Ci sono memorie che non si lasciano archiviare. Restano nei corpi, nei luoghi, nelle immagini interrotte, nei racconti tramandati all’interno delle famiglie. Sono memorie che non appartengono soltanto a chi le ha vissute, ma continuano a interrogare le generazioni successive, modificandosi nel tempo e assumendo forme diverse.

È a partire da questa materia instabile che si sviluppa la ricerca di Selma Selman, artista originaria della Bosnia-Erzegovina, protagonista della scena contemporanea internazionale e ora al centro di 1000 Tears, la sua prima mostra personale in un’istituzione italiana, alla GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo fino al 24 gennaio 2027.
Il titolo della mostra allude alle lacrime, nel lavoro di Selman il dolore non viene contemplato né semplicemente testimoniato: viene sottoposto a un processo di trasformazione.
La memoria della guerra, le vicende della propria famiglia, l’esperienza della marginalizzazione e il rapporto con la comunità rom diventano materiali attraverso cui mettere in discussione i sistemi di potere che stabiliscono cosa debba essere visto, ricordato e riconosciuto. È in questo passaggio che la ricerca dell’artista acquista una dimensione che supera il dato autobiografico: raccontare la propria storia significa anche interrogare i dispositivi attraverso cui le storie vengono selezionate, legittimate o cancellate.
Al centro della mostra, Crossing the Blue Bridge (2024) costituisce una sorta di fulcro fisico e concettuale dell’intero percorso. L’installazione monumentale presenta un film sviluppato a partire da un episodio vissuto dall’artista nel 1994, quando la madre attraversò con le figlie il ponte di Bihać, conosciuto come “Blue Bridge”, in un contesto segnato dalla presenza di cadaveri, il vento ne ostacolava la vista: un dettaglio apparentemente marginale che, nella rievocazione di Selman, diventa invece una potente metafora della memoria stessa, della sua natura parziale e della sua impossibilità di restituire il passato nella sua interezza.
Trent’anni dopo, l’artista torna sul ponte e ripete quel percorso.

