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Paesaggi urbani e memorie sospese: la nuova ricerca di Daniela Forcella

Si è conclusa con un riscontro particolarmente significativo, tanto sul piano del pubblico quanto su quello dell’attenzione critica, “Antologica”, la mostra di Daniela Forcella ospitata a Milano negli spazi di GP Law in via Boccaccio 39.

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Un progetto espositivo che, nato nel contesto del Salone del Mobile ma sviluppatosi ben oltre la dimensione dell’evento collaterale, ha confermato la solidità di una ricerca ormai pienamente matura, capace di sottrarsi alle logiche dell’immediato per imporsi invece attraverso persistenza, densità e visione.

Il successo della mostra non è stato soltanto il segno di una partecipazione ampia, ma soprattutto la misura di una risposta qualitativamente intensa: la percezione diNusa di trovarsi di fronte a un lavoro che non cercava di assecondare il ritmo accelerato della Milano del design, bensì di interromperlo. In una città temporaneamente saturata di immagini, aperture e dispositivi spettacolari, l’opera di Daniela Forcella ha introdotto una diversa
temporalità dello sguardo, più lenta, più profonda, più perturbante.

Se la forma antologica permetteva di restituire la coerenza complessiva del suo percorso, è tuttavia nei lavori più recenti che la mostra sembrava trovare il proprio centro di gravità. Ed è proprio in questa nuova fase che la ricerca di Forcella appare oggi particolarmente interessante: in quella serie di paesaggi urbani misteriosi, sospesi tra riconoscibilità e sottrazione, tra architettura e visione, tra topografia e memoria.

Non si tratta, in senso stretto, di vedute urbane. E neppure di semplici astrazioni che assumono un’apparenza architettonica. Piuttosto, queste opere sembrano collocarsi in una zona di confine in cui la città perde la propria funzione descrittiva e si trasforma in una soglia mentale. Emergono profili, allineamenti, vuoti, verticalità, segmenti di luce, margini e interruzioni; ma tutto appare trattenuto in uno stato di sospensione, come se l’urbanità fosse
stata privata del suo rumore per diventare traccia, eco, residuo.

È proprio questa sottrazione a renderle potenti. Nei nuovi lavori di Daniela Forcella, la città non è mai pienamente nominata, e tuttavia è continuamente evocata. È una città possibile, interiore, a tratti quasi metafisica: non il luogo dell’abitare, ma quello del disorientamento, dell’attesa, dell’attraversamento. Un paesaggio che non si offre come scenario, ma come enigma.

La superficie, da sempre elemento decisivo nella sua ricerca, continua ad avere un ruolo centrale. Ma se in altri momenti del suo percorso essa appariva come campo di sedimentazione emotiva e simbolica, qui si fa anche dispositivo spaziale. La materia non riveste: costruisce. La texture non decora: delimita, vela, trattiene. Le opere sembrano
nascere da una tensione costante tra emersione e occultamento, come se ogni immagine custodisse qualcosa che non può essere del tutto rivelato.

In questo senso, i nuovi paesaggi urbani di Forcella si inseriscono in una linea di ricerca estremamente attuale, ma senza mai cedere a formule riconoscibili o a estetiche già codificate. Non c’è compiacimento distopico, non c’è citazione facile della città contemporanea come luogo alienato. C’è piuttosto una riflessione più sottile e più radicale:
quella sulla città come struttura psichica, come forma di memoria, come architettura del vissuto.
L’elemento urbano, infatti, nelle sue opere non coincide con la rappresentazione del reale, ma con la costruzione di un campo percettivo. Le geometrie, le scansioni, le aperture, i pieni e i vuoti agiscono come coordinate interiori. Ciò che riconosciamo non è un luogo preciso, ma la sensazione di averlo già attraversato — forse in una memoria, forse in un sogno, forse in quella porzione di esperienza in cui la città smette di essere esterna e diventa stato mentale.

È qui che il lavoro di Daniela Forcella si fa particolarmente interessante anche sul piano curatoriale, nel senso più pieno del termine: non si limita a produrre immagini, ma organizza una condizione di visione. Le sue opere chiedono allo spettatore di sostare in una zona di instabilità, di accettare l’incompletezza, di rinunciare al possesso immediato del significato.

In cambio, offrono qualcosa di più raro: una relazione duratura con l’immagine, una risonanza che continua ad agire anche dopo l’uscita dalla mostra.
La riuscita di “Antologica” sta proprio in questo. Nell’aver mostrato come un percorso già fortemente riconoscibile possa oggi aprirsi a una nuova fase, più silenziosa forse, ma anche più complessa e più ambiziosa. Se alcune opere del passato avevano reso immediatamente identificabile il lessico di Forcella, questi nuovi paesaggi sembrano introdurre un ulteriore scarto: meno iconici, più atmosferici; meno dichiarativi, più enigmatici; meno centrati sul
simbolo, più immersi in una dimensione di soglia.

E forse è proprio questa la direzione più fertile della sua ricerca attuale. Perché in questi paesaggi urbani sospesi, rarefatti, quasi insondabili, Daniela Forcella non rappresenta semplicemente una città: mette in scena il momento in cui lo spazio si fa esperienza interiore, e l’architettura diventa memoria, assenza, presagio.
Dopo Milano, resta soprattutto questo: la conferma di una voce artistica capace di rinnovarsi
senza tradirsi, e di una visione che oggi, proprio attraverso il mistero, sembra aver trovato una delle sue forme più compiute.

E mentre Milano ne ha appena restituito con chiarezza la maturità, un’altra città simbolica si profila già all’orizzonte: Hong Kong, nuova soglia internazionale di una ricerca che continua a muoversi tra spazio, memoria e visione

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