Piume e pelle di animali immortalati in un dettaglio ingrandito, ravvicinato. Grazie alla luce catturata, ai miei occhi sembrava ogni volta qualcosa di diverso: continuava a trasformarsi e sistematicamente quando la guardavo, vedevo un dettaglio in più, un mondo diverso.
A volte era il ricordo di ciò che avevo disegnato io sopra, accanto o dentro; così queste due dimensioni si univano: l’immagine reale
e la mia immaginazione, che era comunque memoria segnata da qualcosa che avevo realizzato. I miei occhi guardavano quei colori come qualcosa di così familiare e al tempo stesso, completamente sconosciuto. Questa per me è una bellezza terrificante, che nasconde qualcosa di oscuro. Il lavoro poteva essere infinito ed è proprio in quel momento che capisco che l’ossessione è così concreta da aver bisogno di materializzarsi, forse per eliminarla e donarle un nuovo contenuto, ovvero l’ispirazione, ma con la consapevolezza che tutto potrebbe
ricominciare da capo.
Il progetto nasce da una mostra privata e viene poi estratto e riconfigurato come video. Cosa si perde in quel passaggio e cosa invece emerge solo attraverso il movimento e il tempo?
Si perde proprio l’ispirazione originaria impressa in quella foto e l’intero processo ossessivo di ricostruzione. È come se l’immagine di partenza fosse svanita, lasciando che i suoi colori si dissolvessero, fluidi, dentro la fotografia stessa del video. Le sue sfumature e la sua luce non sono smarrite, ma si trovano proprio lì, stratificate nel tempo.
Questo svanire mostra infine, solo un oggetto che ho definito ‘la memoria’: una piccola scultura che contiene concettualmente tutti i significati o meglio, l’immagine reale fusa ai miei disegni. Quello che invece emerge, proprio attraverso il movimento e il tempo della pellicola, è la sensazione pura. Una sensazione magnetica, capace di riportarti lì, esattamente al punto di partenza, nonostante gli anni che passano. È la visione di un’ossessione – o di un’ispirazione – definitivamente immortalata eppure, come previsto, capace di riattivarsi ogni
volta.

Indossare gabbie di ferro battuto, tessuti certificati recuperati in Germania, terra e argilla: i materiali non sono mai neutri nel suo lavoro. Come scegli cosa mettere sul corpo di chi recita, e come cambia la performance quando il costume non è un costume ma un vincolo fisico reale?
Per me i materiali sono vaste trame di storie che si intrecciano per dare forma a un contenuto da indossare; di conseguenza, ogni capo va interpretato come un racconto o una sensazione vissuta sulla pelle. Il peso eccessivo di alcune materie descrive una costrizione voluta: avendo accettato immagini ossessive come ispirazione, sento il bisogno di farmi carico, fisicamente, della loro gravità. Il mio “ferro” è in realtà una gomma pesante, un materiale tossico che inquina; il rimando a un cancello in ferro battuto è il riflesso di questo peso che nasconde, separa, protegge ma, allo stesso tempo, imprigiona. È la gabbia dell’ossessione che, tuttavia, conserva una sua estetica affascinante e decadente.
Tutti gli abiti che racchiudono l’elemento di questo “cancello” sono stati realizzati attraverso un processo di riassemblaggio e modifica. Se da un lato c’è un principio puro legato al riciclo, dall’altro i tessuti restano ostili, tossici e a tratti irritanti sulla pelle.
Anche la liberazione che sembra arrivare dai materiali naturali si trasforma a sua volta, in un vincolo: un corpetto di creta racchiude un’altra insostenibile gravità. È esattamente qui che la performance cambia. È il momento in cui un carico opprimente diventa leggero come una piuma, perché custodisce ciò che definisce la mia personalità o una mia passione. Nasce così la forza per sostenerlo, un’energia che si riflette in un’inaspettata leggerezza. Tradotto fisicamente, questo processo dà vita ad abiti realizzati interamente da zero con tessuti puri, certificati GOTS; concettualmente, rappresenta l’accettazione che alcune idee e pensieri, per essere espressi,
richiedono una reale e inevitabile fatica fisica.
