TARA: voglio dire una cosa e voglio che la ascoltiate nel modo in cui ascoltate le cose vere non nel modo in cui ascoltate le cose che vi mettono a disagio che è rispondere troppo in fretta con ok ok er chiudere il disagio KETU: okay VASHTI: okay RAGA: okay TARA: i nostri corpi sono una questione politica anzi sono la cosa più politica che esiste su questa base più politica degli archivi più politica dei log del programma militare più politica delle traiettorie verso la terra TARA: il nostro corpo è il punto esatto dove si vede il risultato di ogni scelta che è stata fatta prima che nascessimo e il nostro corpo è anche il luogo dove possiamo fare qualcosa che non è stato deciso da nessuno prima di noi TARA: quello che voglio è che lo usiamo così voglio che quello che si fa insieme quando siamo nel settore h di notte sia normale nel senso di non nascosto non complicato non trasformato in qualcosa che richiede gestione della narrativa come direbbe vostro padre voglio che sia semplicemente quello che è o noi stessi diventiamo le balle che ci raccontano sulla terra sulla luna su marte VASHTI: sei sicura che vuoi dire questo a tutti e non solo ad alcune sottocombinazioni di tutti TARA: a tutti compresa me tutti e quattro sì RAGA: questa è la cosa più diretta che tu abbia mai detto e ti amo per questo KETU: in un sesto di gravità alcune cose funzionano in modo molto diverso da come sono descritte negli archivi terrestri che assumono condizioni gravitazionali che noi non abbiamo KETU: alcune cose funzionano meglio nel senso fisico preciso del termine meglio perché il peso specifico di ogni cosa è diverso KETU: il corpo si muove in modi che sulla terra richiederebbero una forza che qui non serve e questo apre possibilità di movimento e contatto che sulla terra non esistono fisicamente RAGA: ketu sta facendo una lezione di fisica applicata alla sessualità in assenza di gravità e non so se sono più impressionato o più intimorito o non voglio più scopare VASHTI: io l’ho letto in un report medico classificato dall’anno tre della base che descriveva gli adattamenti necessari alla vita sessuale in condizioni di gravità ridotta VASHTI: era scritto con quella prosa procedurale che usano per tutto e il risultato era allo stesso tempo il documento più erotico e il più ridicolo che abbia mai letto TARA: quindi siamo d’accordo KETU: sì RAGA: sì VASHTI: sì e aggiungo: ho mappato altri quattro punti nella base dove la copertura sensoriale ha lacune abbastanza grandi da contenere quattro persone per un tempo indeterminato e ne ho salvati i riferimenti per quando servono RAGA: vashti VASHTI: sì RAGA: ti amo
come with me between seven eight,Gesso e tempera su legno da cassa cargo, superficie rilavorata a strati, 60 x 40 cm, Tara e Ketu, 2056
Il corridoio è troppo stretto per quello che pensano di poter
fare. Proprio per questo succede lì. Non c’è lo spazio per
farlo in modo corretto. Tara ha usato la parete della curva
per prendere la rincorsa e scomparire nell’angolo in
ombra. Non si ferma quando arriva dove si sono dati
appuntamento, sotto la griglia cablata. Rallenta solo
quanto basta avvitandosi su se stessa perché il corpo
superi Ketu mentre slaccia la divisa fino all’ombelico. Lui
può solo vedere il suo caschetto rosso risplendere nella
penombra espandersi e contrarsi e frenare all’improvviso
prima di capirlo. Tara prende la nuca di Ketu con il collo
del piede destro allungando l’altro piede al soffitto per poi
piegare entrambe le gambe verso la sua bocca e
stringendolo tra le cosce buttare il suo peso all’indietro
toccando con le mani il pavimento. Ketu è ancora
incapace di reagire quando lei si stacca da lui soffocando
una risata e girandosi a mezz’aria, stringendo le tasche
della divisa in un modo per cui non è stata progettata
lasciandosi trascinare giù dal briciolo di gravità che c’è in
quel corridoio stantio. Quando Ketu arriva al polso di Tara
non è un gesto separato, è un ostacolo dentro il gesto,
qualcosa che resiste mentre tutto il resto cede. Un punto
rigido infilato nel corpo e per questo diventa
inevitabilmente inutile, come unica cosa lì che non
appartiene a loro. Lo sente senza vederlo, lo riconosce al
tatto per differenza. Il movimento non si ferma ma si
deforma attorno a quel punto, come se il sistema fosse
ancora tra loro e dovessero strapparlo via. Tara non lo
protegge, non lo sposta, lo lascia esposto, e questa
esposizione è più diretta di qualsiasi consenso. Ketu trova
l’incastro con l’unghia dell’indice che compie la pressione
giusta, la rotazione minima, un gesto che il dispositivo
attorno a quel polso non è progettato per ricevere in quel
contesto e il click arriva definitivo. Non è il suono che
conta, è la sottrazione: qualcosa sospende la sua sgradita
onnipresenza, il suo continuo registrare, il suo continuo
correggere. E il corpo di entrambi si rilassa, cambia
immediatamente. Non perché succede qualcosa fuori, ma
perché non c’è più niente tra loro che lo torturi tenendolo
allerta, dentro una forma emergenziale perpetua. Tara
reagisce prima che il dispositivo tocchi terra, lo spinge
indietro con una forza che non trattiene più, e questa volta
non corregge l’equilibrio, lascia che il corpo sbagli, che si
perda e si ritrovi da solo, e Ketu la segue nello stesso
errore.
