Da oggi, 26 ottobre Fondazione ICA Milano presenta When There Is No More Music to Write, prima mostra personale istituzionale italiana di Éric Baudelaire, e L’Addio, progetto pittorico di Leonardo Devito.
Éric Baudelaire, quando non c’è più musica da scrivere
Con When There Is No More Music to Write, Éric Baudelaire presenta la sua prima mostra personale in un’istituzione italiana. Al centro del progetto c’è Alvin Curran, compositore statunitense nato nel 1938 e figura di riferimento della sperimentazione musicale internazionale, il cui trasferimento a Roma nel 1965 lo portò a confrontarsi con un ambiente artistico attraversato da nuove pratiche sonore e profonde trasformazioni politiche.
Il titolo riprende una frase che Franco Evangelisti rivolse a Curran appena arrivato nella capitale: «Non sai che non c’è più musica da scrivere?». La provocazione mette in discussione l’idea stessa di composizione e la possibilità di continuare a produrre musica attraverso le forme ereditate dalla tradizione. Per Curran, quella domanda diventa l’occasione per ripensare radicalmente il proprio linguaggio. L’improvvisazione, l’utilizzo di oggetti e suoni quotidiani, l’amplificazione elettronica e la dimensione collettiva della creazione diventano strumenti per ridefinire il rapporto tra musicista, spazio e pubblico.
Il fulcro della mostra è la trilogia cinematografica When There Is No More Music to Write and Other Roman Stories (2022), realizzata attraverso riprese in Super 8, immagini d’archivio, registrazioni sonore e interviste allo stesso Curran. Baudelaire evita la ricostruzione biografica convenzionale e compone una narrazione per frammenti, nella quale la vicenda del musicista si intreccia con la storia culturale e politica italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Il trasferimento di Curran a Roma coincide con una stagione nella quale le sperimentazioni musicali entrano in relazione con le arti visive e con le mobilitazioni politiche che attraversano il Paese. È in questo contesto che si sviluppa l’esperienza di Musica Elettronica Viva (MEV), il collettivo fondato nel 1966 da Curran insieme a Frederic Rzewski e Richard Teitelbaum, impegnato nella ricerca di forme sonore aperte, collaborative e lontane dalle convenzioni della composizione accademica.
Baudelaire ricostruisce questa stagione attraverso episodi laterali, coincidenze e materiali eterogenei, sottraendo la storia a una successione cronologica di eventi. Il passato emerge come un insieme di possibilità interrotte, relazioni e tracce ancora capaci di interrogare il presente.
Il primo film della trilogia, Four Flat Tires (2022), conduce lo spettatore alla mattina del rapimento di Aldo Moro attraverso la vicenda di Antonio Spiriticchio, fioraio romano che vendeva abitualmente i propri fiori all’incrocio in cui avvenne il sequestro. Un episodio apparentemente marginale diventa così il punto di osservazione di un evento che ha segnato la storia italiana. Baudelaire sposta l’attenzione dalla ricostruzione ufficiale alla dimensione individuale, fatta di casualità, assenze e possibilità mancate.
In The Lost Score (2022), il rapporto tra musica e cinema diventa invece il centro della ricerca. Michelangelo Antonioni aveva commissionato ad Alvin Curran e a Musica Elettronica Viva la colonna sonora di Zabriskie Point (1970), ma nella versione finale americana dello studio la musica del gruppo fu in gran parte sostituita da quella dei Pink Floyd.
Durante le ricerche per la trilogia è stato riscoperto un frammento di sette minuti della partitura originale di Curran, a lungo ritenuta perduta. Baudelaire lo accosta alle immagini del film di Antonioni, ricomponendo a distanza di decenni una relazione rimasta incompiuta. L’operazione non si limita a recuperare un documento dimenticato: riapre una possibilità estetica e restituisce visibilità a un capitolo significativo della sperimentazione musicale e cinematografica italiana.
La trilogia riflette il metodo di lavoro di Baudelaire, sviluppato nell’arco di quasi vent’anni tra arte contemporanea e documentario. La sua ricerca si concentra sull’instabilità del confine tra realtà e finzione, sulla costruzione delle immagini e sul rapporto tra autore e soggetto. Le persone coinvolte non sono semplici oggetti di osservazione, ma partecipano alla formazione stessa dell’opera attraverso un processo di ricerca e collaborazione.
Attorno ai film, la mostra presenta materiali d’archivio raccolti e organizzati dallo storico della musica Maxime Guitton, opere grafiche dell’artista e un concerto di improvvisazione di Alvin Curran con Angelo Farro, previsto per l’inaugurazione del 26 ottobre. Fotografie, partiture, programmi, oggetti e documenti vengono riuniti in un archivio che non si limita a testimoniare una stagione passata, ma ne riattiva le tensioni e le possibilità.
Il progetto si estende inoltre al Cinema Godard di Fondazione Prada, che dal 23 al 25 ottobre presenta tre film di Baudelaire: Letters to Max (2014), nato dalla corrispondenza con Maxim Gvinjia, ex ministro degli Esteri dell’Abkhazia; Un Film Dramatique (2019), risultato di una collaborazione durata quattro anni con studenti e studentesse di una scuola media a nord di Parigi; e A Flower in the Mouth (2021), adattamento di una breve pièce di Luigi Pirandello. La rassegna si conclude con una conversazione in inglese tra l’artista e Alberto Salvadori, direttore di Fondazione ICA Milano, introdotta da Chiara Costa, Head of Programs di Fondazione Prada.
