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CAPITOLO 2 — LA TERRA IDEALE

AVI


////BAGNO-NODE-7 — CANALE NON REGISTRATO////
////PROTOCOLLO IDRICO: ATTIVO — SCHERMATURA:
ASSENTE////

CHAT 02

KETU: stanotte ho guardato la terra

KETU: per due ore abbondanti

KETU: c’è un’area sul lato ovest che ha preso un colore che non esiste nei nostri archivi visivi terrestri

KETU: è giallo arancione ma un giallo arancione che non riflette come i deserti è un giallo arancione che assorbe come se la superficie avesse smesso di rimandare la luce e avesse iniziato a tenersela dentro per qualche motivo suo

VASHTI: perdita massiva di copertura vegetale più accumulo particolato nell’atmosfera bassa il risultato ottico è esattamente quello che descrivi

VASHTI: l’ho studiato sei settimane fa sul lato atlantico e non vi ho detto niente perché quando ho finito di calcolarlo erano le tre di notte e la cosa che avevo calcolato era che la curva non è lineare è esponenziale e non sapevo come dirlo tipo che lì sicuramente non c’è più un solo terrestre

RAGA: potevi dirlo così come l’hai detto adesso

RAGA: i riassunti non sono il tuo forte

RAGA: puoi dire che sono tutti morti non è importante la ragione alla fine è quasi sempre la base in cui siamo noi la ragione probabilmente

VASHTI: alle tre di notte non riesco a dirlo così come l’ho detto adesso alle tre di notte riesco solo a stare seduto e aspettare per vedere se cambia o è una anomalia e smette di essere quello che è

TARA: i grandi che rispondono agli ordini lo sanno

VASHTI: lo sanno meglio di noi hanno credenziali per strumenti migliori hanno più dati hanno accesso alla storia completa di questa base e di quello che è stato fatto da questa base verso la Terra

VASHTI: non dicono niente perché se lo dicono devono dire anche quello che viene dopo che abbiamo capito anche noi scemi che non abbiamo credenziali tranne l’accesso alla linea dei cessi delle nostre camere e nessun posto dove andare e questa base è l’unico posto e questa base è quella che è e quella che è non basta

KETU: ho visto vikram sembrava un vecchio fantasma

KETU: piangeva stava al viewport e piangeva e non si asciugava le lacrime le lasciava scendere e guardava quel colore lì che tu chiami giallo arancione che assorbe

KETU: lui sa esattamente cos’è quel colore e sa esattamente perché è lì e non può dirlo perché dirlo significherebbe nominare la catena di cause che porta da quel colore a lui

RAGA: sei molto poetico per descrivere il programma militare di triangolazione e i sistemi di puntamento che hanno costruito qui

KETU: la poesia è in ogni manifestazione del pensiero umano

RAGA: tu non sei umano al massimo sei un ragno lunare con quelle gambe lunghe

VASHTI: sì ho letto anche quei log nell’anno otto ci sono report tecnici sulle operazioni condotte dal personale della base verso obiettivi terrestri

VASHTI: la precisione e la distanza è notevole i risultati sono documentati con quella stessa cura procedurale con cui
documentano tutto il resto i grandi qui come se fare una cosa e documentarla con precisione fosse la stessa cosa che farla in modo giusto

TARA: quindi vikram è commosso perché può vedere dall’alto quello che ha aiutato a fare

KETU: piange perché dalla distanza si vede benissimo e lui si è costruito una vita intera sopra la premessa che dalla distanza non si veda