La tua è una ricerca della purezza estetica ed etica che si rivela “ambigua”. È una posizione critica nei confronti del discorso sulla sostenibilità in moda, o qualcosa di più personale?
Entrambe. Non è semplice trovare dei materiali completamente sostenibili che sappiano anche ispirare. Allo stesso tempo, abbracciare un approccio totalmente sostenibile o essere fermi sulle proprie posizioni, tralasciando però alcuni settori o dovendosi adattare in base alle tematiche, è spesso complesso. È proprio lì che nasce l’ambiguità, e tutto si riflette sulla vita personale e professionale.
Quale strada bisognerebbe prendere per raggiungere questa purezza estetica ed etica? Ma soprattutto: esiste davvero? Avendo un punto fermo senza prendere in considerazione altre variabili, non si rischia forse di estremizzare dei concetti in nome di qualcosa di puro?

Nel secondo capitolo del progetto usa l’intelligenza artificiale non come strumento tecnico ma come “dispositivo di emersione” di ciò che era già implicito nel materiale originale. Quale è stato il tuo approccio? Cosa ti ha restituito l’AI che non ti aspettavi?
Le diverse possibilità offerte in pochi secondi dall’AI rispecchiano esattamente il modo in cui la mente corre per scrivere storie: spesso, non appena tocchi una penna o la tastiera di un PC, non fai in tempo a fissare un contenuto che questo ha già subito una trasformazione. In questo senso, l’AI mi ha donato un estremo relax, permettendomi di fissare istantaneamente delle “immagini” in movimento.
L’approccio iniziale è stato quello di guidare la trasformazione a mio piacimento, inserendo molti prompt per orientarla; eppure, emergevano spesso dettagli inaspettati che, dal mio punto di vista, risultavano fin troppo funzionali.
A tratti mi è sembrato di progettare insieme a molte altre persone: un tipo di condivisione che non abbandonerò mai. La bellezza nel vedere il proprio contenuto reinterpretato da qualcun altro ci dona sempre nuovi significati e, sicuramente, per i prossimi progetti userò questo approccio in sinergia con altre persone, proprio per amplificare le nostre idee e le nostre ispirazioni. In ultimo, sono partita da delle immagini reali e da una autentica modella, per creare tutte le metamorfosi e i suoi stessi riflessi.
Ai miei occhi, la modella e i miei abiti e costumi sono tanti figurini in movimento che si sdoppiano dalla loro matrice reale e autentica per vivere in uno spazio digitale.
Varese tra le stelle e i laghi” è un lavoro che si colloca tra videoarte, fashion film e narrazione territoriale contemporanea. Come nasce come idea concettuale?
Varese tra le stelle e i laghi nasce come un riflesso delle mie passioni, un vero e proprio moodboard visivo in movimento, ma anche un omaggio profondo e una lettera visiva dedicata alla mia terra. Il viaggio sui bus attraverso questi luoghi è la metafora principale del lavoro, un percorso in cui convivono molti strati: il costume, l’architettura che racconta le nostre radici e l’impresa vista come forza visionaria
capace di cambiare la società. I miei studi in fashion design, marketing e comunicazione d’impresa uniti all’idea dell’arte come motore della vita, sono il filo invisibile che tiene insieme questi mondi.
Il progetto ha preso forma grazie al confronto con un giovane regista e un team creativo, trasformando il linguaggio filmico in un terreno di pura sperimentazione. Al centro del racconto c’è una figura protagonista che attraversa il paesaggio: una presenza performativa e silenziosa che, cambiando i costumi che ho realizzato, trasforma il proprio corpo in una superficie narrativa ed emotiva.
