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Viscerale, la galleria che rifiuta la neutralità: il corpo come manifesto estetico contemporaneo

Viscerale non è un aggettivo ornamentale. È una presa di posizione. Aprire una galleria chiamandola così significa dichiarare un rifiuto della neutralità.

Significa sottrarre l’arte alla pura superficie e ricondurla al corpo, all’organo, alla reazione primaria. Il viscerale è ciò che precede il linguaggio articolato: è impulso, è contrazione, è urgenza.

Nella storia dell’estetica occidentale, la modernità ha spesso privilegiato la distanza critica, la forma, la razionalizzazione. Ma ogni epoca produce anche il suo controcampo: un’arte che non vuole essere soltanto vista, ma sentita. Non contemplata, ma attraversata.
Antonin Artaud invocava un teatro capace di “toccare i nervi”, di agire direttamente sul sistema sensibile prima ancora che sull’intelletto. Georges Bataille ha scritto dell’esperienza come eccesso, come superamento dei limiti ordinari dell’ordine e della forma. In questa linea, il viscerale è ciò che eccede la composizione armonica e introduce una frizione.

Il corpo non è un tema: è una condizione. Jean-Luc Nancy ricorda che il corpo è sempre “esposto”, sempre in relazione, mai chiuso su sé stesso. Il viscerale è esattamente questo: esposizione senza protezione, vulnerabilità che diventa linguaggio.
In un’epoca dominata dalla mediazione digitale e dalla velocità dello scorrimento, la scelta del viscerale è una scelta controcorrente. Significa restituire peso alle immagini. Restituire densità alla materia. Riconoscere che l’esperienza estetica non è solo interpretazione, ma impatto fisiologico.
Il viscerale non coincide con il violento. Non è necessariamente gridato. Può essere silenzioso, ma non è mai neutro. È ciò che produce una risposta somatica: una tensione, un’inquietudine, un’attrazione difficile da spiegare.
Rainer Maria Rilke scriveva che “le opere d’arte sono di una solitudine infinita”. Questa solitudine non è isolamento: è intensità. È concentrazione. È la condizione perché l’incontro tra opera e spettatore diventi un’esperienza reale, non decorativa.
Viscerale è quindi una promessa e un rischio. Promessa di autenticità, rischio di esposizione. È uno spazio che non si limita a mostrare opere, ma intende generare reazioni. Non offrire rassicurazione, ma presenza.
Una galleria non come contenitore, ma come organismo.

GLI ARTISTI

Sei gli artisti in mostra dal 28 febbraio al 13 marzo 2026: Felipe Cardeña, Paolo Cassarà, Vetra Cerulli, AscanioCuba, Ali Hassoun, Zep.

Ali Hassoun

In Ali Hassoun il viscerale assume una dimensione apertamente politica. In Venus Al Kharaq la Venere classica, bianca e levigata, è posta accanto a una montagna di abiti multicolori; una figura si china su quel cumulo mentre una scritta araba attraversa lo spazio pittorico. Bellezza canonica e realtà migratoria entrano in tensione. La montagna di tessuti richiama corpi assenti, vite stratificate, identità in transito. Il viscerale qui coincide con la memoria e con la frizione culturale. Come scriveva Edward Said, l’identità è sempre una narrazione in movimento: Hassoun la mette in scena come accumulo e paradosso.

Nell’altra opera in mostra, tre donne chine su una gigantesca banconota dollaro occupano il primo piano, mentre sullo sfondo una figura grigia e anonima dipinge davanti a una tela. Il denaro diventa superficie monumentale, quasi un altare laico. Anche qui Hassoun costruisce un cortocircuito tra valore economico e valore umano, tra centro e margine. Il viscerale, nel suo lavoro, è questa tensione silenziosa ma strutturale: un conflitto che non esplode, ma resta inscritto nella composizione.

