Kateryna-Lysovenko-To-be-in-Vienna-seeing-people-from-other-wars-2026.-©-Kateryna-Lysovenko

Come l’arte resiste al fascismo: The Defeated: The Aesthetics of Resistance 2026 alla Bonniers Konsthall di Stoccolma

«We had to learn to see differently, to think differently, to resist differently». La frase di Peter Weiss attraversa come una corrente sotterranea The Defeated: The Aesthetics of Resistance 2026, la mostra che dal 26 agosto all’8 novembre 2026 occupa gli spazi della Bonniers Konsthall di Stoccolma.

Detail-of-Pergamon-Burgberg-und-Altar-1976-by-Elisabeth-Rohde.-©-Elisabeth-Rohd

Non una mostra sull’antifascismo nel senso illustrativo del termine, né un repertorio di immagini della memoria politica. Piuttosto, un dispositivo per interrogare il rapporto fra estetica, potere e possibilità di resistenza in un presente in cui l’estrema destra torna a occupare lo spazio pubblico e il conflitto sulle forme della democrazia si fa sempre più esplicito.

La coincidenza con l’avvicinamento alle elezioni generali svedesi del 13 settembre conferisce al progetto una particolare urgenza. La mostra non si propone però come commento diretto alla contingenza politica. Il suo punto di partenza è più profondo: capire se e come l’arte possa ancora produrre strumenti di orientamento quando le categorie attraverso cui leggiamo il presente sembrano perdere stabilità.

Il titolo viene da due opere di Peter Weiss, scrittore e artista visivo svedese di origine tedesca: The Defeated, riflessione del 1948 sul dopoguerra, e soprattutto The Aesthetics of Resistance, il monumentale romanzo in tre volumi pubblicato fra il 1975 e il 1981. Weiss racconta la formazione politica di un gruppo di giovani antifascisti della classe operaia nell’Europa degli anni Trenta. Arte e letteratura non compaiono come semplici strumenti di rappresentazione, ma come forme di conoscenza, luoghi nei quali elaborare una coscienza collettiva capace di opporsi al nazismo.

È precisamente qui che la mostra trova la propria ragione. Recuperare Weiss oggi non significa trasformarlo in un monumento intellettuale, ma riattivare una domanda: cosa può fare l’arte quando il linguaggio politico è già saturo, quando la memoria viene continuamente riscritta e quando la realtà sociale sembra sfuggire alle categorie con cui abbiamo imparato a descriverla?

Curata da Kim West, François Piron e Joanna Nordin Asp, direttrice artistica della Bonniers Konsthall, The Defeated: The Aesthetics of Resistance 2026 rinuncia a una narrazione cronologica. L’allestimento assume piuttosto la forma di un montaggio spaziale, mettendo in relazione opere contemporanee, documenti storici, materiali d’archivio e oggetti legati a Peter Weiss, alla moglie Gunilla Palmstierna-Weiss e alla loro cerchia.

Curators, left to right: François Piron, Kim West, Joanna Nordin Asp.

L’idea curatoriale è quella di un «waking dream», un sogno vigile che trasferisce nello spazio espositivo la struttura stessa della scrittura di Weiss. La mostra procede per associazioni, cortocircuiti, sovrapposizioni. Le opere non sono isolate in stanze concettualmente impermeabili, ma vengono lasciate entrare in attrito l’una con l’altra.

Trasparenze, schermi e suoni che attraversano gli ambienti contribuiscono a dissolvere la tradizionale separazione fra i lavori. Il visitatore non viene accompagnato lungo una tesi già risolta: è chiamato a costruire connessioni, correggerle, abbandonarle. Kim West descrive lo spazio come un «place of associations», un luogo nel quale persino le relazioni non previste possono diventare parte dell’esperienza.

È una scelta significativa. Invece di chiedere all’arte di fornire una risposta al fascismo contemporaneo, la mostra costruisce le condizioni perché il pubblico possa sperimentare un altro modo di guardare. La resistenza diventa allora anche una questione percettiva.

Al centro del progetto c’è una concezione dell’arte come pratica capace di sottrarre la cultura alla neutralità. Weiss lo aveva formulato con radicalità: affrontare arte e letteratura «against the grain» significa sottrarle ai privilegi che le circondano e proiettare su di esse le proprie domande.

