Dall’8 novembre al 14 febbraio 2027 la Collezione Maramotti di Reggio Emilia ospita ABIAPUNTUA, la personale di Alain Urrutia.
Il titolo è una parola in euskara, la lingua basca con cui è cresciuto, e significa “punto di partenza”. In mostra ci sono più di venti tele nuove, eseguite soltanto in bianco, nero e scale di grigio, e due video, distribuiti in tre spazi della Collezione separati e collegati fra loro: le sale principali, l’area dall’altra parte dell’ingresso e la lunga parete del corridoio.

Il punto di partenza è un archivio. Da anni Urrutia raccoglie immagini prese dal cinema, dalla fotografia, dalla storia dell’arte e dalla vita di tutti i giorni, e le ordina in un atlante digitale fatto di costellazioni. Fino a oggi quell’atlante era rimasto uno strumento privato.
Porto avanti l’idea di rivelare quanto basta
Alain Urrutia
per mostrare che ci sono cose destinate a restare nascoste.
Sara Piccinini, direttrice della Collezione, ricorda il primo incontro:
A me sembrava piuttosto caotico, ma lui si muove con grande facilità in questa gigantesca galassia di immagini e fotografie». Da quella visita è nato un anno e mezzo di conversazioni su storia, arte, filosofia, psicologia e vita quotidiana, e la decisione di trasformare l’archivio nella materia stessa della mostra.
Condividere questo archivio con il pubblico è un atto molto generoso», dice Piccinini, «perché significa entrare nella mente dell’artista, nel suo processo».
Urrutia la racconta in modo più essenziale:
Sapevo fin dall’inizio che non volevo una mostra come quelle che avevo fatto prima. Volevo qualcosa di totalmente nuovo, e ho deciso di mostrare quello che resta sempre nascosto, cioè il processo».
Per un pittore che ha costruito il proprio lavoro sulla reticenza la scelta suona come una contraddizione, e lui stesso sembra saperlo. La frase messa in epigrafe al comunicato dice di voler rivelare quanto basta per mostrare che certe cose sono destinate a restare nascoste.
La fine all’ingresso
La mostra si apre dai risultati. Sulla parete d’ingresso sono appese nove tele di piccolo formato, nove immagini distillate dall’archivio dopo mesi di navigazione. Ognuna condensa in un particolare uno dei temi su cui Urrutia ha costruito il progetto, temi che attraversano ogni epoca: l’origine e la generazione della vita, la natura, la comunità, il mito, la parola, il potere, la morte, fino alla rivelazione che chiude un percorso pensato come un cerchio, con la fine che torna a toccare l’inizio. Il nucleo si intitola Muga, e Urrutia spiega che «Muga significa l’ultimo punto»: questi quadri sono l’immagine rimasta dopo che tutte le altre sono state scartate, e chi entra se li trova davanti come una scelta già compiuta.
La pittura è minuziosa, dettagliata, attenta il significato resta aperto.
Davanti a un piccolo quadro grigio che dovrebbe contenere l’origine del mondo, o l’essenza della fine, lo spettatore deve dedicare del tempo; può leggerlo come un emblema, e così lo impoverisce, oppure accettare che dica meno di quanto il tema promette.
Urrutia punta sulla seconda strada. Il formato ridotto fa parte del dispositivo.
La scala dei dipinti non è solo una qualità», dice l’artista, «è un modo di controllare come ci si relaziona con loro». Le tele piccole obbligano ad avvicinarsi, quelle grandi delle sale successive costringono a fare un passo indietro.
Le tavole e l’ombra di Warburg
Nelle sale adiacenti il percorso procede a ritroso e ricostruisce come sono nati i nove piccoli dipinti. Ognuno deriva da un moodboard, un collage dipinto in cui si agglutinano immagini legate allo stesso macrotema. Urrutia le chiama “modelle”, perché sono i modelli da cui ha estratto l’immagine finale, ispirate dalle tavole del Bilderatlas Mnemosyne di Aby Warburg, il progetto che lo storico dell’arte tedesco lasciò incompiuto alla sua morte, nel 1929, e con cui cercava di rintracciare le Pathosformeln, le formule del pathos: pose, gesti e schemi figurativi che riaffiorano dall’antichità al presente.
