Piero-Addis - ph, Biennale Colore 2026

BIENNALE COLORE 2026: intervista a Piero Addis, presidente della giuria

La Biennale del Colore di Magenta prosegue il suo percorso anche dopo la conclusione del programma ufficiale (18-25 ottobre), con diverse iniziative nell’ambito della Fuoribiennale e tutte le informazioni disponibili sul sito biennalecolore.it.

Tra gli appuntamenti da non perdere, la proroga, fino al 15 novembre, della mostra del Magenta International Art Prize, allestita presso lo spazio ex BPN, Color Gallery (già Galleria dei Portici). L’esposizione è aperta al pubblico nei fine settimana (ore 10-13 e 16-19.30) e domenica 15 novembre, alle ore 16, è previsto il finissage con artisti e curatori.

Tra gli artisti protagonisti segnaliamo Martina Cinotti che, con la sua opera Attrito (2026), si è aggiudicata la Menzione Speciale Maimeri, un riconoscimento che sottolinea il valore della ricerca artistica e della sperimentazione espressiva.

Martina Cinotti – Biennale Colore 2026

A raccontare la manifestazione attraverso uno sguardo privilegiato è Piero Addis, presidente della giuria del Premio, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Dal suo punto di vista di osservatore e protagonista del mondo artistico e culturale, quale valore assume oggi una manifestazione come la Biennale del Colore e quale contributo può offrire al dibattito sull’arte contemporanea?

Credo che oggi manifestazioni come la Biennale del Colore abbiano innanzitutto il merito di riportare l’attenzione su un elemento fondamentale del linguaggio artistico, troppo spesso considerato soltanto nella sua dimensione estetica: il colore.

Il colore non è mai neutrale. È una scelta culturale, emotiva, politica persino. Attraversa la storia dell’arte, le avanguardie, la comunicazione visiva e il nostro immaginario collettivo.

Una Biennale dedicata al colore può quindi diventare un’occasione per interrogarsi non soltanto sulle sue possibilità espressive, ma anche sul modo in cui gli artisti interpretano il presente. Naturalmente, il valore di una manifestazione culturale non si misura dal numero degli eventi o delle opere esposte, ma dalla qualità delle riflessioni che riesce a generare. E soprattutto dalla sua capacità di lasciare qualcosa che continui a interrogare il pubblico anche dopo la chiusura delle mostre.

Il colore è il filo conduttore dell’intera Biennale. Quanto è ancora centrale nella ricerca artistica contemporanea e in che modo riesce a trasformarsi in un linguaggio capace di interpretare la società e il nostro tempo?

Il colore è uno dei linguaggi più antichi e, contemporaneamente, più contemporanei dell’arte. Pensiamo a Rothko, a Yves Klein, a Matisse, a Fontana: artisti diversissimi che hanno dimostrato come il colore possa emanciparsi dalla funzione di descrivere la realtà e diventare esso stesso realtà, spazio, emozione e pensiero.

Oggi il colore è anche un codice che appartiene alla società dell’immagine, alla pubblicità, alla tecnologia, alla comunicazione digitale. Siamo continuamente immersi in una sovrapproduzione cromatica, e proprio per questo l’artista ha la responsabilità di restituirgli una dimensione critica e una necessità espressiva.

Non credo, tuttavia, che basti utilizzare un determinato colore per produrre un’opera significativa. Il colore deve essere necessario, deve appartenere al pensiero dell’artista, non essere semplicemente un requisito da soddisfare. La differenza tra decorazione e ricerca artistica passa anche da qui.

La proroga di alcuni appuntamenti della Biennale offre un’ulteriore occasione di incontro con il pubblico. Quanto è importante oggi portare l’arte fuori dai circuiti tradizionali e creare occasioni di partecipazione e confronto con un pubblico più ampio?

È fondamentale. L’arte non dovrebbe essere un linguaggio riservato agli addetti ai lavori, né un esercizio autoreferenziale confinato negli spazi istituzionali. Ha bisogno di incontrare le persone, di contaminare luoghi e contesti, di generare curiosità e talvolta anche disagio.

