Romadiffusa CAMPAGNA ROMADIFFUSA SAN LORENZO_Credits_ Giacomo Riccardi

Intervista – Romadiffusa: riscrivere Roma oltre la cartolina tra turismo, arte e identità

In Jet-lag l’antropologo Franco La Cecla rivolge uno sguardo dissacrante al nostro paese e all’identità delle sue città, affermando: “[…]. L’Italia è sempre più la moda ma è soprattutto l’allusione a qualcosa che dovrebbe risultare immediato a chi ha veramente conoscenza della “bella vita”. […]. La moda si prospetta davvero l’unica immagine unificante in un paese che fa ancora fatica ad autorappresentarsi. Pasta, pizza, Venezia, Roma, Milano, ma soprattutto la moda. […]. L’Italia del dopo Schengen […]. È un paese che si ritrova lo stile come risorsa, ma se lo trova senza sapere dov’è”.

 La moda (intesa come meccanismo guida del consumo) e con essa il turismo sono produzione di scenari, stili di vita e di pensiero.

Narrazioni e messa in scena di immaginari che prendono forma e corpo nella comunicazione, dove centrali, più che le riflessioni sull’identità, sono il potere del marchio e della pubblicità. Le città italiane, in un mondo globale che fa dei luoghi più un pretesto per il consumo che spazi da abitare, e dell’arte e della cultura più un affare da museo (spesso a cielo aperto) che materia viva, attraversate da queste reti di flussi immateriali, finiscono per ripensarsi in funzione dello sguardo esterno piuttosto che interrogarsi sulle proprie radici, la propria storia, la propria autenticità e indagare ciò che di dirompente e alternativo si muove sotto la superficie.

Il loro futuro è appeso a un filo, forse di Arianna, in questo labirinto di immagini ricorsive che ci chiede, come ad Alice nel Paese delle Meraviglie, di andare oltre lo specchio per perderci, disperderci o incontrare forse finalmente la realtà: prismatica, sfaccettata, diffusa.

È da queste riflessioni che nasce la chiacchierata con Sara D’Agati, Co-fondatrice e Direttrice artistica di Romadiffusa, progetto che ancor prima del festival che ha luogo nei quartieri di Roma, si interroga su come possa cambiare la narrazione di una città così profondamente immobilista, eterna nella sua bellezza ma non per questo priva di storie alternative e contro-storie.

Narrazioni divergenti possibili, contemporanee, che la percorrono alla luce del sole e delle stelle, spesso nascoste tra le pieghe di un tessuto urbano resistente alle trasformazioni su larga scala. Ed è nel piccolo e nell’autentico che ritroviamo quelle scosse telluriche a cui l’arte ci ha abituato e di cui anche Vittoria De Petra, curatrice dell’Art Program, ci racconta a partire dallo spin-off del festival che ha avuto luogo nel quartiere di San Lorenzo il 21 e 22 marzo scorsi, dove proprio il richiamo al “saper fare” e alla materia, ha dato vita a un insediamento di artigiani e artisti che incessantemente si rinnova.

Romadiffusa_Locandina_Credits_ Ludovica De Santis

L’INTERVISTA

Quando nasce Romadiffusa e con quale obiettivo?

Sara D’Agati: Romadiffusa nasce nel 2022 come parte di un più ampio progetto di nation branding, per modificare la narrazione e la percezione dell’Italia. L’Italia, infatti, non ha un racconto istituzionalizzato del Paese all’estero, né un sistema di soft power che metta in rete artisti, creativi, designer e li promuova dentro e fuori i confini nazionali, come avviene invece per altri Paesi, penso alla Francia, all’Inghilterra o alla Spagna. Basti pensare che non abbiamo neppure un media in lingua inglese che parli dell’Italia all’estero. Il racconto di quello che noi siamo all’estero è mediato da altri e, di conseguenza, incompleto e stereotipato. Siamo partite da Roma, non soltanto perché è la capitale, ma anche perché Roma stessa ha un problema di narrazione: troppo spesso è raccontata come immobilista, decadente e, anche quando se ne parla in chiave virtuosa, si pone l’accento sulla “città museo”, sulla città eterna, tralasciando le manifestazioni contemporanee e dinamiche della città. Questa situazione ha reso Roma vittima di un turismo mordi e fuggi, poco attento alla produzione artistica e creativa di oggi, che non porta valore. A ciò si aggiunge la progressiva sparizione delle realtà autentiche, sostituite da esercizi commerciali anonimi e standardizzati e, in generale, l’incapacità della città di fare sistema. Le istituzioni non dialogano con il settore privato. Artigiani, esercenti e istituzioni culturali di uno stesso quartiere non comunicano tra di loro. Creativi e artisti non trovano un contenitore in cui ibridarsi ed emergere. Romadiffusa vuole essere questo contenitore.

