Il Cenacolo di Leonardo e Sfera Ebbasta appartengono a due economie della fama apparentemente inconciliabili.
Il primo ha attraversato cinque secoli, il secondo misura il proprio presente in streaming e visualizzazioni. Ora si incontrano nel video di LONTANO, primo estratto di PUROSANGUE, il nuovo album di Sfera Ebbasta in uscita l’11 dicembre.
Gionata Boschetti porta il figlio Gabriel nel refettorio di Santa Maria delle Grazie di Milano, a pochi metri dalla parete di Leonardo. È un luogo che la trap non frequenta, almeno nella sua iconografia più riconoscibile, costruita sulla strada e sul lusso. Al videoclip si aggiungono l’idea di tre serate dedicate all’inclusione sociale, che Sfera sosterrà insieme al museo nelle settimane che precedono l’uscita dell’album.
La domanda va posta senza lo snobismo con cui una parte del mondo dell’arte accoglie ogni incursione del pop nei propri luoghi. LONTANO segna un passaggio nella traiettoria di un artista che da quasi dieci anni occupa stabilmente il centro della musica italiana e cerca ora un’altra statura? Oppure è un’operazione con cui il marketing discografico incorpora l’aura della storia dell’arte in un prodotto che fino a ieri poteva farne tranquillamente a meno?
Il precedente più evidente è Apeshit, il video che Beyoncé e Jay-Z girarono al Louvre nel 2018. I due artisti si misero in scena davanti alla Gioconda e all’Incoronazione di Napoleone di David. Il video funzionava perché aveva una tesi: due corpi neri dentro il luogo che per secoli ha rappresentato il potere culturale europeo. Il Louvre costruì poi un percorso di visita sulle opere del clip. La vicinanza fisica con un capolavoro diventa un’idea soltanto quando porta con sé un punto di vista sull’opera, ed è quello che LONTANO deve ancora dimostrare.
A dare la misura dell’operazione è il post con cui Angelo Crespi, direttore della Grande Brera, ha accompagnato su Instagram una fotografia scattata con Sfera Ebbasta nel Cenacolo. Crespi, costruisce il suo intervento come una risposta preventiva alle obiezioni. Definisce “lodevole” che una star molto amata dal pubblico giovane scelga “un capolavoro così importante e quasi sacro per una riflessione intima sulla propria vita” e sostenga “alcuni progetti legati ai ragazzi delle periferie”. Rendere il patrimonio accessibile “soprattutto al pubblico che si immagina più lontano dalla storia dell’arte”, scrive, è “uno degli obiettivi di un museo di Stato”. E chiude: “È un nostro dovere sperare che la bellezza salvi il mondo”.
È una citazione dall’Idiota di Dostoevskij, diventata fuori dal romanzo una formula consolatoria. Accostata alla benedizione di un videoclip, la frase perde la sua ambiguità e diventa un motto istituzionale.
La fragilità del Cenacolo è nota. Leonardo dipinse l’Ultima Cena a tempera e olio sull’intonaco asciutto, una scelta sperimentale che rese l’opera vulnerabile fin dall’inizio: il dipinto cominciò a deteriorarsi quando il pittore era ancora vivo, e il restauro concluso nel 1999 da Pinin Brambilla Barcilon ha restituito una superficie oggi sotto monitoraggio continuo. Crespi dedica ampio spazio alle regole di conservazione del refettorio, valide per le visite diurne e per le serate speciali: ricambio d’aria costante, un massimo di quaranta persone presenti, pre-sale che trattengono il particolato, circa quattrocento sensori che controllano vibrazioni, temperatura e umidità, un’illuminazione entro limiti precisi. Il refettorio è descritto come un laboratorio permanente, sotto il controllo di specialisti e istituti di ricerca. La questione della parete è chiusa. Quella del significato resta aperta, e nessun sensore può misurarla.
