Al PhEST la fotografia incontra Monopoli con una domanda: What if?

Monopoli è una città mediterranea luminosa, accogliente e partecipa al Festival senza essere semplice scenografia. Tra vicoli, mare e luoghi della memoria, l’edizione 2026 porta in Puglia grandi nomi e dedica alla fotografa Vivian Maier, nell’anno del centenario della sua nascita, uno dei suoi racconti più intensi.
Il PhEST si percorre attraversando i vicoli del centro storico fino ad accompagnare il passo verso il mare osservando le installazioni itineranti.

L’undicesima edizione torna con il titolo What if?, una domanda apparentemente semplice che diventa il filo conduttore e l’occhio attraverso il quale osservare futuri possibili, identità e memoria, realtà che cambiano, immaginazione e paura. Il programma mette insieme fotografia, arte contemporanea, cinema e ricerca distribuendosi tra il Castello Carlo V, il Monastero di San Leonardo, Casa Santa e altri luoghi del centro storico.

Ma prima ancora delle opere è Monopoli a preparare lo sguardo. C’è qualcosa di speciale nel passare dalla luce abbagliante delle case bianche alla penombra degli spazi espositivi, dalle voci dei turisti che ad agosto affollano le strade di una delle cittadine costiere più belle della Puglia al silenzio contemplativo davanti a una fotografia.
Il Festival invita a camminare, a entrare e uscire, a perdersi nei vicoli e a fare un tuffo.
È un modo di vivere la fotografia che sembra corrispondere alla natura stessa di PhEST, nato nel 2016 con uno sguardo rivolto al Mediterraneo e alle sue molte identità.
In dieci anni il progetto ha ospitato centinaia di artisti e costruito un archivio visivo legato al territorio pugliese, invitando gli autori a osservare e reinterpretare ciò che li circonda.
Il legame tra il PhEST e il territorio pugliese in questa edizione viene raccontato attraverso la residenza d’artista di Sara Angelucci nella Riserva Naturale di Torre Guaceto e l’arte contemporanea di Giuseppe De Mattia, che trasforma pettegolezzi e voci di paese in affissioni fumettistiche sui muri della città.
Uscendo dalle mostre, il PhEST continua. È nella gente che si ferma davanti alle installazioni, nelle fotografie che occupano spazi normalmente destinati ad altro, nelle conversazioni che iniziano davanti a un’immagine e proseguono qualche metro più avanti.
È bello sentire la familiarità tra Monopoli e il linguaggio della fotografia.

L’imperatrice del PhEST: Vivian Maier
Tra le mostre di questa edizione ce n’è una davanti nella quale vale la pena soffermarsi più a lungo.
È quella di “Shadows and Mirrors”, dedicata a Vivian Maier all’interno del Castello Carlo V.
L’invito della fotografa è quello di esserci senza apparire, un modo di interpretare la vita che sento anche mio. Vivian Maier, governante e bambinaia per gran parte della sua vita, ha fotografato per decenni senza cercare un pubblico. È stata un’autrice inconsapevole.

È anche per questo che ombre e specchi, naturali riflessi per i suoi autoritratti, assumono un valore molto interessante per questa mostra. Che sia una sagoma, un’ombra proiettata sul marciapiede, un volto catturato dallo specchio di un’automobile in transito o il riflesso di una vetrina.
Un modo per arrivare con delicatezza e con piccoli atti di esistenza a dire: io ero qui.
Fuori dal Castello c’è una Monopoli estiva… negozi di souvenir, grande presenza di turisti, sorrisi e profumi di cose buone da mangiare.
Dentro, una donna che ha scelto di osservare gli altri in silenzio senza essere osservata.
In un’epoca in cui la presenza viene continuamente certificata da selfie, stories e geolocalizzazioni, Vivian Maier ci racconta un modo opposto di stare nel mondo: osservare senza esporsi, lasciare traccia senza trasformarsi nel centro dell’immagine.

Le mostre all’interno del Monastero di San Leonardo
Il Monastero di San Lorenzo ospita progetti e ricerche molto interessanti della fotografia contemporanea. Si passa dalla riflessione sulla violenza di Harri Pälviranta, che in Choreography of Violence rielabora immagini di cronaca del Novecento chiedendosi se la violenza fosse una consumata coreografia del potere, alle atmosfere sospese di Northern Swell fino alle video installazioni dell’artista Noway recordings, dove corridoi asettici e geometrie perfette evocano rimandi alla geometria ipnotica di Kubrick. Marek Kita, con Funfun/Gun, in collaborazione con PhMuseum, affronta il delicato tema dei campi militari per bambini.
E se il gioco della guerra restasse un gioco – finché smette di esserlo? Nina Pacherovà con il progetto We Won’t Tell Daddy! ci interroga sul tema attualissimo dello sharenting, la condivisione eccessiva della vita dei figli sui social media da parte dei genitori.

Il Monastero ospita anche i progetti premiati dalla Pop-Up Open Call: Frontline Rolls: Photos, Letters & Artifacts from Ucrain Soldiers di Sergey Melnitchenko, realizzato attraverso rullini usa e getta provenienti dai fronti di guerra ucraini. We Will Stay Here as Long as There Will Be Thyme and Olives di Victorine Alisse è dedicato alla vita nel villaggio palestinese di Wadi Fukin.
Erik Kessels cura The Portfolio Parade, una grande installazione realizzata in collaborazione con Fujifilm Italia e presentata per la prima volta al MIA Photo Fair 2026. Il progetto raccoglie i lavori di cinquantasei giovani fotografi internazionali stampati su carta ad alta definizione FUJICOLOR Crystal Archive DPII Lustre, trasformando il Monastero in un laboratorio di nuove visioni lasciando ai visitatori una domanda: What if today becomes a memory?

Il PhEST da qui al 1° novembre
Il PhEST resta aperto fino all’1 novembre 2026, con sei sedi espositive disseminate nel centro storico: Castello Carlo V, Monastero di San Leonardo, Casa Santa, Stalle di Casa Santa, Chiesa di San Salvatore e Chiesetta di San Giovanni.
Il PhEST ha la durata giusta per non essere consumato in un weekend e attraversa la fine dell’estate arrivando fino all’autunno mentre Monopoli cambia luce, ritmo, colori e pubblico invitando a tornare.
Le mostre restano mentre la città intorno cambia. E anche le fotografie, viste una seconda volta, potrebbero non essere più esattamente le stesse.
Unico neo? La chiusura pomeridiana delle mostre, nella fascia oraria 13.00–17.00, soprattutto per chi, come me, ha raggiunto Monopoli con l’idea di vivere il festival in giornata.
Un plus? La cucina pugliese, perché qui, ovunque ti fermi, difficilmente puoi sbagliare.
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