Nella foto Siko-Setyanto - OC-booklet-reading-layout ph. by Nathamel Brown

Intervista – Tianzhuo Chen & Siko Setyanto: oltre l’esotismo, tra trance, oceano e identità migranti

Senza dubbio stiamo transitando. Sappiamo che il nostro tempo è segnato da profondi e repentini cambiamenti strutturali che interessano la società quanto l’economia.

La network society, l’attuale società transnazionale, ci spinge e sospinge su lidi diversi, rotte impreviste, sponde inattese in cui le parti terminali del nostro sé e quelle iniziali dell’altro si allungano, si confondono, si intrecciano ridisegnando una geografia umana e spaziale polifonica.

Extralocale e intralocale sconfinano, si interfacciano e viviamo in una nuova territorialità sospesa e incerta che prende corpo seguendo una logica nomade che vede contrapporsi da una parte il desiderio, dall’altra la necessità.

Sempre in contatto eppure distanti viviamo in più tempi e spazi, come dimostrano i panorami che ci descrivono ma non ci comprendono e che parlano di un “noi” planetario che si diffrange in una molteplicità di figure in movimento. Turisti, immigrati, pellegrini, rifugiati, esiliati, lavoratori delocalizzati, ospiti, transfuga: viaggiatori nello spirito, individualità confuse e liminali, traiettorie di fatto, minacciate e che minacciano la natura della cittadinanza. L’erranza ci accomuna e siamo tutti migratuer: in lotta con noi stessi, le identità individuali, collettive.

Di qui la destrutturazione crescente di quelle interdipendenze che in passato hanno tenuto insieme cultura, economia, politica, territorio e progettualità, e la propensione verso nuove forme di vita fluttuanti e disancorate, per le quali le identità diventano “remote” e le multividualità presenti.
L’estraneità è la nostra umanità condivisa, continuamente contrattata e negoziata e la moltitudine è la risposta postmoderna all’anomia, per cui dentro significa essere oltre i confini, le certezze, le verità, le maggioranze, le classi e fare parte di una collettività relazionale, trans-territoriale e plurilinguistica.

In occasione della Biennale d’Arte di Venezia 2026 abbiamo partecipato all’evento di Kuboraum Editions nel distretto del Castello, dove abbiamo assistito ad una serie di performance di artisti molto diversi tra loro, contraddistinti da un approccio multidisciplinare e accomunati da una peculiarità: oltrepassare etichette e facili identificazioni.

“We Travel To Know Our Own Geography” è stato il mantra delle tre serate, dal 6 al 9 maggio, e lo statement perfetto per descrivere la complessità dell’opera di Tianzhuo Chen & Siko Setyanto: Moyang (先祖) e Seaman (漁師).

Tianzhuo-Chen-Siko-Setyanto-by-Ville-Vido

Una riflessione particolarmente attuale sul mondo in cui viviamo, in cui presente, passato e futuro possono essere reimmaginati a partire dalle storie individuali, dalla condizione esistenziale di migrateur, da quello sguardo tipico di un “Oriente che rifiuta la visione occidentale orientalista”, l’esotismo e l’identità come costrutto immutabile. E dove tradizioni ancestrali, tematiche ecologiche, fascinazioni per l’ecosistema marittimo e possessioni artistiche più che demoniache, diventano il substrato su cui si innesta la nostra voracità di conoscenza, la nostra naturale predisposizione a interrogare l’essere umano più che le
divinità.

Ecco la nostra intervista ai due autori.

Moyang (先祖) e Seaman (漁師) è una perfomance multidisciplinare che abbiamo avuto l’opportunità di apprezzare durante l’evento di Kuboraum Editions in occasione dell’ultima Biennale d’Arte a Venezia. Il suo esotismo è stato conturbante e spiazzante allo stesso tempo. Approfondiamo il concept, i riferimenti culturali e la coreografia. Con quale scopo l’avete realizzata?