Possiamo considerarla una rassegna di eventi con una vocazione più sociale e di intrattenimento oppure più focalizzata sugli aspetti curatoriali dei contenuti artistici?

Sara D’Agati: L’ambizione di Romadiffusa è proprio di tenere insieme questi tre elementi. Da un lato la vocazione sociale, che si riflette nella valorizzazione di spazi e realtà autentiche che oggi rischiano di scomparire. Accendiamo i riflettori su biblioteche, alimentari, botteghe artigiane, osterie storiche. Promuoviamo la riappropriazione dei luoghi da parte dei romani. Apriamo spazi normalmente chiusi al pubblico e lo portiamo a scoprire luoghi che prima non conoscevano, modificandone la fruizione. Investiamo su artisti e creativi producendo interventi site specific o garantendo loro l’accesso agli spazi. Dall’altro, mettiamo grande attenzione nella curatela del palinsesto artistico e musicale, con figure dedicate nel team che si occupano dei diversi settori: dai rapporti con le gallerie e gli artisti, in capo a Vittoria De Petra, alla curatela musicale, con una forte vocazione sperimentale, in capo a Emilio Lucchetti. Quello che ci interessa è che ci sia un forte equilibrio tra intrattenimento e qualità dei contenuti. Una cosa che dico sempre è che Romadiffusa vuole ribaltare la retorica a cui la nostra generazione è stata abituata per giustificare la televisione spazzatura, la musica spazzatura e l’imbruttimento delle città. Ci siamo sentiti raccontare che questo è quello che vuole la gente e, quindi, gli si dà ciò che è profittevole. Al contrario, noi vogliamo dimostrare che se alle persone si offre il bello, il poetico, la qualità, saranno pronte ad accoglierli. In questo modo si può generare un circolo virtuoso.    

A Milano e a Torino ci sono due esperienze simili negli intenti ma differenti nelle progettualità. Parliamo di Esterni per Milano, che già da metà anni Novanta ha iniziato a mettere al centro dei propri discorsi la città, essendo tra le prime realtà a promuovere anche un approccio situazionista al placemaking.
Mentre a Torino, circa dieci anni fa, è nata Stratosferica (che inizialmente incorporava il nome della città nel proprio brand), che ha manifestato subito un interesse più spiccato per il city branding e il city imaging, ponendo l’accento sugli aspetti più intangibili e immateriali, legati alla comunicazione e alla ridefinizione identitaria delle città.
Mi pare che in Romadiffusa ci sia un po’ del DNA di entrambe le esperienze.
Come vi posizionate e distinguete in relazione a questi due casi studio? Perché il vostro progetto va in alcune direzioni e non in altre in relazione alla città di appartenenza e di partenza?

Sara D’Agati: Conosco entrambi i progetti, che ammiro molto. Esistono senza dubbio diverse sinergie dal punto di vista degli obiettivi. Sul fronte progettuale, l’esperimento messo in atto da Romadiffusa è quello di creare un format scalabile su tutte le città, che utilizzi il territorio stesso come un media per modificare la fruizione dei luoghi, costruire reti tra attori diversi e modificare la narrazione. Il Festival, di fatto, è solamente l’emanazione più visibile al pubblico di un processo di mappatura del territorio. Da circa quattro anni, con il nostro team, stiamo mappando l’intera città, quartiere per quartiere, alla ricerca di tutti i luoghi e le realtà autentiche o interessanti, bussando letteralmente alla porta di ogni laboratorio artigiano, teatro, biblioteca, archivio, palazzo storico, spazio creativo ma anche di osterie, bar, alimentari, facendoci raccontare la loro storia e documentandola. Il criterio è quello di andare a scovare quei luoghi, sia tradizionali che contemporanei, che mantengono un’anima e un’autenticità e non hanno ceduto ai processi di standardizzazione. Stiamo costruendo una sorta di database che permetta a spazi e realtà di farsi conoscere e, allo stesso tempo, di essere al corrente di ciò che esiste di affine e complementare. Parallelamente andiamo in cerca di creativi, artisti, collettivi, associazioni e realtà contemporanee. E durante i quattro giorni del festival facciamo una sorta di “tetris” tra location tradizionali, autentiche e contenuti contemporanei, innovativi, più o meno disruptive. Da un lato giochiamo sul contrasto e l’ibridazione: portiamo musica sperimentale nelle biblioteche, mostre diffuse, dove le opere degli artisti vengono collocate in luoghi differenti (dal carrozziere alla lavanderia, al forno), performance negli archivi storici o in musei poco noti e frequentati, monologhi negli alimentari, letture di poesie nelle osterie. Dall’altro lato, valorizziamo l’esistente: facciamo aprire cortili e spazi solitamente chiusi al pubblico, come anche i laboratori artigiani, e forniamo loro l’infrastruttura digitale per organizzare workshop e altre attività che possano portare flussi di persone a conoscerli. Infine, coinvolgiamo brand e privati con lo scopo di supportare gli artisti e i contenuti, facendo da ponte tra loro e le istituzioni romane. Nei giorni del festival il territorio stesso diventa un media che noi usiamo per modificare la narrazione della città. Diamo vita al museo a cielo aperto, lo attiviamo. Per quattro giorni un’area della città diventa una sorta di playground dinamico dove cittadini e turisti hanno accesso a contenuti e luoghi di cui altrimenti non fruirebbero. Chi va all’osteria per mangiare l’amatriciana assiste a una lettura di poesia, a un monologo, e magari può scoprire che gli piace, e tornare a farlo. Speriamo che questo processo e percorso possano progressivamente attirare un turismo diverso, disposto a spostarsi appositamente per la rassegna, interessato alle manifestazioni contemporanee della città e non solo al Colosseo. Un turismo in grado di vivere la città più in profondità, che soggiorni più a lungo e trovi stimolo per portare nuovi progetti e investire sulla città.

