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Intervista – Jos Bendinelli Negrone: il vinile è il custode della musica del ventesimo secolo

Fra trecento anni, quando un alieno scenderà dall’astronave e qualcuno gli dirà che sono esistiti i Pink Floyd, l’unico modo per farglieli ascoltare sarà un disco in vinile.

Jos Bendinelli Negrone la mette così, con la concretezza di chi si definisce ascendente Vergine: il CD scade, il DVD scade, la cassetta resiste un po’ di più ma alla lunga cede anche lei. Un vinile trattato con cura dura quanto un libro.

Da questa idea, più archivistica che nostalgica, nasce Vinili. La collezione essenziale, in libreria dal 12 novembre. Il volume attraversa cinque decenni, dal dopoguerra al 1999, e sceglie i dischi in base all’impronta lasciata nella cultura musicale, mettendo al centro le copertine e il modo in cui hanno registrato i cambiamenti della moda e della società.

L’autore conosce l’industria dall’interno: direttore creativo e poi A&R alla Edel Music, nel 2010 ha fondato ad Amburgo con altri soci l’etichetta rock earMUSIC.

Il libro è nato proprio ad Amburgo, come lavoro personale, ed è per questo che la musica italiana quasi non compare: le eccezioni sono due colonne sonore di Ennio Morricone. Nella conversazione Bendinelli Negrone parla dei ragazzi della trap che comprano vinili senza possedere un giradischi, del perché il racconto si ferma al 1999, dei dischi comprati da ragazzo per la copertina e di quello che lo streaming non restituisce, a cominciare dai ringraziamenti stampati sulla busta interna.

L’INTERVISTA

Qualche settimana fa un negoziante di dischi mi raccontava di vendere moltissimi vinili ai ragazzi della trap, spesso edizioni autografate. Molti di loro non hanno nemmeno un giradischi: li tengono in casa come oggetti di design. Partiamo da qui. Che cosa rappresenta oggi il vinile?

Io sono molto concreto, e la prima cosa l’ho scritta anche nell’introduzione del libro. Al di là delle questioni sociali, su cui torniamo, penso che il vinile sia innanzitutto il custode della musica del Novecento. Come i libri sono custodi della cultura del passato, e sono eterni, perché un libro se non lo bruci e lo tratti bene dura per sempre, così il vinile custodisce la musica del XX secolo. È di fatto l’unico supporto che, se non lo maltratti, resiste al tempo. Tutti gli altri scadono: il CD scade, il DVD scade, la cassetta un po’ meno, ma alla lunga scade anche lei. Fra trecento anni, quando scenderà un alieno dall’astronave e gli diranno che c’erano i Pink Floyd, potrà ascoltarli come io oggi prendo un libro del Seicento e leggo quello che c’è scritto.
Non è poco, e te lo consente solo il vinile.

È una funzione quasi archivistica.

Sì, ed è la prima che gli riconosco, proprio pratica. Chi si fa la collezione in casa fa bene, come chi si costruisce la biblioteca. Chi vuole una biblioteca di musica fa benissimo a farsela, perché i CD che ha collezionato probabilmente non funzioneranno più già per i suoi figli. Se c’è l’intento di tramandare, stai facendo bene il tuo lavoro. Poi c’è ovviamente l’oggetto culturale, quello che il vinile è stato negli anni Sessanta e Settanta, e lo sappiamo tutti. Ma oggi il valore maggiore che gli riconosco è questo.

I ragazzi che li comprano senza ascoltarli ne sono consapevoli?

No, penso proprio di no. Purtroppo, perché mi piacerebbe. Io lo dico sempre: se volete collezionare e passare la musica ai posteri, compratevi dei gran vinili. E a chi mi chiede se deve cercare per forza la prima stampa originale rispondo che dipende: certe rimasterizzazioni recenti suonano in maniera pazzesca, molto meglio di prima.

Per molti di loro un disco è soprattutto un poster.

Esatto, lo vedono come un poster, perché lo vedono dappertutto, su Instagram. Per loro la linguaccia dei Rolling Stones è prima di tutto un’immagine, più che musica. È un’icona, e possedendola pensano di portarsi a casa un pezzo di storia. È un po’ un paradosso. Comunque va bene: se è un cavallo di Troia per avvicinarli alla musica e prima o poi fargli comprare dischi da ascoltare, ben venga.

Il volume si ferma al 1999. Volevi chiudere il racconto con il Novecento?

Volevo cinque decenni, e cinque decenni secondo me erano la misura giusta, senza esagerare. Non che dopo non ci sia altro, ma credo che quella sia stata l’epoca più significativa per il vinile. Fra il 2000 e il 2010 tantissimi dischi sono stati poi stampati in vinile, ma più tardi, con le ristampe: in quegli anni si faceva quasi solo il CD. E siccome il libro parla dei vinili e non della musica in generale, mi piaceva fermarmi lì.

Racconti la storia partendo dalle copertine più che dal contenuto. Quanto contavano per te da ragazzo?

A me piaceva la musica. Sarei un bugiardo se dicessi di aver scoperto i vinili per le copertine. Contavano, certo, ma compravo per quello che c’era dentro.

Nessun disco comprato solo per l’immagine?

Ce ne sono parecchi, soprattutto da ragazzino. In the Land of Grey and Pink l’ho comprato per la copertina, quando ancora non conoscevo i Caravan. E devo dire che quel disco e In the Court of the Crimson King dei King Crimson mi hanno portato verso il prog.