Siko Setyanto: Prima di tutto ti ringrazio per l’apprezzamento e per aver scelto di fare questa chiacchierata con noi dopo l’evento di Kuboraum a Venezia. Mi fa molto piacere che il lavoro ti abbia risuonato. Credo che per quanto la performance possa offrire un’esperienza sensoriale oscura ad un pubblico globale, ciò che si trova sotto la superficie vada ben oltre l’esotismo. Per noi Moyang (先祖) e Seaman (漁師) è una risposta approfondita e contemporanea alla nostra storia condivisa, alle problematiche poste dall’ecologia marittima e alla memoria collettiva. Si tratta di un dialogo vivo più che di un freddo artefatto. Come risposta attuale, radicata nella profondità della ricerca, Moyang (先祖) e Seaman (漁師) esplora la connessione tra il corpo umano, la memoria marittima e la cosmologia degli arcipelaghi, considerando l’Oceano non solo come spazio geografico bensì come testimone della trasformazione ecologica. Questo lavoro multidisciplinare fonde paesaggi sonori elettronici futuristici con vocalizzazioni ritualistiche, attingendo al vocabolario fisico dell’universo dei pescatori e a quello degli stati di trance riproponendoli all’interno di un linguaggio di danza contemporanea che enfatizza la vulnerabilità e la spiritualità. Attraverso questo approccio invitiamo il pubblico a prendere parte alla performance, spostando la propria prospettiva dalla mera “curiosità esotica” verso un’esperienza umana profonda e universale, che conferma la possibile coesistenza armoniosa tra radici ancestrali e un’espressività artistica contemporanea e avanguardista.

Tianzhuo Chen: La parola esotismo sembra parlare più di una proiezione o di una curiosità occidentale che del lavoro in sé. Come ha sottolineato Siko questo lavoro riflette il nostro tentativo di immergerci nella conoscenza ancestrale e la volontà di esplorare le relazioni interspecie, dove esseri umani, antenati, Dei e animali marini coesistono. Desideriamo oltrepassare la percezione umana in favore di un discorso più ampio.

Suppongo non si sia trattato del vostro primo live. In location differenti la performance rimane uguale oppure create un dialogo con lo spazio, introducendo delle variazioni?

Siko Setyanto: Hai centrato il punto, Moyang (先祖) e Seaman (漁師) non è una performance statica. È un lavoro fluido che si adatta costantemente ed evolve in relazione al pubblico e alle venue. Perseguiamo consapevolmente un approccio immersivo, che ci permette di comunicare in maniera immediata attraverso un’esperienza sensoriale grezza, bypassando i limiti del linguaggio e delle differenze culturali. I profondi valori ancestrali e culturali che ispirano il lavoro sono semplicemente il nostro punto di partenza. Un regalo che doniamo allo spazio. Da qui apriamo un dialogo col luogo e il pubblico presente. Speriamo vivamente che ciascuno percepisca una connessione profonda e viscerale e che faccia un’esperienza autentica della performance, non importa dove.

Tianzhuo Chen: Vorrei aggiungere che l’influenza narrativa proveniente dal teatro Nō giapponese risale a quando siamo stati invitati al vecchio Noh Stage di Shinjuku, attivo dal 1941. Quell’esperienza è stata il prototipo di Moyang (先祖) e Seaman (漁師). Abbiamo fatto confluire il nostro universo cosmologico all’interno di quel palco storico, che recide la possibilità di comunicare con Dio. Il pubblico locale ha sperimentato una performance atipica ma familiare, caratterizzata dalla convergenza di diversi mondi.

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In che modo avviene la narrazione in Moyang (先祖) e Seaman (漁師), attraverso dei capitoli o si tratta di un flusso? Quale relazione sussiste tra l’improvvisazione e la sceneggiatura?

Siko Setyanto: Piuttosto che da una trama lineare, la narrazione è guidata tra tre forme di personificazione. Io interpreto tre distinte figure: Moyang (l’antenato), Lera Wulan (la divinità del Sole e della Luna) e il Marinaio. Attraverso queste tre trasformazioni fisiche la performance stabilisce una chiara struttura progressiva o in atti. Tuttavia, ciò che per me, come performer, rende entusiasmante questo lavoro è il modo in cui viene gestita la relazione tra la sceneggiatura e l’improvvisazione. L’opera ha un formato dinamico: parallelo, immersivo e altamente strutturato, profondamente aperto all’improvvisazione con il pubblico, come accade nelle arti perfomative di Nusantara. La struttura c’è, ma la presenza e l’energia del pubblico sono un elemento che attiva e alimenta la performance, facendola progredire. Si tratta di un dialogo vivo, dove lo spettatore influenza l’intensità e la direzione del flusso.

Il corpo del perfomer è centrale in questo lavoro. Come ti sei formato o preparato?