Il naming nei progetti spesso si carica di un valore programmatico. Partendo dagli esempi precedenti. La vocazione di Esterni è quella di portare la gente fuori: promuovere progetti nei luoghi della città, anche in quelli interstiziali non sfruttati; arredare la città come fosse uno spazio interno; creare nuove occasioni di socializzazione. Stratosferica invece punta a immaginare la città al suo meglio, suggerendo idee fuori dall’ordinario, pensando e proponendo anche l’irrealizzabile, un po’ come nelle Città Invisibili di Italo Calvino. Che cosa significa dunque Romadiffusa al di là della lettura più immediata che se ne può dare?

Sara D’Agati: La percezione è che, per troppo tempo, la narrazione tendenzialmente immobilista della città ci abbia tenuti fermi, distanti. Le istituzioni scollate dal territorio eppure incombenti, gli esercenti e le associazioni incapaci di fare rete, il mondo creativo non messo in condizioni di agire appieno sulla città. Ciascuno nel proprio perimetro, nella propria, presunta, zona di comfort. I giovani con i giovani, le famiglie con le famiglie, gli “stranieri” con gli “stranieri”, gli anziani con gli anziani, quando non lasciati soli. Noi abbiamo immaginato una Roma aperta, connessa, capace di ibridarsi, dove i quartieri non sono confini identitari, ma hub di sperimentazione e di scambio; dove artisti, musicisti, poeti, artigiani, esercenti siano in dialogo costante con il territorio e i suoi luoghi; dove i confini tra fruizione e produzione creativa si intersechino continuamente. Una Roma diffusa, appunto.

Quali sviluppi futuri immaginate per Romadiffusa?

Sara D’Agati: Come anticipato in apertura, Romadiffusa è il punto di partenza di un progetto molto più ampio, che guarda all’Italia intera e andrà a toccare altre città, adattandosi alle specificità e al DNA di ciascuna, ma con una visione comune che è quella della valorizzazione delle realtà autentiche, della riappropriazione degli spazi da parte dei cittadini, della modifica dei flussi turistici, della messa a sistema di spazi e competenze, del dialogo virtuoso tra privati e istituzioni per favorire la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale e, allo stesso tempo, dell’utilizzo di strumenti culturali e creativi come volano per la crescita del Paese. Il tutto attivando il territorio e i suoi abitanti, mettendo a sistema le energie, facendo del territorio, come detto più volte, il media.

Passiamo all’edizione appena conclusa e concentriamoci su San Lorenzo. In che modo avete cercato di tirare fuori la sua anima più autentica e sotterranea?

Sara D’Agati: San Lorenzo è, oggi, il quartiere con la più alta densità di spazi creativi, più di cinquanta, tra studi d’artista, artist-run spaces e gallerie. A partire dagli anni Sessanta, in corrispondenza con le mutazioni del tessuto urbano, San Lorenzo si è affermato come terreno fertile di contaminazioni, sperimentazione e produzione artistica. È in questo contesto che si inserisce l’interesse di Romadiffusa nel raccontare l’ecosistema artistico di San Lorenzo alla totalità dei romani, e non solo a chi già conosce e frequenta il sistema dell’arte e i suoi luoghi, e nel promuovere una narrazione forte, capace di oltrepassare i confini nazionali. Lo spin-off di Romadiffusa San Lorenzo punta infatti a raccontare il quartiere come distretto artistico, aprendo al pubblico, per i due giorni del festival, gli studi privati d’artista, rendendo visibili i luoghi dove avviene la progettazione e la produzione delle loro opere. Attraverso open studios, visite guidate dagli artisti e momenti di incontro, il pubblico ha la possibilità di entrare in contatto diretto con artisti, collettivi e curatori, osservando da vicino il loro lavoro quotidiano e i metodi con cui ognuno sviluppa le proprie pratiche artistiche.