Il riferimento è pertinente, ed è anche diventato quasi obbligatorio per chiunque lavori con un archivio di immagini, almeno dall’Atlas di Gerhard Richter in avanti. La differenza sta nel metodo. Warburg accostava le immagini perché le ricorrenze diventassero leggibili; Urrutia le sovrappone, le copre in parte, le fa debordare e scivolare l’una sull’altra finché la lettura si inceppa.
Fiori, volti, occhi, piume, serpenti, nuvole, scacchiere, carte da gioco convivono con citazioni da Courbet, Botticelli, Bernini e Duchamp senza che un riferimento prevalga sugli altri.
In alcuni piccoli dipinti la stratificazione è così fitta che, per ammissione dello stesso artista, il senso del progetto complessivo diventa irriconoscibile. L’atlante qui misura quanto regge la memoria quando le immagini si accavallano.
I margini e gli strappi
Lo stesso procedimento, ingrandito, regge le tele di grande formato. Le immagini si accumulano in orizzontale, una sopra l’altra, e spesso ne vediamo soltanto il bordo perché il lato frontale resta coperto. Sono i margini a portare il significato e a fare da appiglio per le figurazioni possibili che ogni quadro potrebbe contenere. In tre opere che Urrutia considera centrali la tela appare strappata, ma lo strappo è dipinto. Il comunicato chiama in causa Georges Didi-Huberman e la sua dialettica fra visibile e invisibile; detto più semplicemente, Urrutia dipinge il vuoto perché sia chi guarda a riempirlo. È il punto in cui la mostra rischia di più, perché il finto strappo è un artificio che la pittura conosce da secoli e che si presta facilmente all’effetto, e tutto si gioca sulla capacità della superficie di tenerlo a distanza.
I due video realizzati per il progetto fanno scorrere l’archivio a velocità e in direzioni diverse. Il primo raccoglie molte delle immagini che si ritrovano nei quadri, il secondo, alla fine del percorso, mostra come Urrutia naviga l’atlante e dove ha pescato le immagini esposte. Entrambi fotografano l’archivio nel momento in cui è nata questa mostra e ne danno per scontato il cambiamento: fra un anno le costellazioni saranno altre.
Alla fine della presentazione non è necessario che Urrutia commenti le singole opere.
Se spiego ogni lavoro, chiudo le immagini. Per me ogni immagine contiene tutte le immagini che ciascun visitatore potrebbe portare con sé».
Più che illustrare l’atlante, dice, vuole che il pubblico cammini, dedichi del tempo e trovi i propri passaggi
È meglio lasciarvi liberi».
È una posizione coerente con tutta la mostra, e ne rivela anche il paradosso. Il processo che ABIAPUNTUA promette di mostrare arriva al pubblico già selezionato e montato in sequenza, ed è a sua volta un’opera, con i suoi tagli e le sue omissioni. L’archivio aperto è un archivio messo in scena.
Urrutia lo sa, ed è proprio questo margine di finzione a rendere la mostra più interessante della promessa con cui si presenta.
Exhibition View





L’artista

Alain Urrutia (n. 1981, Bilbao, Spagna) vive e lavora a Berlino. Si è laureato all’Università dei Paesi Baschi e all’Accademia di Brera a Milano nel 2004. È stato artista in residenza presso varie istituzioni, tra cui il MA Studio (Pechino, 2011) e il Rogaland Art Centre (Stavanger, Norvegia, 2008). Urrutia ha esposto le sue opere in contesti internazionali, tra cui: CAB Centro de Arte Caja de Burgos (2025); Casa Siza, Città del Messico (2024); Guggenheim Museum Bilbao (2023); Appleton Square, Lisbona (2018); DIDAC Foundation, Santiago de Compostela (2017); Boston Center for the Arts, Boston (2015); Artium Museum of Contemporary Art of the Basque Country, Araba (2013); CA2M, Madrid (2010).
Info
Alain Urrutia
ABIAPUNTUA
8 novembre 2026 – 14 febbraio 2027
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia
collezionemaramotti.org