Siko Setyanto: Sì, il corpo è esattamente il veicolo e il centro di questo lavoro. Per quanto riguarda la mia formazione, il principale condizionamento viene dall’infanzia, dallo studio della tecnica e della disciplina della danza. Tuttavia, per quanto riguarda Moyang (先祖) e Seaman (漁師), io considero ogni personificazione come una profonda esperienza spirituale più che un’esecuzione puramente fisica. La formazione tecnica è semplicemente lo strumento attraverso cui il mio corpo resiste o si arrende a questo stato spirituale.

Ocean-Cage-Tianzhuo-Chen-and-Siko-Setyanto-HAU1-23-24-25-Oct-2025-©-Camille-Blake

Come hai creato il tuo vocabolario visivo ed espressivo? In che modo o quanto è stato influenzato dalla cultura indonesiana? Qual è stata la tua formazione a partire dall’infanzia? Quali esperienze culturali sono state cruciali per lo sviluppo del tuo stile perfomativo?

Siko Setyanto: ił mio vocabolario visivo e perfomativo è profondamente radicato nei ricordi viscerali e inquietanti della mia infanzia a Solo (Indonesia). Essendo cresciuto a trecento metri dalla piazza di un mercato, i miei primi incontri con la danza sono state le crude performance di strada di Jaran Dor, Jathilan, Ebeg, Reog e Gedrug: rituali tradizionali centrati sul fenomeno della trance (kesurupan). Ricordo in maniera molto vivida il battito del mio cuore da bambino mentre attendevo il momento esatto in cui gli attori avrebbero varcato la soglia dello stato spirituale. Un’esperienza così intensa che mi ha regalato immagini così avvincenti, che si sono impresse in maniera indelebile nel mio subconscio artistico. Paradossalmente mentre la scintilla iniziale della passione per la danza è scoccata a nove anni a partire dalla visione di un colorato programma per bambini, con personaggi a forma di scimmia, non ho mai avuto la possibilità di frequentare formalmente uno studio di danza giavanese. Al contrario, la mia formazione è partita da un universo completamente differente: il balletto e il jazz. Questa collisione unica di mondi è forse il motivo per cui, durante la mia carriera, le due personificazioni che hanno continuamente ridefinito la memoria del mio corpo sono rappresentate da entità scimmiesche e ancestrali. La cultura indonesiana non ha avuto un impatto formale su di me a partire da libri di testo accademici, bensì attraverso il crudo, ripetitivo e sacro stato di trance dei rituali di cui facevo esperienza nelle strade. Il mio vocabolario odierno nasce da questa storia personale, dalla commistione dell’eleganza strutturata delle tecniche occidentali con il selvaggio, ovvero con l’urgenza spirituale dei miei ricordi dell’infanzia.

Chi ha ideato e realizzato i costumi e che rilevanza hanno nella performance? Quando parlo di rilevanza non mi riferisco solo agli aspetti formali e visivi ma anche a quelli mistici e antropologici, come in una danza tribale.

Siko Setyanto: I costumi che indosso sono stati creati da Tianzhuo Chen in collaborazione con Chenting Yu, che è una costume designer. Considerato che Moyang (先祖) e Seaman (漁師) è un lavoro di finzione, la rilevanza che i costumi possono ispirare è di natura esclusivamente artistica. Non abbiamo copiato o replicato forme, simboli o trame che potessero essere riconducibili ad abiti tradizionali o tribali.

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Il primo incontro col tuo lavoro è avvenuto circa dieci anni fa grazie alla collaborazione con Aïsha Devi. A quel tempo il tuo immaginario era più pop e si ispirava alla cultura asiatica in maniera più kitsch e grottesca. C’è un filo rosso che ricollega l’attuale performance al tuo passato artistico, allo stesso tempo si nota una trasformazione. Dal tuo punto di vista quali pensi siano le similitudini e le differenze che riguardano il tuo approccio creativo?

Tianzhuo Chen: Credo che i miei interessi siano un po’ cambiati e che si siano rivolti maggiormente verso ciò che ci circonda, specialmente dopo la pandemia. Durante il lockdown ho realizzato una performance video senza la presenza umana in Tibet, i personaggi erano esclusivamente reliquie e strumenti. Adesso sono interessato anche a esplicitare ciò che l’intelligenza artificiale non può fare e non può insegnarci. Per cui sto cercando di comprende il mondo da una prospettiva ancestrale. Credo di aver mantenuto la mia estetica punk, ma di averla sviluppata in un altro modo, meno scioccante in apparenza ma più orientato alla connessione emotiva e alla liberazione del corpo e della mente.

