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Arte contemporanea e territorio. Il progetto Osservatorio: Mormorii a Piancastagnaio

Alla Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio, luogo storico di osservazione, difesa e attraversamento, oggi si trasforma in uno spazio di ascolto e di visione contemporanea attraverso la mostra Osservatorio: Mormorii.

Rocca Aldobrandesca_DSC_5728_Ph Leonardo Morfini

Il progetto, curato da Mirco Marino in collaborazione con Antonella Nicola, riunisce gli interventi di Francesca Banchelli, Francesco Carone, Rä Di Martino e Namsal Siedlecki in un percorso che si sviluppa verticalmente all’interno della torre, dalle antiche prigioni fino alla terrazza panoramica.

Il titolo richiama la funzione originaria della Rocca come osservatorio sul territorio, mentre Mormorii suggerisce una dimensione più sottile e percettiva: un insieme di echi, presenze e stratificazioni che abitano gli spazi e dialogano con il paesaggio del Monte Amiata.

La mostra invita il visitatore a un’ascesa fisica e simbolica, in cui opere, architettura e memoria si intrecciano in un’esperienza sensoriale che mette continuamente in relazione interno ed esterno, storia e contemporaneità, visione e ascolto.

Abbiamo incontrato il curatore Mirco Marino. Ecco il suo racconto del progetto e delle sue frizioni tra spazio e percezione, tra architettura ereditata e nuove modalità dell’ascolto.

L’INTERVISTA

Il progetto Osservatorio: Mormorii nasce in un contesto fortemente connotato come la Rocca Aldobrandesca: come hai lavorato per far dialogare le opere con la storia e l’identità di questo luogo?

È una gran ricchezza avere accesso a dei luoghi così ricchi di storia, e che questi siano pronti ad accogliere dei progetti espositivi, attraverso dei bandi pubblici promossi dalle amministrazioni comunali. Progetti che devono guardare al contemporaneo muovendosi all’interno di architetture che hanno un portato culturale da rispettare e da valorizzare come risorsa implicita.
Personalmente questo ha significato lavorare su due direttrici, da un lato la comprensione dell’architettura come imposizione mai neutra e linguaggio sincretico, dall’altro una riflessione sul lavoro degli artisti in mostra: Francesca Banchelli, Francesco Carone, Rä di Martino e Namsal Siedlecki, e su come questi possano inserirsi nello spazio per creare infine un’immagine strutturata. In questo processo è stato fondamentale il dialogo con gli artisti e Antonella Nicola, una preziosa collaborazione. La priorità è sempre stata mettere al centro del discorso curatoriale le opere, e come queste possano essere viste, percepite e lette in quel contesto specifico.

Il percorso espositivo si sviluppa come un’ascesa, dalle prigioni alla terrazza: quanto è stata centrale questa dimensione verticale nella costruzione del concept curatoriale?

La Rocca di Piancastagnaio è un luogo atipico, non è un whitecube, non è un edificio industriale rimesso a nuovo, non è in una metropoli. Siamo alle pendici del Monte Amiata, al confine tra tre regioni del centro Italia, a Piancastagnaio, in provincia di Siena. È un luogo con un carattere duro, che non si piega al contenuto. Pensa che il giorno prima dell’inaugurazione, il 28 marzo, c’è stata una tempesta di neve, eravamo impreparati.

La torre ha un carattere particolare: al piano terra rialzato, nelle prigioni, sembra di stare in un luogo sotterraneo. Durante il primo sopralluogo che abbiamo fatto con Antonella Nicola, ho avuto la sensazione salendo per i sei piani, che non stessimo ascendendo dalla terra verso il cielo, ma risalendo verso la superficie. Quindi una volta arrivati alla terrazza quel panorama è sorprendente, lontanissimo, si apre in tutte le direzioni.

Il sottotitolo “Mormorii” suggerisce una dimensione sonora e percettiva: in che modo questo elemento immateriale si traduce nelle opere e nell’esperienza del visitatore?

L’idea di partenza era di pensare alla Rocca come luogo abitato, e che le opere potessero prendervi parte come dei perenni o temporanei inquilini. Fuori puoi ascoltare i suoni della natura, dentro la rocca sembra ancora di sentirne l’eco, tra gli scricchiolii delle assi in legno e il rimbombo delle voci. Nella mostra questa idea di silenzio rotto ha assunto una forma trasformativa, inizialmente la colonna sonora di Flashdance di Giorgio Moroder risuona con l’opera L’Eccezione di Rä di Martino, e riecheggia fino al terzo piano della mostra, dove gradualmente si trasforma nelle varie frequenze del secondo video dell’artista all’ultimo piano della torre, The Portrait of Ourselves.

