Houses, dove le opere sono esposte in luoghi d’incontro vissuti e frequentati quotidianamente. Inoltre, il semplice fatto che un artista possa continuare a mantenere un rapporto con la propria opera nel tempo, magari sedendovisi accanto per bere un cocktail con un amico anni dopo l’acquisizione, crea una relazione del tutto inconsueta con la collezione.

Soho-House-Rome_Saints-and-Sinners

Entriamo nel vivo della dimensione locale. La collezione d’arte di Soho House Rome quanti pezzi comprende e quanti artisti? Che rapporto sussiste tra “alto” e “basso”, ovvero tra artisti più istituzionalizzati e consolidati (se ce ne sono) ed emergenti e underground? Presti attenzione a questi due estremi quando fai ricerca?

La collezione di Roma è composta da oltre 300 opere di artisti italiani e internazionali. Fin dall’inizio abbiamo voluto instaurare un rapporto con il contesto artistico di San Lorenzo e con gli artisti che vi lavorano; infatti, molti degli artisti in collezione, quali Silvia Giambrone, Quayola, Gianni Politi e Alessandro Calizza, hanno il loro studio proprio in questo quartiere. Accanto a questi nomi, abbiamo inoltre in mostra opere create nel 2020 da artisti internazionali quali Sol Calero, David Horvitz, Ryan Gander, Shahryar Nashat, Ilit Azoulay e Chi Wo Leung, che hanno partecipato al progetto curatoriale ‘Quaranta’. In quest’occasione abbiamo chiesto ad artisti residenti in diverse città del mondo di collaborare a coppie alla creazione di un’opera durante un periodo di vero e proprio isolamento, prendendo spunto dall’origine etimologica della parola “quarantena” sia per il titolo del progetto sia per la scelta del luogo in cui esporre le opere. Il modo in cui le opere vengono esposte è finalizzato a creare connessioni significative tra pratiche artistiche differenti; per questo non esistono gerarchie espositive, ma piuttosto affinità visive, concettuali o tematiche come nel gruppo di opere nella sede romana focalizzate sul concetto di “Santi e Peccatori”. Considero questo approccio curatoriale fondamentale perché evita la creazione di barriere tra artisti che si trovano in momenti diversi della propria carriera e favorisce dinamiche che non funzionano soltanto dal basso verso l’alto ma anche in maniera trasversale, mettendo in contatto artisti con carriere già consolidate e pratiche emergenti, e creando occasioni di confronto fra sensibilità che magari non si erano ancora incontrate.

Soho-House-Rome_Quaranta-collection

Esiste un progetto espositivo per le opere di ogni House? Lavorate in team per capire come e dove collocare le singole opere, creando una narrazione o una sequenza espositiva come in un museo? In che modo decidete di raggrupparle o affiancarle, di distribuirle negli spazi e sui piani?

Sì, ogni collezione viene costruita secondo un criterio curatoriale preciso ed è interamente guidata dal nostro dipartimento, ad eccezione della Beacon Collection curata da Gemma Rolls-Bentley, la cui competenza nelle pratiche artistiche queer ha contribuito a creare una collezione unica nel suo genere per la nostra sede di Brighton. Naturalmente il nostro lavoro non potrebbe svilupparsi senza il dialogo costante con artisti, curatori, galleristi e professionisti locali, ma allo stesso tempo il nostro team mantiene un’indipendenza curatoriale che contribuisce a preservare l’identità della collezione. A differenza di un’esposizione progettata secondo una narrazione lineare o cronologica, ogni collezione parte sempre dallo spazio della House. A volte curiamo un progetto stanza per stanza, altre volte per piano. Ad esempio, ad Amsterdam abbiamo voluto creare una collezione che omaggiasse i classici temi della pittura di genere, per cui un piano è dedicato alla natura morta, uno al paesaggio e uno all’autoritratto. Per la sala da biliardo della sede di San Paolo abbiamo invece riunito opere incentrate sul tema del gioco. Inoltre, è spesso presente una forte componente site-specific, per cui commissioniamo ad artisti opere pensate appositamente per uno spazio specifico all’interno della House, creando un rapporto stretto fra arte e architettura. Penso, ad esempio, all’opera creata dall’artista Pannaphan Yodmanee per il soffitto dell’atrio della nostra sede di Bangkok o all’installazione basata su carta da parati realizzata da Genevieve Gaignard per la nostra sede in Downtown Los Angeles.