AsianDopeBoys è il nome che hai scelto per fondere diverse pratiche artistiche, tra cui la musica, e Ocean Cage, oltre ad essere la registrazione di una performance di Moyang (先祖) e Seaman (漁師), fa riferimento anche all’album uscito su Kuboraum Editions & SVBKVLT, nato dalla collaborazione con il duo KADAPAT e l’attivista Nova Ruth. Come avete lavorato sulla musica? Quali sono stati i riferimenti principali (la gamelan, per esempio)?

Tianzhuo Chen: Pur essendo Ocean Cage una performance sviluppata da me e Siko, l’album che porta lo stesso nome e la musica della performance sono stati composti da KADAPAT e Nova Ruth. In qualità di autori credo la domanda andrebbe rivolta a loro.

Ma posso risponderti citando la loro intervista realizzata da Milia Xin Bu presente all’interno del nostro album, per chiarire alcuni punti. A KADAPAT viene spesso chiesto di spiegare perché combini il gamelan tradizionale con la musica elettronica, come se l’incontro tra i due fosse inusuale o richiedesse una giustificazione. Per loro non è così.

Il gamelan balinese è intrinsecamente complesso. Tradizionalmente per comporre musica gamelan è necessario un grande esemble, e non tutti possono coinvolgere così tanti musicisti contemporaneamente. Per questo motivo i KADAPAT hanno cominciato ad utilizzare una DAW (Digital Audio Workstation) come soluzione pratica per bypassare il problema dell’ensemble, per ascoltare le composizioni come se un intero ensemble fosse presente ad ogni orario.

Nonostante ciò non si sono mai avvicinati al gamelan considerandolo un layer decorativo da sovrapporre alla musica elettronica. Perché il loro punto di partenza è la musica gamelan. Utilizzando un Jegog (uno strumento in bambù diffuso nella parte occidentale di Bali, tipico della musica popolare) e un Gender (uno strumento in metallo a lungo associato ai riti sacri) e integrandoli con un medium digitale, hanno espanso enormemente le possibilità creative della produzione musicale, oltrepassando i limiti degli strumenti tradizionali.

I KADAPAT rigettano l’idea che i ritmi antichi siano obsoleti. Al contrario credono che la complessità dei ritmi dei loro antenati sia incredibilmente moderna. I cicli asimmetrici incorporati nella pratica balinese spesso oltrepassano ciò che viene considerato sperimentale o “nuovo” nei contesti occidentali. Trattano queste eredità ritmiche come fossero delle risorse “viventi”. La loro musica rappresenta uno sforzo, molto onesto, di nuova narrazione dell’eredità degli antenati attraverso il suono contemporaneo.

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Il titolo dell’evento di Kuboraum Editions è “We travel to know our own geography”. Penso sia perfetto per spiegare il vostro lavoro e la vostra pratica artistica. Oggi siamo tutti migranti, al punto che questa condizione fisica e mentale definisce la nostra identità e il nostro approccio creativo più del radicamento o del concetto stesso di “casa”. A questo proposito, c’è ancora un luogo che chiamate “casa”? In che modo la parola “casa” può rappresentarci o fornire una resistenza a questo perpetuo ed elettrizzante stimolo al cambiamento ispirato dal viaggio?

Siko Setyanto: Questa è una bellissima domanda, grazie. Per me la parola “casa” non si riferisce a un concetto filosofico. È piuttosto la semplice realtà di tornare da mia moglie, dai nostri amati gatti e dalle piante del nostro giardino, per continuare a farle crescere.

In un mondo caratterizzato dal movimento perpetuo e dal cambiamento elettrizzante, la “casa” rappresenta un santuario, un luogo dove posso nascondermi completamente e ritirarmi ogni volta che la mia batteria sociale raggiunge un livello critico.