In questo percorso le immagini si stratificano, facendo dialogare il reale con la visione grazie all’innesto nei paesaggi delle opere di un pittore contemporaneo, il cui lavoro spazia tra iperrealismo e astrazione. Il viaggio si conclude poi all’interno del bus, luogo simbolo di transito, dove il corpo della protagonista compie l’ultima metamorfosi: grazie al tocco di un digital artist, si dissolve diventando superficie di proiezione, un’immagine fluida, sospesa tra fisico e virtuale. A legare e amplificare tutta questa esperienza immersiva ci pensano le vibrazioni sonore, dove le note acustiche dell’hang si intrecciano alla musica digitale.

Se dovessi scegliere tre parole chiave per definire la tua arte, quali sarebbero?
Imperfezione, Contrasto, Riflesso.
Esiste una colonna sonora perfetta per i tuoi interventi creativi?
La musica è una colonna portante del mio lavoro: cambia a seconda del progetto, del periodo e del mio stato d’animo. Tuttavia, c’è un’unica costante che mi accompagna da anni e che non risulta mai fuori posto, qualunque sia la sfida passata, presente o futura: i Pink Floyd. La loro musica ha l’incredibile capacità di adattarsi a ogni intuizione e credo che per molte persone sia così. Per questo devo ringraziare mio padre, che mi ha fatta crescere con questo sottofondo fin da quando ero bambina.
Se venissi nel tuo studio, cosa troverei? Quadri, libri, piante, tecnologia, dischi…?
Fogli e post-it ovunque: appesi sui muri e persino dentro al frigorifero! Mentre creo vige il caos totale, ma con un ordine ben preciso nella mia testa: su un mobile si trova il concept, in frigo un’ispirazione fissa, sulle pareti le idee momentanee e sul tavolo la struttura dell’idea. In base al progetto troverai materiali diversi; una volta finito, metto via tutto, comprimo ogni cosa dentro scatole stipate in altre scatole, per
non vedere più niente. Rimangono solo dei libri che si intravedono in una libreria, metà coperta da una tenda di perline e l’altra da un tessuto argentato. La vista dei libri e delle riviste spesso mi distrae da quello che sto facendo: mi attirano e rischio di perdermi dietro di loro o di aggiungere altri spunti, con il pericolo di non finire mai.
Così ho creato questo escamotage per la mia mente. La libreria è anche un armadio-portale: ci sono molti oggetti posizionati, non tanto per un gusto estetico, quanto come piccole scenografie che raccontano mondi.
Gli oggetti hanno il potere visionario di far apparire moltissimi video.
Quale spazio della contemporaneità senti oggi più urgente da disobbedire?
Sento l’urgenza di disobbedire alle etichette, specialmente in campo professionale.
Per anni mi è stato chiesto di silenziare una parte di me pur di ottenere un ruolo, un lavoro e in ultima analisi, per poter sopravvivere. Rifiuto la logica che riduce le persone a meri target o cluster di consumo, trasformando le sfumature della vita in freddi dati e numeri. Per molto tempo questo approccio standardizzato ha preteso di definire anche me: se fai un lavoro, non puoi essere altro. Fortunatamente, oggi
non tutti ci identificano solo con la nostra professione e crescono gli spazi in cui si viene accolti insieme alla propria visione multidimensionale. La strada è stata – ed è tuttora – in salita: la mia storia è fatta di esclusioni e fallimenti che paradossalmente, si sono trasformati nella mia personale poesia dell’errore. So che ne arriveranno altri, ma fa parte del percorso.
Qual è il rituale quotidiano che difendi con più ostinazione?
Scrivere, specialmente prima di andare a dormire, a volte anche solo una breve nota sul telefono. Lo faccio da sempre e l’unico periodo in cui mi sono fermata ho sentito un grande caos dentro di me. Ma non quel caos poetico e costruttivo che amo, bensì quello che destabilizza, che amplifica le ansie e le trasforma in paura, perché niente di ciò che si sta vivendo o pensando è più chiaro.
Quando invece trasformo questo disordine in un nuovo caos, ma ordinato attraverso la ‘terapia dello scrivere’ – così la definisco – è come se trovassi molte risposte all’interno delle mie stesse domande, anche se queste risposte si rivelano spesso essere ulteriori domande.

Ti senti più attratta dalla razionalità o dalle emozioni?