Spesso bastava la copertina per capire il genere, anche di un gruppo sconosciuto.

Succedeva molto spesso. Una copertina rock la riconoscevi subito. Per non parlare dell’heavy metal, dove erano tutte uguali, con quegli stilemi classici: pensa ai Manowar, e ovviamente agli Iron Maiden, che sono finiti su talmente tante magliette che li ricordi per forza. Però a me interessava la musica. Suono il pianoforte, per diletto personale, e da ragazzino ascoltavo i dischi dall’inizio alla fine con un’avidità incredibile.

Nel libro scrivi che negli anni Novanta l’LP sopravvive grazie ai DJ e alle piccole etichette. Erano però dischi mix, pensati per gli addetti ai lavori, dove la copertina perdeva quasi ogni valore.

Io nel libro di copertine di dischi mix non ne ho messe. Ci sono album normalissimi degli anni Novanta, i Guns N’ Roses, i Nirvana, tutti usciti anche in vinile. Se vai a vedere quante copie di Use Your Illusion I e II sono state vendute in vinile e quante in CD, probabilmente il 99 per cento sono CD e l’1 per cento vinili. Ma i vinili ci sono stati, e io mi sono attaccato a quello. Negli anni Novanta sono usciti tanti album importanti dal punto di vista del contenuto, ed è anche per questo che ho chiuso il libro al 2000.

Perché la musica italiana è quasi assente?

Perché il libro nasce come libro internazionale. Ho cominciato a scriverlo per conto mio quando vivevo ad Amburgo, e lavoravo già da dodici, tredici, quattordici anni nella musica internazionale, quindi cercavo le eccellenze a quel livello. Non c’è niente di locale, nemmeno di locale tedesco. Di italiano ci sono due colonne sonore di Morricone, che secondo me hanno una valenza internazionale molto forte: Morricone ha influenzato la cultura pop in maniera enorme, basta pensare a quanto i film di Tarantino prendono dagli spaghetti western e dalla sua musica.

Battisti, Dalla, Gianna Nannini non avrebbero avuto posto?

Gianna Nannini forse sì, avrei potuto metterla. Ho pensato a Modugno, a Pavarotti, ma non volevo fare il campanilista. C’è però un disco che ho dimenticato e che avrei messo volentierissimo: il Concerto grosso dei New Trolls, uno dei dischi prog italiani più ascoltati all’estero.

Torniamo all’alieno. Se dovessi chiudere cinque dischi in una capsula, quali sceglieresti?

Sapevo che sarebbe arrivata. Non me la sono preparata ed è un gran problema. Ecco la mia cinquina
Elvis Presley – Elvis Presley (1956)
The Beatles – White Album (1968)
Led Zeppelin – Physical Graffiti (1975)
Talk Talk, It’s My Life (1984)
Queen – Innuendo (1991)

Con i migliori saluti agli UFO!!!

Fra dieci anni come immagini il mercato del vinile?

Secondo me si mantiene così: ha raggiunto la sua nuova dimensione. Mi auguro che chi consuma e basta continui a usare Spotify e lo streaming, e che chi invece colleziona, vuole tramandare e costruirsi una biblioteca musicale continui a comprare vinili. Averli lì è una cosa bellissima. Puoi ascoltare quello che vuoi, ma averli in casa è come avere l’enciclopedia Britannica, la Divina Commedia, i grandi classici. Ormai anche quei dischi sono classici. Mi piacerebbe che le persone tenessero uno spazio in casa per portare certe cose nel futuro.

Tu quanti ne hai?

Non lo so con precisione, più di mille. Avrò fra i quattro e i cinquemila dischi, sparsi fra la campagna e Genova.

Che cosa dà un vinile in mano che lo streaming non dà?

È diverso andare dove sono tutti insieme, tirarne fuori uno, guardarlo, leggere i crediti, che sono importanti. Su Spotify magari i crediti li trovi, ma non trovi i ringraziamenti. Non scopri, che ne so, che il chitarrista degli Yes ha suonato in Innuendo, nella parte più bella del pezzo. Non sai chi ha ringraziato chi, non sai l’anno. Sono un sacco di informazioni che sembrano inutili, ma a un appassionato piace averle. Anche un disco ristampato con un’etichetta invece che con un’altra ti fa pensare: ah, il manager aveva un contratto con quello. Ti aiutano a tenere insieme i fili. Nessuno è un vero appassionato se queste cose non le mette insieme. Altrimenti non sei uno di noi.

L’autore

Max Vaccaro (earMUSIC), Dan McCafferty (Nazareth), Jos Negrone (earMUSIC), Frank Peterson (Gregorian)

 
Jos Bendinelli Negrone, nato a Genova, sviluppa fin da giovane una profonda passione per la musica. Il suo percorso professionale lo porta a costruire una carriera di rilievo nel settore musicale ed editoriale. Direttore Creativo e successivamente A&R Executive presso Edel Music, nel 2010 co-fonda ad Amburgo l’etichetta rock earMUSIC, oggi punto di riferimento internazionale. Diventa quindi Presidente di Edel Italia a Milano, per poi passare all’editoria come Direttore della casa editrice internazionale del gruppo. Nel corso della sua carriera ha prodotto e pubblicato centinaia di dischi e libri in tutto il mondo.

Info

Vinili.
La collezione essenziale
di Jos Bendinelli Negrone
384 pagine
30 x 30 cm

White Star
ISBN 9788854064232
€ 45
www.whitestar.it

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