Portare l’arte fuori dai circuiti tradizionali significa restituirle una funzione pubblica. Ma attenzione: rendere l’arte accessibile non significa necessariamente renderla facile o compiacente. Significa piuttosto offrire a tutti la possibilità di avvicinarsi, osservare, interrogarsi e costruire un proprio rapporto con l’opera.

Le occasioni di incontro sono importanti proprio perché l’arte non deve limitarsi a raccogliere consenso: deve anche suscitare domande, aprire discussioni e mettere in crisi qualche certezza.

Nel suo ruolo di Presidente di giuria al Magenta International Art Prize, quali criteri ritiene fondamentali per riconoscere il valore e l’originalità di un’opera? Quanto contano la ricerca, la sperimentazione e la capacità di proporre una visione personale?

Ritengo che un’opera debba essere valutata innanzitutto per la sua necessità espressiva, per la qualità della ricerca, per la coerenza del linguaggio e per la capacità di proporre una visione autenticamente personale. La tecnica e la sperimentazione sono strumenti importanti, ma non costituiscono, da sole, una garanzia di qualità.

Nel caso del Magenta International Art Prize, la giuria ha affrontato il proprio compito con assoluta indipendenza e senso di responsabilità. Dopo aver esaminato le venti opere selezionate, abbiamo deciso collegialmente di non assegnare i premi previsti.

È stata una decisione certamente non convenzionale, ma profondamente coerente con il ruolo di una giuria. Un premio non è un riconoscimento dovuto, né un adempimento da assolvere a ogni costo. È un giudizio di valore e, come tale, deve poter essere anche negativo.

Personalmente ritengo che una giuria indipendente debba avere la libertà e soprattutto il coraggio di non premiare, quando nessuna delle opere raggiunge il livello di eccellenza che ritiene necessario.

Non assegnare un premio non significa negare il valore del lavoro degli artisti, né sminuire il loro impegno. Significa semplicemente distinguere tra partecipazione e merito artistico.

Credo che anche questa sia una forma di rispetto nei confronti degli artisti e, soprattutto, del significato stesso di un premio. Sarebbe stato molto più semplice distribuire dei riconoscimenti. Ma una giuria non è chiamata a compiacere: è chiamata a giudicare.

Se potesse aggiungere alla futura collezione civica un’opera già esistente, di qualunque epoca, in cui il magenta abbia un ruolo decisivo, quale sceglierebbe?

Non mi limiterei a un solo artista. Ne indicherei tre, molto diversi tra loro, proprio per dimostrare quanto possa essere ampio il vocabolario espressivo di un colore.

Il primo è Mark Rothko, con No. 3 / No. 13 (Magenta, Black, Green on Orange) del 1949. In Rothko il colore diventa uno spazio emotivo, una presenza che sembra respirare e irradiarsi dall’interno della tela. Le campiture, le trasparenze e le sovrapposizioni trasformano la pittura in un’esperienza quasi fisica e spirituale.

Il secondo è Nickolas Muray, con il celebre ritratto fotografico Frida Kahlo with Magenta Rebozo, realizzato nel 1939. Qui il magenta non è soltanto una scelta estetica: il rebozo, lo scialle tradizionale messicano, diventa parte dell’identità visiva di Frida, della sua presenza scenica e del suo rapporto con la cultura messicana. Il colore acquista così una dimensione personale, simbolica e profondamente umana.

Il terzo è Richard Anuszkiewicz, esponente dell’Optical Art, con Soft Magenta Square del 1979. La sua ricerca dimostra come il colore possa diventare uno strumento di indagine percettiva: attraverso le relazioni tra forme e campiture cromatiche, l’occhio viene coinvolto in un’esperienza visiva dinamica, in cui il colore non si limita a occupare lo spazio, ma sembra modificarlo.

Tre artisti, tre linguaggi: l’emozione, l’identità e la percezione.

Ecco perché penso che il magenta possa essere un punto di partenza interessante, a condizione che non diventi un semplice vincolo regolamentare.

Se dovessi indicare un obiettivo per il futuro del Magenta Art Prize, sarebbe proprio questo: non limitarsi a chiedere agli artisti di usare il magenta, ma creare le condizioni perché qualcuno riesca a dire, attraverso quel colore, qualcosa che prima non era stato detto.

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