Vetra Cerulli

Nelle opere di Vetra Cerulli il viscerale è una questione strutturale. I ritratti sono dipinti su supporti realmente cuciti ai bordi: la superficie è tesa, trattenuta, suturata. Non è un semplice effetto formale, ma una scelta che trasforma il quadro in pelle artificiale. La cucitura introduce l’idea di contenimento e insieme di ferita, di protezione e di vulnerabilità. Il volto, reso con precisione quasi iperrealista, non galleggia su una tela neutra: è fissato dentro una membrana. L’immagine diventa corpo esposto, trattenuto ai margini. Il viscerale, qui, non è gridato. È nella tensione del supporto, nella consapevolezza che ogni identità è superficie cucita, fragile, sempre sul punto di aprirsi.

Paolo Cassarà

La scultura “Cyborg Cop” di Paolo Cassarà nasce da una riflessione dichiaratamente antropologica. L’artista afferma di descrivere, con attenzione quasi analitica ai dettagli, il “genere umano”, e oggi concentra il proprio sguardo sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale — robotica, transumanesimo, potenziamento neuro-tecnologico. “Cyborg Cop” mette in scena uno scontro tra manifestanti e un poliziotto-soldato robot: non un semplice ibrido, ma la visualizzazione di una trasformazione già in atto. Supercomputer portatili, automazione, scrittura del codice genetico: la tecnologia permea la vita pubblica e privata, ridefinendo il confine tra umano e artificiale. La scelta di terracotta e legno — materie arcaiche, terrestri — rende questa tensione ancora più evidente. Il viscerale non è spettacolo, ma consapevolezza critica: è nello scarto tra la fragilità della materia e la freddezza del dispositivo, dove l’opera mette a fuoco il rischio di un’inumanità che emerge quando la macchina prende il sopravvento sul volto.

Felipe Cardeña

Felipe Cardeña lavora da anni su un immaginario iper-saturo, dove iconografie sacre, pop e tropicali convivono in un horror vacui dichiarato. La sua pratica è eccesso controllato: collage, colore, decorazione come strategia di sovversione. Nel contesto di Viscerale, Cardeña rappresenta la dimensione pulsionale dell’immagine: l’ornamento come proliferazione organica, il colore come materia viva. Se l’astrazione modernista cercava l’essenza, qui siamo nell’esuberanza: un’estetica dell’abbondanza che travolge lo sguardo.

Zep

Nelle opere di Zep il viscerale assume la forma dell’impatto diretto. Il corpo diventa manifesto, superficie politica, spazio di rivendicazione. La frase “Somos las nietas de las brujas que no pudiste quemar” non è slogan decorativo: è incisione simbolica sulla pelle, memoria che ritorna come atto di presenza. L’estetica, vicina al linguaggio urbano e alla grafica di protesta, riduce la gamma cromatica e semplifica i contrasti per aumentare la tensione. Le figure non chiedono contemplazione ma presa di posizione. Lo sguardo è frontale, talvolta ferito, sempre consapevole. In relazione a Viscerale, il lavoro di Zep agisce prima sull’istinto che sull’analisi. È immagine che tocca i nervi, che riporta l’arte a una funzione primaria: generare reazione, attivare coscienza, trasformare la superficie in campo di frizione.

AscanioCuba

In “La mia prima cena a Milano”, AscanioCuba trasforma un episodio personale in una scena corale e stratificata. La composizione, che richiama esplicitamente l’iconografia dell’ultima cena, viene immersa in uno spazio urbano-industriale, attraversato da scritte, impalcature, lingue e frammenti di vita. Il viscerale qui non è gridato: è sovraccarico. È nella densità dei segni, nella sovrapposizione di corpi e parole, nella tensione tra centro e margine. La figura centrale non domina, ma irradia una luce che sembra insieme rivelazione e interrogazione. In relazione a Viscerale, l’opera agisce come organismo complesso: assorbe conflitti, migrazioni, identità plurali e li restituisce come esperienza immersiva. Non offre una narrazione lineare, ma una frizione continua tra sacro e contemporaneo, memoria e presente. È una cena che non consola: espone.

INFO

Galleria Viscerale Via Angelo della Pergola, 10 Milano
Date: 28 febbraio – 13 Marzo 

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