Mazzoleni presenta a Torino la mostra dedicata alle ricerche tra forma e linguaggio di tre artisti che, percorrendo strade diverse, hanno esplorato il ricorso ad elementi segnici in grado di evocare โ o
condensare โ in oggetti tangibili significati e riferimenti simbolici rilevanti.
Nelle opere di Carla Accardi (1924 – 2014), Giuseppe Capogrossi (1900 – 1972) e David Reimondo (Genova, 1973) il segno assume senso e valore non solo per le comunitร e il momento storico per le quali sono stati prodotti, ma – travalicando i limiti temporali โ assurge a valore universale sia sul piano materiale che sul piano simbolico.
GLI ARTISTI
Le origini artistiche di Carla Accardi affondano nellโItalia appena unificata del 1946, profondamente segnata nella scena culturale dalla disputa tra figurazione e astrazione.
La dialettica formale/informale incontra nellโarte di una giovane Accardi – unica donna firmataria del
Manifesto Forma 1 nel 1947 – un universo interiore e uno sguardo allโinternazionalitร , allโarte francese, americana, ma anche orientale ed egizia. Ne deriva una relazione tra visione e vissuto che prende le forme di raffinati incastri di positivo e negativo. Nei suoi dipinti degli anni Cinquanta, Accardi rovescia la tradizione scrittura visiva, non piรน il nero su bianco, ma il bianco su nero, operando un capovolgimento delle gerarchie formali e cromatiche.
Negli anni Settanta, il movimento libero del segno, arricchitosi di colore e frutto di una complessa
elaborazione estetica, si trasforma in moduli che scandiscono e suddividono la superficie dellโopera,
come in Scacchiera verdeoro (1974). Qui lโintreccio sinuoso delle linee prende la forma di una scacchiera narrativa, che alterna ancor piรน esplicitamente il positivo al negativo.
A partire dagli anni Ottanta e nei decenni successivi, il movimento della linea e del segno torna a farsi inafferrabile, note cromatiche piรน fresche si alternano ad unโassenza della pittura, la tela grezza (Fonda Notte, 1988), lโintreccio delle campiture cromatiche diventa piรน gotico, quasi danzante (Argento su cobalto, 2005): โle trasformazioni delle mie opere sono il risultato di un fiume di pensiero, appartenente alla mia epoca, che sentivo venire in superficieโ (Accardi, 1986-87 in Germano Celant, 1997, p. 408).
Di una generazione precedente rispetto a Carla Accardi, Giuseppe Capogrossi muta il registro della sua ricerca, dopo una prima fase figurativa e poi neocubista, proprio sul finire degli anni Quaranta.
Nel gennaio 1950 espone alla galleria del Secolo di Roma le sue Superfici, in cui compare per la prima volta il segno che sarebbe diventato la sigla emblematica di tutta la sua produzione successiva.
Il segno incontra lo spazio della superficie in una dialettica di bianco e nero giocata in una rigorosa bidimensionalitร . Da qui la nascita di una struttura segnica ripetuta, sempre uguale a se stessa, ma tracciata liberamente e proposta in diverse combinazioni grafiche e cromatiche, ogni volta caratterizzate da ritmo, tratto e definizione differenti.
Da Roma, il segno dentato di Capogrossi, misterioso alfabeto di una lingua sconosciuta, approda con il suo strascico di dibattito critico prima alla galleria Il Milione di Milano, poi a Venezia alla galleria del Cavallino e alla Biennale e nei primi anni Cinquanta sulla scena artistica europea e americana giungendo allโattenzione della critica internazionale.
โI singoli segni rimandano, soprattutto quando disposti in serie, ad alfabeti di lingue che non siamo in grado di interpretare, anche quando lโaspetto di ordine e sequenza รจ cosรฌ forte da evocare la presenza di un significatoโ. (Roland Penrose, 1957)
Lโandamento sequenziale delle concatenazioni di segni suggerisce quello della scrittura o delle partiture musicali, il colore interviene dapprima come elemento di pausa come in Superficie 127 del 1955, per poi conquistare gran parte dello spazio pittorico e interagire sullo stesso piano del continuum segnico (Superficie XXX, 1962).
โNuovi linguaggi determinano la nascita di nuovi mondiโ.
La creazione di nuovi linguaggi che raccontino attraverso il ricorso al simbolo la complessitร del pensiero umano รจ uno dei punti dโapprodo del lavoro di David Reimondo.
Etimografia (2014-2018) รจ un macro-progetto che vede lโartista impegnato nella creazione di โsimboliโ che approdano alla produzione di nuovi grafemi e fonemi. Sculture in legno colorate con inchiostro nero per stampanti vivono in continua aggregazione e disgregazione come cellule modulari che scardinano le โgabbie iconograficheโ che ci appartengono.
Questi esercizi di de-addestramento culturale nascono dal gesto artistico, disegni tracciati a mano e trasformati da Reimondo nello strumento che permette di non essere condizionati dai retaggi secolari che hanno formato โ e formano โ lโessere umano, la sua lingua e, dunque, la conoscenza.
Nelle due opere Video calligrafia (2019) e Atto di Pensiero (2017) la simbiosi e la dualitร tra segno โnatura, corpo โ pensiero, tangibile โ immateriale vengono esplorate da Reimondo anche nel gesto artistico: attraverso lโuso di medium diversi proiettati, digitalizzati, ma anche ritagliati a mano dallโartista, o da lui costruiti con millimetrica precisione, le opere sono potenti esperienze che ingaggiano lo spettatore su vari livelli fisici e cognitivi.
La correlazione tra esperienza cognitiva e sensoriale raggiunge la massima intensitร in La materia del significato (2021). Cotone, polistirolo, carta, piume, zucchero, vetro, quarzo, corallo, oro, lana, stoffa, pigmento, marmo sono solo alcuni degli elementi che compongono i quaranta simboli che danno forma alla riflessione dellโartista sullโindividuo, compiendo una simbiosi tra pensiero ed espressione formale.
INFO
BIANCO NERO COLORE CHIUSO APERTO
Accardi, Capogrossi, Reimondo
Mazzoleni, Torino
20 aprile โ 17 giugno 2023
Vernissage: giovedรฌ 20 aprile 2022, 12.00-20.00