Questo per me è un argomento molto complesso. Le emozioni sono il mio punto di forza e di debolezza, ciò che più mi caratterizza. Con gli anni ho imparato a gestirle per non farmi dominare da loro, ma a volte la pura razionalità sa essere molto più distruttiva di qualunque scelta istintiva o emozionale; quindi, cerco banalmente di fare l’equilibrista per far convergere queste due entità. Ho imparato che quando una prende il sopravvento sull’altra le cose non vanno mai bene; quando invece coesistono, io percepisco l’armonia. Anche se a volte dall’esterno può sembrare un’armonia discordante ma è proprio questo che mi dona costantemente ispirazione, non solo per creare, ma per vivere.

Cosa ti fa battere il cuore?
Il coraggio delle persone, che siano artisti o persone comuni che compiono gesti inaspettati e pieni di forza per regalare bellezza ad altri simili in questo mondo. Alcuni gesti e alcune opere d’arte sono atti d’amore che mi ricordano costantemente quanto la vita sia basata su un equilibrio instabile. Forse non serviranno a niente dal punto di vista pragmatico ma paradossalmente, potrebbero essere proprio quei gesti in grado di cambiare tutto.
Hanno il potere visionario di leggerci dentro, di insegnarci a guardarci dentro e di conseguenza, di farci comprendere la bellezza del mondo, anche nel pieno del dolore. È un modello circolare: se diventa un mantra, puoi essere in grado di compiere alcuni gesti, di affrontare le tue paure o, in ogni caso, di tenerle a bada. In quel caso, il cuore batte con un ritmo intenso e costante, come durante un concerto e non come su un elettrocardiogramma impazzito. Se il cuore batte per questo tipo di emotività, i miei occhi si accendono quando salgo in superficie e trovo la bellezza deturpata. Può essere un muro incrostato che regala macchie di colore come se fosse un’opera astratta, un luogo abbandonato che riflette il proprio passato e un futuro visionario per immaginarlo di nuovo vivo e ristrutturato in un altro contesto, oppure oggetti pieni di ruggine, ossidati, a volte rotti. Può sembrare il lato oscuro del colore o forse, è la sua natura più realistica: quella che descrive l’autentica forma del tempo che passa e che crea un intervento su di essi.
L’ARTISTA

Natascia Menegatti sviluppa la propria attività professionale all’intersezione tra creatività, strategia e progettazione culturale, guidata dalla convinzione che arte e impresa possano rappresentare strumenti concreti di trasformazione sociale.
Nel corso degli anni ha maturato esperienze in ambiti diversi e complementari, ricoprendo ruoli che spaziano dalla pianificazione strategica in agenzie di comunicazione all’organizzazione di eventi artistici e culturali, dalla progettazione di attività di team building al supporto nella produzione di campagne e spot pubblicitari.
La sua esperienza professionale prende avvio nel settore della moda, dove opera come Fashion Designer collaborando alla realizzazione di editoriali, alla progettazione di collezioni e alla direzione artistica. Successivamente approfondisce gli studi in marketing e comunicazione d’impresa, consolidando una visione che integra sensibilità estetica, pensiero strategico e capacità progettuale. La formazione artistica, iniziata al liceo artistico attraverso il disegno e il confronto diretto con la materia, continua a rappresentare il nucleo identitario della sua ricerca.
L’eterogeneità delle esperienze maturate le ha consentito di sviluppare un approccio trasversale e multidisciplinare, capace di interpretare la complessità contemporanea attraverso prospettive differenti e complementari. Il suo lavoro si concentra sulla costruzione di connessioni tra linguaggi, discipline e contesti apparentemente distanti, trasformandoli in progetti coerenti, autentici e generativi.
Attraverso pratiche che intrecciano storytelling, ricerca visiva e sperimentazione, Natascia Menegatti opera nella definizione e nello sviluppo di progetti creativi orientati alla produzione di esperienze significative, con l’obiettivo di trasformare la creatività in valore culturale, relazionale e sociale.