La mostra assume questa posizione senza trasformarla in un manifesto. Le opere storiche non vengono presentate come reliquie di un antifascismo ormai consegnato al passato. Entrano invece in un campo di tensione con pratiche contemporanee che affrontano nazionalismo, esclusione, identità, violenza politica, memoria e costruzione della comunità.

Fra i materiali presentati compare anche Pergamon, Burgberg und Altar del 1976 di Elisabeth Rohde, mentre Christoffer Paues propone Sketches for Six Antifascist Flags, realizzato nel 2026. Due lavori separati da decenni che, nel dispositivo della mostra, smettono di essere semplicemente documenti di epoche differenti e diventano elementi di una conversazione più ampia sulla possibilità di costruire simboli, memorie e forme collettive.

È questo forse il passaggio più interessante dell’esposizione: il fascismo non viene affrontato soltanto come fenomeno storico da condannare, ma come problema delle immagini, dei simboli, dei racconti attraverso cui una società organizza il proprio immaginario.

Bonniers Konsthall lega il progetto al ventesimo anniversario della propria attività e alla visione della fondatrice Jeanette Bonnier, sintetizzata nell’invito a «dare fiducia a ciò che non è ancora stato formulato». In questo senso The Defeated non è soltanto una mostra sulla resistenza. È anche una riflessione sul ruolo dell’istituzione culturale in un momento nel quale musei, centri d’arte e spazi indipendenti sono sempre più coinvolti nelle dispute intorno alla democrazia e alla costruzione dell’identità nazionale.

Joanna Nordin Asp, direttrice artistica di Bonniers Konsthall e co-curatrice della mostra, afferma:

La nostra fondatrice, Jeanette Bonnier, ci esortava ad ‘osare credere in ciò che non è ancora stato formulato’. Questo è stato il principio guida di Bonniers Konsthall negli ultimi 20 anni, e questa mostra, in questo momento storico, incarna tale invito all’azione più di ogni altra.”

La definizione è forte, forse persino problematica. Se il museo si pensa come una «prima linea», deve infatti confrontarsi con il rischio di trasformare l’arte in una semplice estensione della posizione politica dell’istituzione. La risposta di Bonniers Konsthall sembra essere nella struttura stessa della mostra: non una propaganda dell’antifascismo, ma un ambiente nel quale l’antifascismo viene sottoposto a una verifica estetica e intellettuale.

Il museo non pretende di dire al visitatore cosa pensare. Gli chiede di verificare come pensa.

La domanda conclusiva di The Defeated: The Aesthetics of Resistance 2026 è dunque meno rassicurante di quanto il titolo potrebbe suggerire: che cosa significa oggi un’estetica della resistenza?

Non basta produrre immagini contro il fascismo. Non basta costruire opere apertamente militanti. La lezione di Weiss suggerisce qualcosa di più complesso: la resistenza passa dalla capacità di leggere le immagini, smontare le narrazioni dominanti, recuperare ciò che è stato marginalizzato e costruire nuove forme di solidarietà.

L’arte resiste quando interrompe l’automatismo dello sguardo. Quando rifiuta la versione già confezionata della realtà. Quando rende nuovamente visibile ciò che il potere preferirebbe lasciare ai margini.

In questo senso la mostra di Bonniers Konsthall non cerca un’estetica antifascista riconoscibile. Cerca piuttosto una pratica della visione. Ed è forse questa la sua intuizione più attuale: prima ancora di resistere con le immagini, occorre imparare a guardare diversamente le immagini che ci governano.

Jean-Luc-Godard-Courtesy-Fondation-JLG

GLI ARTISTI

Hamedine Kane e Valérie Osouf (n. 1983, senegalese-mauritano; vive tra Dakar e Bruxelles; n. 1972, Francia; vive a Parigi) presentano Where the Seams Hold Against the Fixed Narrative (2026), realizzata nell’ambito del collettivo School of Mutants. L’opera è una grande composizione tessile configurata come una vela di imbarcazione, che richiama il dipinto di Théodore Géricault La zattera della Medusa. Attraverso una tecnica di montaggio documentario, l’opera cuce insieme immagini di movimenti di liberazione storici e recenti, del panafricanismo e ritratti di figure eroiche, nel tentativo di riattivare reti internazionaliste.