Tianzhuo Chen: Ho più o meno la stessa idea di “casa” di Siko. Essendo nato a Pechino, avendo studiato nel Regno Unito per molti anni ed essendomi successivamente ritrasferito in Cina spostandomi tra Pechino e Shangai, e vivendo ora a Berlino, per me è difficile chiamare “casa” ognuna di queste grandi città. La “casa” è uno spazio psicologico dove si trovano i miei genitori, gli amici e gli affetti. È quel piccolo spazio, quel rifugio in cui voglio tornare ogni volta che sono in viaggio.

In che modo il viaggio e l’abitudine di cambiare casa, città, amici può influenzare il nostro approccio al lavoro creativo? Oggi siamo più eclettici e rigettiamo l’idea dei confini. Pensate che si possa perdere qualcosa avendo completamente smarrito il bisogno di confini?

Siko Setyanto: Wow, un’altra domanda affascinante! Mi sento incredibilmente grato, in questa fase della mia vita in cui non sono più considerato giovane, dell’opportunità di viaggiare per fare delle tournée internazionali. La frenetica curiosità di esplorare costantemente e cercare una validazione della mia identità le ho già sperimentate e apprezzate negli anni della mia giovinezza.

Pertanto anziché pensare di stabilirmi in Europa sento più impellente la necessità di tornare a casa in Indonesia. Non si tratterebbe di un ritorno a mani vuote, perché porterei con me un bagaglio di esperienze globali che possono rappresentare un dono per le generazioni più giovani di ballerini e coreografi. Credo profondamente che ogni artista indonesiano che si dedichi alla danza meriti di sperimentare il dinamismo di una carriera internazionale, come quella che ho avuto io.

Questo desiderio arde continuamente dentro di me e mi sforzo di non lasciarlo svanire. Sono convinto che anche il più piccolo sforzo impiegato per coltivare il nostro ecosistema legato alla danza e sostenere gli artisti emergenti possa dare i suoi frutti. La mia convinzione è radicata nel duro lavoro e nella dedizione che ho riversato in questo viaggio nel corso degli anni.

Tianzhuo Chen: Siko ha dato una bellissima risposta a questa domanda, la mia è più realistica. Siamo nati in un mondo pieno di confini. Personalmente li odio, specialmente quando si tratta di quelli geografici, che comportano problematiche come i visti, le autorità, i controlli alle frontiere, l’immigrazione, le gerarchie e talvolta anche le discriminazioni, che ci interessano da vicino essendo nati in Cina e in Indonesia.

Pensare di vivere senza confini geografici è un lusso e un privilegio, è qualcosa su cui dobbiamo lavorare e per cui dobbiamo lottare. Ogni spettacolo che abbiamo tenuto in Europa o anche in altri paesi, ha significato per noi molti sforzi e timori per oltrepassare i confini. Anzi direi che i confini si stanno moltiplicando, oggi sono dovunque.

Quale geografia reale o immaginaria suggerisce la performance?

Siko Setyanto: Considerato che Moyang (先祖) e Seaman (漁師) è un’opera di finzione faccio sempre questa battuta, ovvero che la performance si tenga sull’Isola di Siko. Un’isola che esiste realmente e si trova nelle Mollucche Settentrionali in Indonesia. Questa omonimia e coincidenza connette la geografia reale e immaginaria dello spettacolo.

È difficile trovare dei confini nel mare esattamente com’è difficile trovare un luogo da chiamare “casa”. Una suggestione libera finale…

Siko Setyanto: Per concludere, desidero condividere qualcosa di estremamente personale. Durante il processo creativo di Ocean Cage / Moyang (先祖) e Seaman (漁師) inaspettatamente ho avuto un profondo risveglio. Durante la ricerca e la performance preliminare alle riprese del video ho raggiunto il punto più basso di fiducia in me stesso.

La verità è che non sono un nuotatore, soffro di talassofobia. Il solo pensiero di essere in mare aperto, in mezzo all’oceano è stato paralizzante; anche le lacrime non sono state in grado di restituire il terrore che stavo provando in quella situazione.

Poi, inaspettatamente mi sono calmato. Ho costretto me stesso a fare un passo avanti, ad affrontare con gentilezza quella fobia. Un processo che non si è ancora concluso. Mi sono reso conto che l’oceano è semplicemente troppo bello, il mare è davvero maestoso e noi esseri umani siamo troppo piccoli per opporci ad esso.

Pertanto fare pace con le nostre ansie è forse il modo migliore per trovare la nostra “casa”: la nostra coscienza che naturalmente merita la felicità.

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@sikosetyanto
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