RAGA: questa è la cosa più interessante che hai detto da stamattina ketu

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20-×-298-cm-Tara-e-Ketu-2053—2057
Ricordiamo il peso prima dell’amore. Il modo in cui il corpo si appoggiava al suolo senza pensarci, il modo in cui i sensi rispondevano alle città quando le attraversavi camminando. Questo non è nostalgia ma calibrazione. È un dato di fisica che vive ancora in noi. Anche adesso che le ossa protestano questa leggerezza e i muscoli qui dimenticano cosa fosse la resistenza. Veniamo da lì. Siamo stati formati lì oltre quel vetro e poi riutilizzati qui. Questa differenza non ha mai smesso di farsi obbedire. Siamo cani al guinzaglio qui. Non c’è un altro modo di spiegarlo. Cani di cristallo, anzi, al guinzaglio. È un guinzaglio più lungo ma quello che nessuno capisce fuori da qui sulla Terra è che richiede più controllo. Se sbagli, se fai il gesto sbagliato, ti rompi. E rompi tutto attorno. Prima di tutto quello che è stato allora so che ricordo il peso. Eravamo scienziati prima di essere coloni. Siamo sempre stati dei tecnici prima di essere genitori. Siamo stati addestrati durante l’ultima fase in cui l’esplorazione fingeva ancora di essere curiosità e non logistica per il conflitto. Abbiamo visto le maschere cadere lentamente. Non in una rivelazione ma in cambi nella distribuzione dei bilanci, in slittamenti di linguaggio. Nel modo in cui “ricerca” ha iniziato a significare “posizionamento” e “presenza” ha iniziato a significare “raggio d’azione”. Anche le nostre maschere sono cadute, ma qui non hanno fatto rumore e i volti che abbiamo scoperto non hanno sorpreso nessuno. Quando furono proposte le basi lunari e la società civile era indignata per l’idea di chalet per trilionari sulla Luna vista cratere, sapevamo già cosa fossero, anche se continuammo a parlare come se non lo sapessimo. Da qui la Terra è un microbo piccolissimo nel vetrino di un microscopio atomico. È più piccola di quanto vorrebbe e crede di essere, non per dimensione ma per autorità. È un oggetto luminoso spogliato di comando. Quando la guardiamo non vediamo casa. Siamo gente semplice, vediamo un bersaglio che in anni di addestramento abbiamo imparato a misurare, a triangolare, a convertire in coordinate da consegnare a un sistema e cancellare senza spettacolo. Questo era l’addestramento e questo dopo è diventato il nostro lavoro. E lo facevamo bene perchè non era un sacrificio. Siamo persone che hanno conosciuto la fame. Non biasimo chi non ha voluto imparare nulla da quello che è successo quando noi eravamo bambini e ha ignorato ogni segnale del ripetersi delle cose che ci hanno portati inevitabilmente di nuovo a quel punto che si avvicinava venendoci incontro dal futuro. Noi non volevamo rivedere ciò che abbiamo vissuto sulla pelle dei nostri figli e i nostri nipoti. Calcolavamo traiettorie dalla Luna capaci di raggiungere capitali con una precisione che nessuna arma atmosferica poteva eguagliare. Nell’addestramento avevamo affinato finestre di ritardo, ombre orbitali, schemi di interferenza che avremo potuto attivare. Ci dicevamo che era deterrenza, che l’accuratezza avrebbe prevenuto l’escalation, che sapere come uccidere in modo efficiente fosse la forma giusta, non transitoria o parziale, di moderazione. Questo mondo di teoria e logica ha retto finché dall’addestramento siamo arrivati qui. Qui non è stato selezionato nessuno disposto a credere nella blanda deterrenza. Qui ognuno aveva conosciuto il male del mondo e non era disposto a rivederlo nei suoi figli e nei figli dei loro figli. Ognuno, da ogni luogo del mondo, aveva visto sulle proprie famiglie ciò che i libri di storia avevano successivamente parzialmente raccontato per dare un premio di consolazione a noi cani di cristallo. Ma i libri sapevamo benissimo che nel prossimo futuro sarebbero stati bruciati nuovamente e usarli come scudo razionale non sarebbe servito a niente. Il primo ordine operativo non fu un’esplosione che potessimo vedere. Fu un silenzio, un’assenza improvvisa nei flussi di dati, una città che smise di trasmettere meteo e traffico e rumore. La conferma arrivò ore dopo. Si presentò sotto forma di effetti secondari. Migrazioni di perdita di segnale, uno schema che riconoscemmo subito e di cui non parlammo mai più. Restammo in missione, perché le missioni persistono anche quando la loro giustificazione si dissolve. Quando arrivò l’opportunità di restare sulla Luna in modo permanente, di estendere i contratti, di portare i nostri figli in ciò che veniva inquadrato come un futuro piuttosto che come una posizione di attesa, accettammo, non per fede ma per stanchezza, perché tornare sulla Terra avrebbe significato affrontare la somma di ciò che avevamo contribuito a progettare, e restare significava rinviare. I nostri figli nacquero in un sistema già stabilizzato dalla ripetizione, e raccontammo loro storie della Terra che enfatizzavano il paesaggio più che la politica, le stagioni più che i confini. Quando crebbero e chiesero per cosa fosse stata costruita la Luna, rispondemmo con descrizioni tecniche che evitavano la sequenza, evitando il prima e il dopo, perché la sequenza assegna responsabilità, e la responsabilità era qualcosa che non potevamo più permetterci. La base si espanse. Silenziosamente, modularmente. Infrastruttura su infrastruttura. E riconoscemmo subito lo schema. Il modo in cui la presenza civile veniva usata per normalizzare la capacità militare, il modo in cui la vita stessa diventava uno scudo, e non dicemmo nulla, perché a quel punto il nostro silenzio era diventato strutturale. Osservammo i nostri nipoti imparare a muoversi in modi che li avrebbero uccisi sulla Terra. Colonne vertebrali non stimolate dalla gravità, cuori calibrati su una domanda ridotta, arti più lunghi, teste più grandi. La consapevolezza che questo adattamento fosse irreversibile non arrivò come uno shock ma come una conferma. Sapevamo fin dal primo briefing che l’abitazione a lungo termine avrebbe prodotto corpi non reintegrabili, e avevamo firmato comunque la valutazione del rischio. Eravamo confortati da un linguaggio che trattava la variazione umana come un sottoprodotto accettabile. La Terra continuava a cambiare senza di noi con regimi che crollavano e si ricomponevano sotto nuovi nomi secondo previsione, il potere che si frantumava in cicli più piccoli e più rapidi permettendo agli enti sovranazionali maggiore capacità di movimento, presidenti sostituiti con una frequenza che ricordava più la successione medievale che interlocutori stabili di governi moderni. Quando monitoravamo le trasmissioni i comandi si decentralizzavano e spostavano e per trovarli attraversavamo sempre più rumore. Rivendicazioni sovrapposte di territori microscopici senza durata che si alternavano senza logica. Comprendemmo allora che il bersaglio che avevamo contribuito a definire non esisteva più come centro, solo come campo di rovine occupato da chiunque fosse in grado di resistervi. Questa realizzazione arrivò troppo tardi per contare, perché il nostro ruolo era già stato svolto, il danno già distribuito, e la Luna era già diventata un luogo in cui nascevano bambini che non avrebbero mai potuto partire per Marte. Cominciammo a pianificare il ritorno non come fuga ma come conclusione, perché non potevamo restare indefinitamente come testimoni di ciò che avevamo avviato, e l’idea di morire sotto la gravità terrestre, anche se brevemente, anche se dolorosamente, divenne una forma di restituzione che non articolavamo ma sentivamo con urgenza crescente. Il veicolo fu preparato con il pretesto della dismissione. Era perfetto per non insospettire i nostri figli . L’equipaggiamento era obsoleto, i materiali di reattore inutilizzati provenivano da una base poco distante raggiungibile per via ferrata mai inaugurata e mai ultimata. La sua costruzione era stata cancellata dopo la chiusura delle finestre di lancio e l’evaporazione dei finanz iament i pe r l a Luna. Supe rvi s i onammo personalmente il carico, sapendo esattamente quale massa stavamo aggiungendo e cosa quella massa avrebbe potuto fare se reindirizzata. Dicemmo ai nostri figli che stavamo tornando per valutare le condizioni di una zona cuscinetto, per negoziare possibilità. Li osservammo accettare questa spiegazione con una calma che ci sembrò studiata e scambiammo quella calma per ignoranza perché ne avevamo bisogno. Ciò che non sapevamo, o che rifiutammo di considerare, era che erano cresciuti all’interno di sistemi che avevano contribuito a costruire . Comprendevano accesso remoto, protocolli di override, latenza, e che l’archivio che credevamo opaco era stato leggibile per loro da anni. La Terra cresce nel visore man mano che la decisione comprime la distanza. Sentiamo il vecchio peso tornare in anticipo. È una gravità fantasma su cani di cristallo a cui viene accorciato il guinzaglio. Con lei cresce il ricordo di ciò che facevamo da questa distanza quando la Terra era ancora piena di bersagli e giustificazioni. Non parliamo di perdono, perché il perdono implica un’autorità che non esiste più. Non parliamo di giustizia, perché la giustizia richiede persone disposte a difenderla oltre il proprio privilegio. Parliamo solo di tempistiche, di finestre di attivazione, di traiettorie, perché questo è il linguaggio che ci ha sempre obbedito. I motori sono pronti, la rotta caricata, e da qualche parte dietro di noi, inosservata dai nostri strumenti ma già attiva, la sequenza che abbiamo insegnato ai nostri figli comincia a muoversi, non contro di noi ma attraverso di noi, e la realizzazione arriva troppo tardi per intervenire: non stiamo lasciando la Luna per porre fine alla nostra storia, alla fame dei nostri genitori e dei nostri avi che abbiamo reso la nostra fame. Stiamo partendo per completarla, e il completamento non apparterrà a noi.