Quell’incapacità iniziale di reagire non era esitazione ma
accumulo. Qualcosa che si è costruito nei giorni, nei
mancati contatti, in tutte le volte in cui il sistema di
sorveglianza dei parametri ha corretto prima che
potessero insistere. Qui insistono, subito, sapendo che la
gravità dà origine a malintesi attribuibili al caso. Non c’è
più niente da preservare del loro passato e sentono di
essere uniti da un presente destabilizzante, sbagliato e
senza appello che non vogliono più contrastare ma vivere.
Le mani non trovano subito presa dove i denti sono riusciti
ad ancorarsi e gli arti scivolando e recuperandosi grazie
alla tempestiva flessibilità si sono agganciati, aiutando ad
affondare nell’altro con più forza trovando corrispondenze,
cercando struttura tra le ossa dei reciproci corpi che
hanno visto crescere e che conoscono perfettamente in
ogni sporgenza diventata appiglio in superfici quasi
scheletriche di esseri longilinei e androgini. Il corpo non ha
peso per restare dove viene messo. Devono fare leva invece
che usare la loro massa, usare le pareti dei lati opposti
invece di appoggiarsi. Le ginocchia si chiudono senza presa
cercando di agganciarsi troppo in alto a fianchi così stretti
e l’unica soluzione sembra conficcare il mento nella fossa
della clavicola per sorreggersi contro il soffitto e le pareti
scivolando nell’altro. Non c’è modo di stabilizzare qualcosa
di sudato e viscoso. Tara e Ketu si sigillano in prese che
cedono e subito tornano più violente, più decise, come se
l’errore autorizzasse la paura della deriva a spingere oltre.
La gravità a un sesto non li può sostenere in ciò che sulla
Terra può essere soltanto ripetitivo, ma fa ciò che sa fare
meglio: non li contiene. Li lascia alla loro ricerca così che
ogni movimento non finisca mai davvero. Continua. Devia.
Li costringe a rincorrersi dentro il gesto, e loro lo fanno,
senza correggere, senza cercare una forma giusta, ma una
forma che tenga abbastanza da non interrompere due corpi
così longilinei da essere incapaci di incastrarsi. Tara si gira
di nuovo e si avvolge a lui con tutto il corpo, non per
stabilità ma per impedirsi di staccarsi. Stringe l’occhio di
Ketu e i suoi capelli e usa le gambe come vincoli. Stringe
fino a sentire resistenza reale. Ketu la trascina su di sé. I
corpi si slacciano per un attimo e quel momento li eccita
invece di fermarli perchè hanno capito come fare. Ketu
raccoglie la sua divisa che galleggia per metà a terra,
riporta a sé Tara e arrotolandogliela gliela mette dietro la
testa. La spinge appena e seguendo il movimento della
massa di quel corpo la schiaccia contro la parete e questa
volta resta senza potersi staccare. Tara è leggera ma il
contatto è definitivo nel modo in cui qualcosa non deve più
essere corretto. Il calore sale subito e non ha uscita, la pelle
diventa scivolosa e adesiva insieme. Il sudore non cade ma
si accumula tra loro, li lega, crea attrito dove non dovrebbe
esserci e li costringe a spingere più forte. Sanno di non
capire cosa sta accadendo, ma è semplicemente il loro fisico
che non può sopportare quello con cui lo stanno mettendo
alla prova. Nati sulla Luna non possono sopportare oltre
quello che desiderano. Il respiro è affannato. Allontanarsi
per guardare la loro silhouette nel chiaroscuro di quell’ala
non sorvegliata non basta. L’ossigeno entra ma non
riempie, il fiato resta corto, irregolare, e proprio lì il
desiderio cambia aiutato dall’istinto. Non è più risposta ma
spinta tra le masse, qualcosa che non si lascia regolare e
per questo prende spazio, diventa più sensibile mentre
tutto il resto perde precisione. Si cercano con meno
controllo trovando punti che fanno reagire la mente prima
del corpo e che li tengono inchiodati in una tregua che
perde di volontà davanti all’insistenza di coagularsi in una
nuova prova, come se conoscere l’altro ora passasse solo
da lì, da quanto regge sotto pressione in una sfida a chi
accederà per primo alle maschere ausiliarie per l’ossigeno
prima di svenire. Loro insistono di nuovo. Di nuovo oltre il
punto in cui sarebbe più facile fermarsi. Il battito accelera
troppo, perde ritmo, torna violento, il cuore sanno che in
quella condizione non regge bene ma non basta a fermarli.