Ma il ritorno non coincide con una ricostruzione documentaria dell’evento. Al contrario, ciò che emerge è l’impossibilità di una visione completa. Il volto di Selman rimane nascosto, lo spettatore vede una figura di spalle che corre verso qualcosa che non è dato vedere e dalla quale, allo stesso tempo, sembra allontanarsi. Il corpo diventa così il luogo in cui si incontrano memoria e rimozione, desiderio di comprendere e impossibilità di farlo.
Il ponte, tradizionalmente associato all’idea di connessione e passaggio, assume qui una valenza ambigua, un luogo che collega, ma anche uno spazio nel quale il passato continua a irrompere nel presente. Attraversarlo significa quindi confrontarsi con ciò che non può essere completamente ricostruito. In Crossing the Blue Bridge, Selman sembra suggerire che la memoria non sia una superficie sulla quale il passato rimane intatto, ma un territorio continuamente riscritto dal presente.
Da questa prospettiva, anche la scelta di non vincolare la propria ricerca a un unico linguaggio assume un significato preciso. Fotografie, disegni e pitture su metallo costruiscono un percorso nel quale corpi, volti, mani, occhi e gesti ricompaiono come frammenti di un racconto più ampio. Non c’è una gerarchia tra i diversi media, per l’artista è importante immergersi in condizioni espressive nuove, così come non c’è una narrazione unica capace di esaurire l’esperienza.
La dimensione individuale e quella collettiva si sovrappongono continuamente, Selman torna alle testimonianze della propria comunità non per costruire un archivio definitivo, ma per interrogare il modo in cui il tempo modifica le identità e trasforma le narrazioni. Il passato non è dunque un territorio chiuso: continua ad agire sul presente e, proprio per questo, può essere reinterpretato.
È particolarmente significativa, in questo senso, la presenza di Letters to Omer, progetto iniziato nel 2021 e costruito attraverso una serie di lettere indirizzate a un interlocutore immaginario. Omer diventa il destinatario di desideri, rabbia, ricordi, riflessioni e visioni del futuro. La scrittura assume qui una funzione diversa da quella della testimonianza: non serve soltanto a conservare, ma a proiettare. Scrivere significa rivolgersi a qualcuno che non esiste ancora, o forse che esiste soltanto nello spazio della possibilità.
In occasione della mostra, questo progetto si traduce anche nel libro d’artista Dear Omer, edito dalla GAMeC e pubblicato da CURA., che raccoglie 140 lettere scritte da Selman nel corso degli ultimi sei anni, con una postfazione dello scrittore Aleksandar Hemon. Il libro estende la ricerca dell’artista oltre la dimensione espositiva e rende evidente come, nella sua pratica, la scrittura non costituisca un elemento accessorio rispetto alle arti visive, ma un ulteriore spazio di costruzione della memoria e dell’identità.
È proprio la capacità di passare dal particolare al collettivo a rendere 1000 Tears una mostra significativa nel dibattito contemporaneo. La guerra, infatti, non appare soltanto come un evento storico concluso, ma come una condizione che continua a determinare il modo in cui gli individui percepiscono se stessi, i propri luoghi d’origine e il proprio rapporto con gli altri. Il trauma diventa una condizione che abita il suo sguardo, ma che può essere sottoposto a critica e trasformato.
In questo senso, la mostra dialoga direttamente con il programma annuale della GAMeC, “Pedagogia della Speranza”, e in particolare con il principio del learn to unlearn: imparare a disimparare. Un’espressione che nel lavoro di Selman assume una valenza tutt’altro che astratta. Disimparare significa mettere in discussione le categorie attraverso cui abbiamo imparato a guardare il mondo, riconoscere che anche la memoria è costruita, comprendere che ciò che consideriamo una narrazione condivisa può essere, in realtà, il risultato dell’esclusione di altre voci.
La questione attraversa anche la dimensione sociale della sua pratica: nel 2017 Selman ha fondato Get the Heck to School, progetto volto a favorire l’accesso all’istruzione delle ragazze rom nella sua città natale attraverso programmi di sostegno scolastico e iniziative di sensibilizzazione. Qui l’educazione non è soltanto trasmissione di conoscenze, ma uno strumento concreto di emancipazione. L’atto di accedere all’istruzione diventa una possibilità di sottrarsi a una condizione determinata dall’esterno e di partecipare alla costruzione della propria storia.
Arte e attivismo, nella pratica di Selman, non sono dunque territori separati. Entrambi nascono dalla necessità di restituire agency a soggetti e comunità spesso rappresentati dagli altri, e di aprire spazi nei quali possano invece produrre autonomamente le proprie narrazioni.
È forse questa la dimensione più forte di 1000 Tears: la mostra non propone una memoria pacificata. Non cerca di ricomporre le fratture, né di trasformare il trauma in una storia conclusa. Al contrario, assume l’incompletezza del ricordo come una condizione dalla quale partire. Le immagini mancanti, i volti nascosti, i racconti familiari e le lettere indirizzate a un interlocutore immaginario diventano strumenti per mostrare che ogni memoria è anche una costruzione e che, proprio per questo, può essere riaperta.
Ed è qui che la “speranza” evocata dal programma della GAMeC acquista un significato concreto: non l’attesa di un futuro migliore, ma la possibilità di costruirlo attraverso un diverso rapporto con ciò che è stato. Imparare a disimparare significa allora anche imparare a guardare nuovamente ciò che credevamo di conoscere. Nel lavoro di Selma Selman, questa pratica diventa una forma di resistenza: alla cancellazione, alla marginalizzazione, alle narrazioni imposte. E, insieme, un modo per immaginare che dalla memoria, anche da quella più dolorosa, possano ancora nascere nuove possibilità.
EXHIBITION VIEW




INFO
SELMA SELMAN
1000 TEARS
1 ottobre 2026 – 24 gennaio 2027
GAMeC, Spazio Zero
www.gamec.it