Soho-Warehouse_Genevieve-Gaignard-

Il Gallery Weekend è un evento e anche un momento in cui l’arte si apre alla città. O meglio, i circuiti più sfuggenti dell’arte, cioè le gallerie commerciali, aprono le porte ad un pubblico di passaggio, che diversamente dai collezionisti per passione o di mestiere, si diletta, come accade in altri eventi diffusi, a curiosare passando da un luogo all’altro. In che modo Soho House sostiene questa manifestazione? A sua volta Porsche che tipo di partnership ha strutturato con Soho House in questa occasione?

Il Gallery Weekend è un appuntamento fisso nel nostro calendario, al quale teniamo molto partecipare e sostenere come parte integrante del programma artistico che portiamo avanti durante l’anno. Per quest’edizione, la partnership con Porsche ci ha permesso di offrire ai nostri membri una serie di tour guidati delle gallerie partecipanti alla manifestazione e di realizzare un programma di attività presso la nostra sede comprendente un’installazione temporanea e una serie di talk, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza della scena artistica romana e, più in generale, di quella italiana. Nella House i protagonisti sono stati Numero Cromatico con una installazione temporanea e un incontro di approfondimento sul loro percorso artistico, e una conversazione focalizzata sul ruolo di prestigiose istituzioni culturali italiane fondate su importanti collezioni private, rappresentate da Sara Piccinini per la Collezione Maramotti e da Mario Mainetti per la Fondazione Prada. La collaborazione fra Soho House e Porsche nasce da un interesse condiviso per il sostegno alla creatività contemporanea e ci ha permesso, negli ultimi anni, di sviluppare numerose iniziative a livello internazionale. In questo contesto, la scelta di collaborare con Numero Cromatico è sembrata particolarmente naturale. Questo talentuoso collettivo riesce infatti a coniugare ricerca scientifica e sperimentazione artistica, coinvolgendo attivamente il pubblico e proponendo una modalità di fruizione dell’opera che esce dagli schemi più convenzionali.

Gallery-Weekedn-talk

L’installazione di Numero Cromatico Your eyes will burn like trembling stars è stata pensata e prodotta appositamente per il Gallery Weekend e per occupare in maniera temporanea gli spazi di Soho House Rome? La sua visita era aperta solo ai membri o anche al pubblico? Che ruolo avete avuto nel dialogo con gli artisti e nello sviluppo di questo progetto artistico?

L’installazione di Numero Cromatico è stata realizzata appositamente per il Gallery Weekend e in dialogo diretto con lo spazio del San Lorenzo Studio, al piano terra della House, che proprio in occasione di questo evento è stato eccezionalmente aperto al pubblico esterno e non soltanto ai nostri membri. Come in ogni installazione site-specific, crediamo sia vitale lasciare all’artista la libertà di esplorare idee senza indicazioni troppo prescrittive e che il confronto costruttivo sia ciò che conduca a una presentazione di successo, sia per la House che per l’artista. Non si tratta semplicemente di collocare un’opera in uno spazio, ma di sviluppare un progetto che funzioni in relazione all’ambiente in cui si trova; ne abbiamo avuto testimonianza in passato con la realizzazione di installazioni concepite per spazi specifici come l’intervento di Celeste per la House di Città del Messico. La comprensione della specificità di uno spazio molto diverso dal contesto museale è stata fin dall’inizio un punto cruciale anche per la progettazione di Your eyes will burn like trembling stars, una sfida ma anche uno stimolo a cui il collettivo ha risposto con entusiasmo. Il risultato è stato un labirinto cromatico di portali tattili che ha invitato il pubblico ad attraversare una soglia fisica e immaginaria, sospesa fra realtà e altre dimensioni, e che spero continuerà a risuonare a lungo nella memoria di chi lo ha attraversato.

Soho House Rome_Numero Cromatico 3

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