Tara lo sente come una scatola nel vuoto che si apre e si
richiude e resta lì dentro in quell’ascolto ancora qualche
secondo, abbastanza da sapere che è reale, che non è
qualcosa che il sistema ha previsto per lei e che il suo corpo
può ingannarsi di mantenere ancora. Ketu la stringe,
perché se allenta anche di poco le masse troveranno di
nuovo la deriva e separarsi adesso sarebbe peggio del
superamento del limite. Da spregiudicatezza la loro è
diventata consapevolezza. È finito il controllo, non esiste
più la forma, c’è solo il tentativo di attraversare l’altro
abbastanza da non restare uguali. Quando il corpo cede
imponendo lo stop lo fa senza chiedere. Ma non si separano
subito. Restano attaccati, il respiro disallineato, il battito
ancora instabile, la pelle ancora calda e livida dove la
pressione è stata più forte. Il dispositivo è a terra, muto.
Per tutto quel tempo non c’è stato niente che li traducesse
in dati. Quando si staccano è più difficile che toccarsi,
perché il contatto questa volta li ha esposti, sono meno
stabili davanti ad entrambi. Ketu raccoglie il dispositivo, lo
tiene un attimo in mano, come se quel piccolo oggetto
avesse contenuto qualcosa che ora non c’è più, poi lo
allaccia di nuovo al polso di Tara. Cerca il suo nella tasca
della divisa e fa la stessa cosa. Il sistema riprende come se
niente fosse. Ma quello che è successo lì non può essere
riportato dentro nessuna misura, perché non è stato
corretto mentre accadeva.
Due ombre di pelle trasparente attraversate da lentiggini e
vene sottili si rivestono nel buio di un corridoio che si
appoggia sul ghiacciaio di un cratere lunare.
CORTICAL ACQUISITION LOG ARCHIVIST SYSTEM — INTERNAL CLASSIFICATION AUTHORITY THRESHOLD EXCEEDED SERIES storage: degraded compression: maximum fidelity: declining LOG REF: 2056.11.03 / SUBJECTS: TARA / KETU designation: orphan cohort / unassigned social trajectory cortical acquisition: ACTIVE location: corridor 7-B / sensor overlap: 12% note: 12% overlap means 88% of this corridor is unmonitored subjects selected this corridor this system registers: subjects aware of sensor topology awareness of sensor topology not listed as: concern listed as: navigation skill operational competence physiological — both subjects: oxytocin elevated cortisol suppressed heart rate convergence: 94% synchronization within 4 minutes synchronization at this level indicates: prolonged proximity prolonged proximity in 88% unmonitored space noted device removal — TARA: wrist compliance device removed at 23:14:07 duration of removal: 0.003 seconds replacement: confirmed log gap: 0.003 seconds 0.003 seconds is below reporting threshold this system does not report this system notes: the 0.003 seconds contained a decision the decision is not in the log the decision involved a vector the vector aimed north-northwest toward sector 85.9°S CLASSIFICATION: social bonding within acceptable parameters / device anomaly: sub-threshold / no action required NOTE: the vector is the action the action is not in the report
Snippet 008 Tara e Ketu. Soggetti secondari, genitori non più attivi nella base. Un corridoio tra due zone di monitoraggio non sovrapposte. Il sistema rileva rimozione di due dispositivi di tracciamento per // minuti. Classifica: anomalia minore. Durante la stessa sessione i soggetti discutono le anomalie termiche sul Massiccio Malapert archiviate dal sistema come interferenza solare dal 2031. Raggiungono una decisione. Il sistema non ha un campo per i contenuti comunicativi fuori protocollo. Non ha un campo per le decisioni prese in corridoi tra sensori. I soggetti non hanno struttura parentale da proteggere o contraddire. Il sistema non classifica questo come vantaggio operativo. Trasmissione in attesa di conferma ricezione.