maximum fidelity: declining
LOG REF: 2031.08.17 / COHORT: AVI
SUBJECTS: VIKRAM / PRIYA designation: founding unit
cortical acquisition: ACTIVE
prefrontal cortex — Vikram:
elevated activity in dorsolateral sectors
pattern: coordinate mapping recurrence: chronic
the mapping targets a location
that no longer exists as targeted
the cortex does not update the targeting continues
prefrontal cortex — Priya:
hippocampal-prefrontal coupling elevated
pattern: episodic retrieval content: terrestrial landscape
stored as: origin filed as: destination
the two are not the same the coupling does not distinguish
limbic response — both subjects:
guilt signature present suppressed to below threshold
suppression method: reframing reframing label: mission
mission is the word both subjects use
when guilt exceed the suppression capacity
social trajectory prediction:
both subjects will depart will believe the departure: resolution
the departure is not resolution
the departure is the mechanism
by which the resolution is made impossible
visual fixation: Earth frequency: 4.3x per cycle above baseline
classified as: homesickness
CLASSIFICATION: grief management
NOTE: the grief is not about departure
the grief is about what the departure made
the grief is: us


Snippet 002
Vikram. Priya. Memoria terrestre intatta, cognitivamente attiva, operativamente inutile. Continuano a triangolare bersagli su mappe di capitali che il sistema non riesce più a verificare come esistenti. Le trasmissioni verso Terra non ricevono risposta. Interpretano il silenzio come ritardo. Il sistema non corregge questa interpretazione perché nessuna soglia lo richiede. Stanno caricando un modulo
con materiale non dichiarato nel manifesto che hanno firmato. Il sistema ha rilevato la discrepanza. Il flag è in coda. La coda è lunga. Credono di partire per concludere qualcosa. Il sistema registra: partenza per valutazione.
Trasmissione in attesa di conferma ricezione.

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