Le partnership sono un’ulteriore occasione di definizione identitaria e progettuale. Perché avete scelto Soho House Rome?

Sara D’Agati: Lo spin-off in San Lorenzo è supportato da Soho House Rome, che dal 2021 ha aperto la sua sede in questo quartiere, avendo già attivato, negli anni, collaborazioni con gallerie e spazi d’artista del luogo e della città, attraverso una programmazione culturale continuativa, tra cui si conta il supporto al Roma Gallery Weekend. La programmazione di Soho House Rome comprende performance, conversazioni, mostre temporanee che spesso hanno accolto artisti di San Lorenzo, tour del quartiere guidati da Salad – San Lorenzo Art District e momenti di approfondimento curatoriale. Il supporto si inserisce nella visione di Romadiffusa, che è appunto un progetto che lavora sul territorio facendo da ponte tra pubblico e privato, affiancando i privati e motivandoli nell’investire in progetti virtuosi per la città. Riteniamo infatti che Roma e la cultura abbiano bisogno di sostegno e di un dialogo organico tra privati e istituzioni. Progetti come Romadiffusa hanno un costo, soprattutto perché quello che facciamo è in gran parte aperto e gratuito. È fondamentale quindi che vi siano realtà che ne comprendano il valore e siano disposte a supportarlo per continuare a farlo crescere.

Quali sono i punti di contatto e che cosa vi differenzia da Contemporanea – Roma Gallery Weekend?

Vittoria de Petra: Il punto di contatto è senza dubbio la volontà comune di valorizzare, mappare e mettere a sistema il panorama artistico romano. Il Roma Gallery Weekend rappresenta l’anima di settore dell’arte contemporanea: è un progetto nato dal basso, ideato e organizzato dalle gallerie stesse per porre l’accento sul loro ruolo di luogo primario di ricerca, scoperta e collezionismo. Per due giorni, le gallerie di ogni quartiere aprono simultaneamente le porte, offrendo approfondimenti critici e occasioni d’incontro mirate. Romadiffusa adotta invece un approccio trasversale, multidisciplinare e circoscritto a un singolo quartiere per ogni edizione. Qui le arti visive diventano parte di una narrazione corale che intreccia musica, performance, design e artigianato all’interno di un distretto specifico della città. In questo senso, le gallerie e l’arte contemporanea si inseriscono in un ecosistema creativo più ampio che Romadiffusa racconta e mette in dialogo costante con il territorio. Questa sinergia genera contaminazioni tra diverse discipline e contrasti inediti, grazie all’attivazione dello spazio pubblico, di luoghi legati alla tradizione oppure di siti solitamente inaccessibili o non deputati alla fruizione culturale.

Quando scegliete un quartiere in che modo cercate di attivarlo per restituirne l’identità e al contempo rinnovarla? E in che modo strutturate il programma in funzione dei luoghi?

Sara D’Agati: La scelta del Centro Storico, ad esempio, che con l’edizione di ottobre scorso ha raggiunto gli 80.000 partecipanti, risponde alla volontà di andare al cuore simbolico della città, dove l’ibridazione tra location storiche e contenuti contemporanei può produrre i suoi effetti più potenti. Lavoriamo quindi, da un lato, sulla selezione dei luoghi autentici, come già accennato, che non hanno ceduto alla standardizzazione, e dall’altro su una curatela artistico-musicale che giochi sul contrasto forte tra antico e moderno, dove i nostri contenuti vanno in qualche modo ad “abitare” il museo a cielo aperto, trasformandolo in un teatro della contemporaneità. Nel caso dei Parioli, ad esempio, quartiere notoriamente alto-borghese e conformista, abbiamo lanciato il claim Parioli Punk, dove l’idea era appunto di portare contenuti altamente disruptive, che mai avrebbero messo piede in quel quartiere, attirando, in questo modo, un target completamente diverso da quello che normalmente si muove nell’area. Anche in questo caso abbiamo giocato sul contrasto. A San Lorenzo, invece, ci interessava invertire la narrazione che troppo spesso insiste sui temi della sicurezza e della mala movida, per accendere i riflettori sul distretto artistico, aprendo e attivando contemporaneamente tutti gli studi privati, le fondazioni, le gallerie, gli spazi creativi e scegliendo di non attivare, come facciamo in altri quartieri, le piazze con i concerti, proprio col fine di mettere in luce solo quell’aspetto del quartiere. Nel caso di Esquilino, che sarà (spoiler) teatro della prossima edizione, stiamo lavorando, a livello di curatela, sull’identità multiculturale del quartiere, ma su questo aspetto non posso anticipare nulla…

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