Hai riunito artisti con linguaggi molto diversi come Francesca Banchelli, Francesco Carone, Rä di Martino e Namsal Siedlecki: quali sono stati i criteri di selezione e come si è costruito il dialogo tra le loro pratiche?

Sono artisti con linguaggi diversi, hai ragione, e proprio questo scarto tra i processi e le finalità può diventare una chiave di comprensione dei mormorii, ma anche di ricerche e pratiche contemporanee di grande profondità. Francesca Banchelli ha presentato una serie di opere pittoriche di un’umanità sconvolgente, estremamente radicate nel presente eppure a tratti appartenenti a un altro tempo. Francesco Carone ha lavorato costruendo una propria mitologia molto limpida, una sorta di trittico: La cornacchia, La salamandra e La tigre, sono tre opere scultoree che hanno una propria forma definita, eppure ne assumono una nuova una volta installate in mostra, come se marcassero dei landmark all’interno della torre, tutte e tre in qualche modo hanno un carattere site-specific. Rä di Martino ha i lavori che aprono e chiudono la mostra, come se in quelli possa essere racchiuso il senso di quello che è avvenuto, e anche forse una spiegazione. L’eccezione nelle prigioni presenta una figura antropomorfa che a tutti gli effetti acquista le qualità sensibili dell’architettura, e in chiusura The portrait of Ourselves continua a guardare l’osservatore da un punto di vista ribaltato eppure familiare, come una forma di vicinanza e riconoscimento. Namsal Siedlecki credo ne interpreti un carattere diverso, che ha più a che fare con le qualità processuali e trasformative della materia, così che possa fare da eco non solo a un tempo che muta la forma, ma alle forme stesse che possano vivere di vita propria. Con la serie di Ugolino, frammenti di un corpo scultoreo in zolfo, e ancora un lavoro molto poetico come Deposizioni, non solo dello stesso materiale delle stalattiti, ma un’opera che ne ha attraversato lo stesso processo carsico di formazione. Un lavoro che è una soglia tra l’essere della scultura e ciò che ne sarà, come se in un momento il tempo potesse incrinarsi.

Non credo di aver cercato un dialogo tra le opere, più un’immagine unica che possa svilupparsi all’interno del corpo dell’architettura. La centralità dell’opera e dell’immagine è essenziale, una sorta di equilibrio che si ricostruisce continuamente, attraverso ogni spazio, ogni sguardo.

Il progetto insiste molto sullo “sguardo” come esperienza non solo visiva ma anche fisica e psicologica: come hai cercato di attivare questa dimensione nel pubblico?

Con un’idea di corrispondenza, mettere in moto una chiave sonora dei mormorii con quello che poi è ciò su cui faccio ricerca è stato essenziale. Credo che il senso di un’immagine non stia né nell’osservatore né nell’immagine, ma sospeso su questa traiettoria che si crea. L’architettura della torre porta a una frammentazione dello sguardo, sono dieci ambienti su sei piani, lo sguardo si muove tra le opere, da una stanza attraverso l’altra, e a volte affaccia sull’esterno, il pubblico sale e compie una serie di scarti, a guardare qualcosa prima dell’altro, e il primo continua a influenzare l’immagine del secondo, e così via, una sorta di direzionalità frammentata che costruisce il senso.

Essendo il progetto vincitore di un bando pubblico del Comune di Piancastagnaio, che ruolo pensi abbia l’arte contemporanea nel valorizzare territori meno centrali rispetto ai grandi circuiti culturali?

Mi permetto qui di ringraziare l’Assessore alla Cultura Pierluigi Piccini e l’amministrazione comunale di Piancastagnaio, che con grande passione e apertura hanno selezionato il progetto Osservatorio: Mormorii e seguito un lavoro che è ancora in corsa, con la presentazione degli stendardi per la cittadinanza e del catalogo. Credo che l’arte contemporanea debba includere, non solo essere compresa, ma in un certo senso far sentire compreso chi la osserva, non giudicato. Il territorio periferico permette di parlare più lingue e lavorare su più misure, e alle volte, come spero possa succedere a Piancastagnaio, portare l’opera a divenire qualcosa che già è. Il territorio di Piancastagnaio è non solo produttivo, ma storicamente legato alla cultura e all’arte, non scordiamoci che oltre alla Rocca Aldobrandesca, che è un punto di riferimento storico-culturale, esiste lo splendido Palazzo Bourbon del Monte, risalente agli inizi del XVII secolo, che connette il paese a un’importantissima storia di mecenatismo e collezionismo.

EXHIBITION VIEW

INFO 

Rocca Aldobrandesca
Piazza Castello, 53025 Piancastagnaio SI

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