Chiara Bugatti (n. 1991, Italia; vive a Stoccolma) indaga memoria, potere e permanenza attraverso scultura e installazione. La sua installazione Poses and Postures (2026) nasce dalle silenziose sessioni di disegno del nonno e dal suo passato come partigiano italiano e prigioniero dei nazisti. I suoi disegni vengono accostati a sculture in pietra realizzate a partire da frammenti residui di marmo e granito, materiali profondamente legati all’architettura e alle forme di rappresentazione del potere fascista.

Ali Cherri (n. 1976, Libano; vive a Parigi) presenta The Summoner (Grafting) (2026), una scultura ibrida che combina la testa di una fontana in pietra italiana con il torso privo di testa di una statuetta thailandese, mettendo in crisi le rappresentazioni canoniche del potere. La presentazione A Monument to Subtle Rot (2024) accosta immagini di statue abbattute a un saggio poetico dello scrittore palestinese Karim Kattan dedicato alla memoria collettiva e a un senso di appartenenza ancora indeterminato.

Zbyněk Baladrán (n. 1973, Repubblica Ceca; vive a Praga) presenta In Oracles / Protocols (2023–2025), un’opera nella quale utilizza la geomanzia per interrogarsi ripetutamente su quando e dove avverrà il prossimo bombardamento della Striscia di Gaza. Attraverso il ricorso a un antico sistema irrazionale per affrontare un conflitto contemporaneo, l’artista costringe lo spettatore a confrontarsi con l’irrazionalità nel momento in cui i sistemi etici sembrano fallire. L’opera comprende rilievi astratti, rappresentazioni graffite dei paesaggi palestinesi devastati e diagrammi delle aziende internazionali che forniscono armi a Israele.

Öyvind Fahlström (1928–1976, brasiliano-svedese; ha vissuto in Svezia e negli Stati Uniti) è presentato attraverso il suo rapporto storico con Peter Weiss, che nel 1961 filmò i suoi disegni astratti di esplosioni. Alla fine degli anni Sessanta Fahlström si allontanò progressivamente dal surrealismo per sviluppare una pittura storica critica e figurativa, insieme a modelli diagrammatici e mappe del mondo realizzati negli anni Settanta, nei quali affrontava il capitalismo globale e l’imperialismo.

Harun Farocki (1944, Repubblica Ceca–2014, Germania) viene presentato attraverso il suo legame con Peter Weiss, tra cui un’intervista televisiva tedesca del 1979 dedicata a L’estetica della resistenza. In quell’occasione Weiss affermava che la sua narrativa era costruita interamente su una base realistica, priva di invenzioni. Anche i film documentari di Farocki si fondano su una ricerca d’archivio approfondita, utilizzata per mettere in discussione i media e confrontarsi con conflitti storici e politici.

Jean-Luc Godard (1930, Francia–2022, Svizzera) è presente con un breve trailer cinematografico realizzato per un festival, una sorta di poema visivo che rende omaggio alle ultime righe del romanzo di Weiss e ne restituisce la persistente speranza nonostante il fallimento delle lotte politiche. Come Weiss, Godard ha utilizzato il montaggio documentario per proiettare «blocchi del passato nel presente», interrompendo le narrazioni storiche dominanti.

Ane Hjort Guttu (n. 1971, Norvegia; vive a Oslo) presenta l’installazione multischermo On the Ground (2026), costruita attorno al concetto di orizzontalità. Uno degli schermi mostra aerei che non riescono a decollare dall’aeroporto di Schiphol, sovrapposti a un monologo nel quale i sogni vengono descritti come orizzontali e vulnerabili, mentre il fascismo viene associato alla verticalità. Gli altri schermi mostrano dipinti storici del paesaggio olandese relativo alla stessa area aeroportuale e forme suprematiste in movimento.

Kateryna Lysovenko (n. 1989, Ucraina; vive a Vienna) presenta il dipinto Madness of Fascism (2026), che indaga il rapporto asimmetrico fra vittima e carnefice durante la guerra. L’opera raffigura una famiglia fascista davanti a uno scenario teatrale composto da organi umani e interroga la violenza sistemica, l’ideologia e la possibilità che i responsabili della violenza agiscano secondo una volontà consapevole oppure attraverso una forma di totale indifferenza.