Leonardo Devito, la casa come luogo da cui partire
Nella Project Room, L’Addio presenta la prima mostra in un’istituzione italiana di Leonardo Devito, artista nato a Firenze nel 1997. Il progetto riunisce quattro dipinti di grandi dimensioni e due bassorilievi in ceramica di recente produzione, concepiti appositamente per gli spazi della fondazione. Le opere oltrepassano i confini della sala espositiva e si estendono nei corridoi e negli ambienti adiacenti, costruendo una continuità narrativa tra pittura, architettura e memoria.
Il tema è il distacco dalla casa familiare, inteso come il momento in cui la protezione degli affetti lascia spazio alla libertà e all’incertezza. L’esperienza personale si trasforma in una riflessione più ampia sulla separazione e sulla costruzione dell’identità: lasciare un luogo significa rinunciare a una parte delle proprie sicurezze, ma anche affrontare la possibilità di diventare altro.
Il titolo della mostra prende spunto da Addio, brano interpretato da Giuni Russo all’inizio degli anni Ottanta e scritto da Franco Battiato e Ippolita Avalli. Le parole della canzone attraversano liberamente le opere, offrendo al progetto una struttura narrativa che accompagna il passaggio dalla dimensione protetta della casa al momento della separazione.
La pittura di Devito è abitata da figure umane e animali, interni domestici, architetture e paesaggi sospesi. Attesa, inquietudine e mistero convivono in immagini che mantengono una sottile componente ironica. Il punto di partenza può essere autobiografico, letterario o legato a un ricordo, ma il dipinto non si limita a illustrare una storia preesistente. È la pittura stessa a trasformare l’immagine, alterandone il significato e aprendo nuove possibilità narrative.
Come spiega l’artista, il colore interviene sul progetto mentale iniziale, lo dilata e può arrivare a rovesciarne completamente il senso. L’immagine non precede semplicemente l’opera: si definisce durante il processo pittorico, attraverso una negoziazione continua tra intenzione e materia.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso immagini che compongono un racconto della separazione. In Casa, le rondini evocate dalla canzone di Giuni Russo attraversano un cielo dominato da un grande corvo nero, possibile autoritratto dell’artista. La scena condensa due impulsi contrapposti: il legame con il calore familiare e il desiderio di spiccare il volo.
In Fuga, una giovane donna siede sul letto con aria mesta, mentre nell’ombra alcune figure surreali, simili a piccoli animali, sembrano agitarsi per sottrarsi all’immobilità della scena. Fuori dalla finestra, le fiamme introducono un elemento di urgenza e trasformano lo spazio domestico in un luogo ormai prossimo all’abbandono.
Nel dipinto L’Addio, la separazione si compie attraverso il gesto di un giovane che si allontana con una sigaretta tra le dita, senza voltarsi indietro. Il movimento non ha nulla di trionfale: la libertà coincide con l’esposizione a una condizione sconosciuta, nella quale il distacco non garantisce risposte.
Le due opere in ceramica, Testa Casa e Dormiglione, riportano il racconto a una dimensione onirica. Nella prima, una casa evocata come sogno e ricordo contiene al proprio interno una conchiglia, immagine che richiama insieme protezione e abitazione. Nella seconda, il soggetto è immerso nel sonno, ancora custodito dalle mura domestiche.
Il rapporto tra immagine e narrazione attraversa l’intera ricerca di Devito e affonda le proprie radici anche nella cultura medievale-cristiana e rinascimentale, in particolare nella tradizione in cui le immagini rendevano visibili e condivisibili storie e significati. L’artista recupera questa funzione narrativa e aggregativa per costruire nuove forme allegoriche, senza rinunciare all’ambiguità dell’immaginario contemporaneo.
Tra i riferimenti pittorici emergono Mario Sironi, Felice Casorati e Giorgio De Chirico, soprattutto nell’attenzione per gli spazi vuoti, le architetture e le ambientazioni sospese. Alla pittura si affiancano le atmosfere di Franz Kafka e gli immaginari di Italo Calvino e Dino Buzzati, che contribuiscono a definire un universo nel quale il quotidiano si apre continuamente alla dimensione fantastica.
In L’Addio, il racconto non conduce a una conclusione definitiva. La casa rimane una presenza mentale anche quando viene abbandonata, mentre il futuro si manifesta come uno spazio ancora privo di coordinate. La separazione non è soltanto una perdita: è il momento in cui l’identità deve misurarsi con ciò che non conosce.
Le due mostre di Fondazione ICA Milano affrontano così, da prospettive diverse, la possibilità di riattivare ciò che sembra appartenere al passato. Nel lavoro di Baudelaire, la memoria restituisce voce a una stagione di sperimentazione musicale e politica, recuperando opere e relazioni rimaste ai margini della storia. In quello di Devito, la pittura trasforma il distacco dalla casa in una riflessione sulla costruzione di sé. In entrambi i casi, ciò che è stato lasciato indietro non scompare: continua a modificare il presente.
Info
Éric Baudelaire. When There Is No More Music to Write
A cura di Chiara Nuzzi e Alberto Salvadori.
Leonardo Devito. L’Addio
A cura di Chiara Nuzzi.
Sede: Fondazione ICA Milano, via Orobia 26, Milano.
Date: dal 26 ottobre al 19 dicembre 2026.
Inaugurazione: lunedì 26 ottobre 2026, dalle 18.00 alle 20.00.
Sito ufficiale: icamilano.it





