PAOLA GREGGIO. Le pieghe del tempo

Ogni notizia nasce con una data di scadenza. L’arte, invece, prova da sempre a sfidare il tempo. È nello spazio che separa queste due dimensioni che si colloca il lavoro di Paola Greggio.

Il tempo è uno dei temi più complessi e affascinanti della storia del pensiero. Non è soltanto una grandezza misurabile, ma la dimensione nella quale prendono forma la memoria, l’identità e l’esperienza umana. Anche le parole vivono nel tempo: alcune attraversano i secoli, altre si consumano nell’arco di poche ore. Nessuna, forse, è più fragile della parola giornalistica, concepita per raccontare il presente e destinata a perdere la propria funzione quasi nello stesso istante in cui viene stampata.

Paola Greggio

È proprio questa fragilità che Paola Greggio trasforma in materia artistica.

Da oltre quarant’anni protagonista del mondo della comunicazione come press agent, event manager e consulente, Greggio conosce dall’interno il lungo percorso che conduce una notizia dalla sua nascita alla sua inevitabile scomparsa. Le sue opere prendono forma da quotidiani accartocciati, modellati e fissati con lo stucco sulla tela, in un processo che restituisce permanenza a ciò che, per sua natura, è destinato a durare un solo giorno. La carta stampata perde la sua funzione originaria per acquistare una nuova identità: diventa rilievo, pelle, materia, memoria.

La sua ricerca si inserisce in una delle grandi linee dell’arte contemporanea: quella che, dagli anni Sessanta in poi, ha scelto il linguaggio, la scrittura e la comunicazione come materiali dell’opera. Con Lawrence Weiner il linguaggio diventa scultura e l’opera coincide con l’enunciato stesso; Joseph Kosuth trasforma il significato nel vero oggetto dell’arte; John Giorno porta la poesia nello spazio pubblico attraverso parole monumentali; On Kawara dedica la propria ricerca allo scorrere del tempo, registrando ostinatamente il presente.

Parallelamente, altri artisti hanno trovato nella carta stampata una metafora della società contemporanea e della memoria. I décollage di Mimmo Rotella trasformano manifesti e giornali in frammenti di città; le compressioni di César Baldaccini restituiscono dignità monumentale agli oggetti dello scarto; Alighiero Boetti riflette sul linguaggio, sull’ordine e sul disordine del mondo; Sam Havadtoy costruisce superfici stratificate nelle quali gli oggetti diventano depositi di memoria; mentre Christian Boltanski ha dedicato gran parte della propria ricerca alle tracce lasciate dal tempo, interrogandosi su ciò che sopravvive agli eventi e all’oblio.

Paola Greggio percorre una strada diversa. Non utilizza il giornale per il suo contenuto politico o ideologico, né per denunciare i meccanismi dell’informazione. Il suo sguardo si concentra sul destino stesso della notizia. Ciò che oggi occupa la prima pagina, domani è già dimenticato. L’attualità è, per definizione, la forma più rapida dell’oblio.

Il mio lavoro ha influenzato molto la mia arte», racconta Greggio.

Dagli anni Ottanta mi occupo di comunicazione e vivere all’interno di un ufficio stampa fa comprendere tutto il lungo processo che sta dietro a una notizia e, allo stesso tempo, fa prendere coscienza del fatto che dopo ventiquattro ore dalla pubblicazione quella notizia si spegne.»

Le sue tele sembrano reperti archeologici del presente. Le pieghe della carta nascondono e rivelano titoli, fotografie, frammenti di testo che emergono come fossili di una memoria recentissima. Lo stucco immobilizza il tempo, mentre la superficie conserva le tracce di un’informazione che ha cessato di essere cronaca per diventare testimonianza.

Viviamo nell’epoca dell’istantaneità. Le notizie scorrono sugli schermi con una velocità tale da rendere quasi impossibile la memoria. Le opere di Paola Greggio sembrano allora porre una domanda tanto semplice quanto radicale: che cosa resta di una notizia quando nessuno la legge più?

La risposta è sorprendente. Rimane la sua materia. Rimane la sua pelle di carta. Rimane il tempo che vi si è depositato.

In questo senso la ricerca di Greggio sembra dialogare idealmente anche con il pensiero di Marshall McLuhan. Se il grande teorico della comunicazione sosteneva che «il medium è il messaggio», nell’opera dell’artista il rapporto sembra capovolgersi. Quando il messaggio ha esaurito la propria funzione, è il medium a sopravvivere. La carta del quotidiano, nata per essere consumata e gettata via, si emancipa dal contenuto che trasportava e diventa essa stessa linguaggio, memoria e materia.

È un ribaltamento tanto semplice quanto profondo. Greggio non salva la notizia: salva il tempo della notizia. Trasforma l’effimero in permanenza, l’informazione in testimonianza, il quotidiano in archivio emotivo.

In un’epoca in cui le informazioni vengono prodotte e dimenticate con la stessa rapidità con cui scorriamo uno schermo, il suo lavoro assume un valore che va oltre la ricerca estetica. Ci ricorda che il tempo non è soltanto ciò che cancella. È anche ciò che sedimenta, trasforma e restituisce significato.

L’arte, allora, non rende eterna la notizia. Rende visibile il tempo che essa ha attraversato.

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