Che cosa rende un’immagine capace di attraversare i secoli? Quali figure continuano a riaffiorare nella cultura visiva, assumendo forme diverse ma conservando una profonda riconoscibilità?
È intorno a queste domande che si sviluppa Contemporary Archetypes, il progetto espositivo nato dalla collaborazione tra IPERCUBO e PQV Fine Art, che mette in dialogo la ricerca di Michael Gurhy, Ludovico Riviera e Guido Sarti con una selezione di Old Masters.

Al centro della mostra c’è il concetto di archetipo, inteso non semplicemente come modello iconografico, ma come struttura dell’immaginario: una forma capace di attraversare epoche, culture e linguaggi, trasformandosi senza perdere la propria forza evocativa. L’Amante, il Creatore, il Ribelle e il Caregiver diventano pertanto quattro chiavi di lettura attraverso cui osservare una continuità profonda tra la storia dell’arte e la sensibilità contemporanea.
Il rapporto con il passato, in questo progetto, non si fonda sulla semplice citazione o sulla rilettura di immagini celebri. Gli Old Masters non vengono presentati come opere appartenenti a un tempo concluso e gli artisti contemporanei non sono chiamati semplicemente a reinterpretarli. Il confronto avviene su un terreno più ampio: quello delle immagini che, nel corso della storia, hanno dato forma a desideri, paure, aspirazioni e conflitti dell’esperienza umana.
È dunque l’immagine il vero territorio della mostra: prima ancora di essere comunicazione o linguaggio, l’immagine è uno spazio nel quale qualcosa prende corpo: il desiderio diventa figura, la ribellione diventa gesto, la creazione diventa materia, la cura diventa relazione.
Il riferimento a Carl Gustav Jung e, successivamente, alla teoria dei dodici archetipi elaborata da Carol S. Pearson costituisce il retroterra teorico del progetto. Contemporary Archetypes trasferisce il concetto dal campo della psicologia a quello della cultura visiva, interrogandosi sulla capacità dell’arte di rendere visibili strutture profonde dell’esperienza individuale e collettiva. Ne nasce una sorta di atlante dell’umano, nel quale passato e presente non sono organizzati secondo una gerarchia cronologica, ma messi in relazione attraverso la persistenza delle immagini.

Questa prospettiva emerge con particolare evidenza nella ricerca di Michael Gurhy, artista irlandese di base a Londra, che lavora attraverso pittura, scultura, fotografia, installazione e video.
Il corpo costituisce il centro della sua pratica, ma raramente appare come una presenza stabile o definitiva. È piuttosto una materia in trasformazione, una soglia esposta alla vulnerabilità, al desiderio e alla metamorfosi. Figure sospese, corpi deformati, animali e riferimenti mitologici compongono un universo nel quale bellezza e violenza, attrazione e inquietudine convivono.
Gurhy guarda alla storia dell’arte, al mito e alla psicoanalisi non per ricostruire un repertorio di forme, ma per interrogare la persistenza delle immagini e la loro capacità di diventare depositi di memoria. Nel suo lavoro l’archetipo coincide allora con una condizione: il corpo individuale diventa il luogo nel quale si manifestano tensioni che appartengono a una dimensione più ampia.
È il corpo dell’Amante, ma anche quello del Ribelle; è presenza desiderante e, allo stesso tempo, vulnerabile. Una figura contemporanea che conserva, proprio nella sua instabilità, qualcosa di ancestrale.
Un registro differente caratterizza la pittura di Guido Sarti, che porta il discorso archetipico dentro una dimensione apparentemente più ordinaria dell’esistenza.
Le sue scene quotidiane sono attraversate da una sospensione quasi cinematografica. Figure e ambienti sembrano sottratti al normale fluire del tempo, la luce, il colore e la composizione costruiscono spazi intimi nei quali ciò che appare familiare acquista progressivamente una dimensione enigmatica.
La pittura di Sarti lavora sulla soglia tra realtà e immaginazione: un interno domestico, un gesto, una figura possono assumere il carattere di una memoria, di un sogno o di una narrazione interrotta. L’archetipo non emerge quindi attraverso la monumentalità della figura mitologica, ma attraverso la ripetizione di situazioni umane riconoscibili.
La sua ricerca porta così l’attenzione dalla grande narrazione alla sfera privata: alla cura, alla solitudine, all’attesa, alla relazione e alla costruzione dell’identità attraverso piccoli gesti quotidiani. È proprio nella normalità che possono emergere esperienze universali, capaci di mettere in relazione la dimensione individuale con quella collettiva.
Con Ludovico Riviera il discorso si sposta invece sul terreno della costruzione stessa del linguaggio visivo. La sua ricerca mette in relazione figurazione e astrazione e si sviluppa parallelamente attraverso pittura, scrittura e riflessione teorica. Al centro non c’è soltanto ciò che un’immagine rappresenta, ma il processo attraverso il quale una forma diventa riconoscibile, acquista significato e si trasforma in racconto. Riviera introduce così nella mostra una riflessione sulla genesi dell’immaginario. Se l’archetipo è una struttura che attraversa il tempo, il suo lavoro interroga le condizioni attraverso cui quella struttura viene continuamente tradotta in nuove forme.
Il suo contributo è particolarmente importante per comprendere la logica complessiva di Contemporary Archetypes: la mostra non parla soltanto di immagini che ritornano, ma delle trasformazioni attraverso cui esse continuano a parlarci. L’archetipo non è dunque una forma da conservare intatta, ma un elemento vivo, che ogni epoca può reinterpretare secondo la propria sensibilità.
Il confronto con gli Old Masters acquista, in questo modo, un significato preciso. Le opere del passato non sono semplicemente il termine di paragone per quelle contemporanee, ma partecipano a una stessa conversazione sull’umano.
Il percorso espositivo della mostra costruisce una geografia visiva nella quale la storia dell’arte non appare come una sequenza di periodi conclusi, ma come un organismo ancora attivo. Il passato continua a produrre immagini, il presente le modifica, le sposta, le riattiva e, nel farlo, rivela nuovi significati.
La contemporaneità, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con la rottura, è piuttosto la capacità di tornare sulle immagini e vederle nuovamente, riconoscendo in esse qualcosa che appartiene ancora al nostro presente. Ed è forse questo il senso più profondo del progetto: ricordarci che alcune figure non appartengono davvero al passato perché continuano ad abitare il nostro modo di guardare. L’Amante, il Creatore, il Ribelle e il Caregiver non sono soltanto quattro categorie attraverso cui organizzare una mostra: sono possibilità dell’esistenza, forme attraverso cui ancora oggi interpretiamo noi stessi e gli altri.

Tra Old Masters e ricerca contemporanea, Contemporary Archetypes costruisce quindi un dialogo fondato sulla persistenza dell’immagine, un dialogo nel quale la storia dell’arte non viene semplicemente riletta, ma riattivata: perché ciò che riconosciamo nelle opere del passato possa tornare a interrogare, attraverso gli artisti di oggi, il nostro presente.
INFO

CONTEMPORARY ARCHETYPES
Michael Gurhy · Ludovico Riviera · Guido Sarti
in dialogo con gli Old Masters
IPERCUBO – PQV Fine Art
Via dei Bossi 2/A, Milano