Asier Mendizabal (n. 1973, Spagna; vive tra Bilbao e Stoccolma) presenta Hiru’s covers I (La estética de la resistencia) (2026), un omaggio a Eva Forest, attivista antifranchista e fondatrice della casa editrice Hiru, che pubblicò la traduzione spagnola del romanzo di Weiss. L’opera consiste in un tessuto grezzo drappeggiato su una struttura lignea per evocare la forma di un libro aperto. La caratteristica linea grafica diagonale di Hiru richiama la storia dei gruppi di lettura collettiva.

Peter Nestler (n. 1937, Germania; vive in Svezia) presenta il film di dieci minuti Sightseeing (1968), nel quale immagini estive e apparentemente pacificate di Stoccolma vengono accostate a una narrazione in tedesco che descrive i devastanti bombardamenti statunitensi al napalm sul Vietnam del Nord. Il montaggio mette in evidenza come la prosperità occidentale possa essere sostenuta dalla distruzione altrove, creando al tempo stesso corrispondenze visive inattese e quasi oniriche fra i due paesaggi.

Daniela Ortiz (n. 1985, Perù; vive a Cuzco) si ispira al teatro di marionette popolare e all’agitprop per il radiodramma Luka and the Magic Beans (2025), tradotto in svedese. L’opera critica le industrie agroalimentari che sfruttano la classe lavoratrice e denuncia l’uso del fascismo come strumento per trasformare gli immigrati in capri espiatori. L’artista presenta inoltre sculture dipinte che ricostruiscono la storia del produttore tedesco di armi Krupp e la sua collaborazione con il regime nazista.

Gunilla Palmstierna-Weiss (1928, Svizzera–2022, Svezia) è presentata attraverso gli otto decenni della sua attività come collaboratrice fondamentale e coautrice di numerose opere di Peter Weiss. La sezione ripercorre le sue estese ricerche d’archivio per scenografie e costumi, tra cui la scultura Bogey del 1966, realizzata con materiali metallici di recupero. Vengono inoltre ricordati il suo profondo impegno anticoloniale a Cuba e in Vietnam e il suo contributo alla definizione della Nuova Politica Culturale svedese.

Christoffer Paues (n. 1975, Svezia; vive a Stoccolma) presenta Sketches for Six Antifascist Flags (2026), un assemblaggio di grandi striscioni realizzato in risposta alle sei parti del romanzo di Weiss. L’opera integra riferimenti storici, tra cui frammenti del fregio di Pergamo, stelle repubblicane spagnole ed eliche navali, con citazioni di artisti come Sonia Delaunay. Il progetto comprende inoltre quattro video composti da flussi di immagini e una performance pubblica a Stoccolma.

Samuel Richter (n. 1993, Svezia; vive tra Berlino e Norrköping) presenta il film Die Reise des Reichskommissars… (2026), che intreccia due paralleli progetti coloniali tedeschi della fine del XIX secolo: gli scavi e il trasferimento dell’Altare di Pergamo a Berlino e le trattative condotte in Namibia da Ernst Heinrich Göring, che contribuirono a preparare il primo genocidio del secolo. Il film mette in relazione diari e dipinti storici per criticare il modo in cui l’immaginario classico europeo venne utilizzato per legittimare la brutalità degli imperi coloniali.

Lenke Rothman (1929, Ungheria–2008, Svezia) viene presentata attraverso la sua pratica di cucire materiali e frammenti della vita quotidiana all’interno delle opere. Sopravvissuta all’Olocausto, in The Family (1984) commemora la propria famiglia d’origine, scomparsa nei campi di concentramento. Una diversa serie di ritratti realizzati su lenzuola ripiegate raffigura figure storiche di riferimento, tra cui la leader socialista Rosa Luxemburg, assassinata nel 1919.

Lina Selander (n. 1973, Svezia; vive a Stoccolma) presenta, insieme a Oscar Mangione, l’installazione filmica multicanale Binding the Dream (2026), che indaga come l’arte possa conservare una funzione politica attraverso una consapevole padronanza dei propri mezzi e della propria forma. L’opera combina materiali d’archivio appartenuti a Peter e Gunilla Weiss con immagini di modelli scultorei dell’artista svedese Carl Eldh, concentrandosi su una concezione concreta e storicamente situata della resistenza.

INFO

The Defeated: The Aesthetics of Resistance 2026
Dal 26 agosto all’8 novembre 2026
Bonniers Konsthall
Torsgatan 19, Stockholm
Sweden

https://bonnierskonsthall.se/
@bonnierskonsthall

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