Il titolo del brano suggerisce la lettura più immediata, la distanza come fuga dal rumore e ripiegamento su sé stessi. Il dipinto ne offre un’altra. Leonardo fissa il momento in cui Cristo annuncia il tradimento. Gli apostoli reagiscono con gesti che spezzano la compattezza della tavola, mentre Cristo resta isolato al centro. Il punto di fuga della prospettiva converge sulla sua testa, dove i restauratori hanno ritrovato il foro del chiodo usato da Leonardo per tendere le cordicelle del disegno preparatorio. La distanza, nell’Ultima Cena, è la solitudine di chi occupa il centro quando il cerchio intorno a lui si rompe. Per un artista la cui immagine pubblica è costruita sul successo e sull’eccesso, sarebbe una lettura molto più tagliente della semplice introspezione.
Poi arriva il figlio.
Sfera mostra il Cenacolo a Gabriel. È l’immagine più semplice del video e la più convincente. Un padre porta un bambino davanti a un’opera che ritroverà sui libri di scuola, come fanno ogni anno migliaia di famiglie. In quel momento il videoclip smette di celebrare chi lo firma e diventa un gesto di trasmissione.
Poco dopo compare una Ferrari, e la diagonale fra la carrozzeria e la parete di Leonardo è l’immagine più interessante dell’intero progetto. Al bambino vengono mostrate due forme di patrimonio, il capolavoro e il simbolo del lusso, e il video non sceglie fra le due.
Guardato con gli occhi di uno storico dell’arte, l’accostamento è meno stridente di quanto sembri. Leonardo lavorava a Santa Maria delle Grazie per Ludovico il Moro, che aveva scelto la chiesa come mausoleo degli Sforza, e per lui progettava anche apparati effimeri e feste di corte. Sulla parete opposta del refettorio, nella parte bassa della Crocifissione di Donato Montorfano, dipinse i ritratti inginocchiati del Moro, della moglie Beatrice d’Este e dei figli Massimiliano e Francesco, oggi quasi scomparsi. Il signore di Milano volle collocare sé stesso e la propria discendenza nello spazio del sacro, accanto alla storia della salvezza, come dichiarazione di potere dinastico.
Cinque secoli dopo un uomo ricco e famoso si fa riprendere nello stesso spazio accanto al figlio, e a pochi metri compare il simbolo più riconoscibile del lusso italiano. Il Rinascimento è nato dentro la magnificenza dei signori, e immaginare la committenza di allora più disinteressata di quella contemporanea significherebbe falsificare il rapporto storico fra arte e denaro.
La differenza sta altrove. Il Moro pagava Leonardo e lasciava un’opera. Sfera Ebbasta utilizza un’opera già esistente e lascia un contenuto destinato a circolare su piattaforme dove l’attenzione si misura in secondi. Non sono state rese note le condizioni della concessione, e in un’operazione che si presenta come culturale e sociale è un’informazione dovuta.
Resta il capitolo sociale, il più convincente sulla carta. Sfera Ebbasta viene da Cinisello Balsamo, nella cintura nord di Milano, e il suo pubblico comprende proprio la fascia generazionale che Crespi indica come la più distante dalla storia dell’arte. Se le tre serate porteranno nel Cenacolo ragazzi che altrimenti non ci sarebbero entrati, l’operazione avrà prodotto qualcosa che un videoclip da solo non può produrre: un accesso.
Il Cenacolo non ha bisogno di Sfera Ebbasta. La domanda interessante è che cosa succede quando un artista cresciuto dentro lo streaming porta il proprio pubblico davanti a un’opera che appartiene a un’altra idea del tempo. La parete di Leonardo è sopravvissuta alla bomba che nell’agosto del 1943 distrusse il refettorio intorno a lei, e sopravviverà senza fatica a un videoclip.
La risposta spetta a Sfera Ebbasta e arriverà l’11 dicembre. Se “PUROSANGUE” saprà sostenere quello sguardo, il Cenacolo sarà stato una scelta.
Altrimenti resterà il fondale più prestigioso mai concesso al rap italiano.




