Per Lorenzo Marini la lettera non è più soltanto qualcosa da leggere. È una forma da osservare, manipolare, spostare, portare nello spazio e contaminare con le arti.
Alla New York Fashion Week 2026, dal 10 al 15 settembre, Marini ha presentato TypeArt, il progetto che porta la sua ricerca sulla tipografia nel territorio della moda attraverso una collezione di 21 abiti in seta, ciascuno dedicato a una delle lettere dell’alfabeto.

Non una collezione fashion nel senso tradizionale del termine, ma 21 opere autonome e indossabili, nelle quali la lettera abbandona la propria funzione linguistica per affermarsi come forma visiva. Geometrie, colori, ritmi e frammenti tipografici si compongono sulla seta e, una volta portati sul corpo, acquistano una nuova dimensione: quella del movimento. È nel passaggio dalla superficie al corpo che TypeArt trova una delle sue intuizioni più interessanti: l’opera non rimane immobile davanti allo spettatore, ma cammina, cambia prospettiva, occupa lo spazio e si trasforma insieme a chi la indossa.
Abbiamo incontrato Marini durante la Fashion Week di Milano e con lui abbiamo parlato di linguaggi, della sua esperienza nel sistema creativo newyorkese e di cosa accade quando un’opera smette di essere soltanto qualcosa da guardare e comincia a muoversi nello spazio.




L’INTERVISTA
La tua ricerca parte dall’idea di togliere alla lettera la sua funzione di segno linguistico per restituirle una vita autonoma. Quando hai capito che l’alfabeto poteva essere guardato prima ancora che letto?
Credo di averlo intuito molto presto, lavorando nella comunicazione. Prima di leggere una parola, noi ne percepiamo già il corpo: il peso, il ritmo, l’equilibrio, persino il carattere emotivo. Una lettera può essere aggressiva, fragile, elegante, ironica. A un certo punto ho sentito il bisogno di liberarla dal dovere di significare qualcosa. Le ho tolto la parola intorno e l’ho lasciata sola. È stato allora che ho capito che l’alfabeto non era soltanto uno strumento del linguaggio, ma un repertorio infinito di forme. La lettera è nata per essere letta, ma può anche essere guardata.
Inoltre, la globalizzazione ha reso più fragile il linguaggio verbale e ha rafforzato quello visivo. Pensa solo i segnali stradali, pensa solo i brand di moda, pensa solo alla velocità con cui un’immagine viene percepita come indicazione rispetto alla parola.
Stiamo vivendo nel tempo delle icone, concettualmente molto più simili alle calligrafie orientali che a quella nostra occidentale. In fondo, se ci pensi le mie lettere sono dei marchi senza prodotto, sono delle illustrazioni autoportanti, delle tessere di mosaico che si raccontano da sole.
Con TypeArt la lettera compie un ulteriore passaggio: dalla superficie dell’opera al corpo. Che cosa accade a una forma tipografica quando smette di essere immobile e comincia a muoversi nello spazio?
Accade che la lettera acquista una quarta dimensione: il tempo. Sulla tela la forma è ferma e lo sguardo le gira intorno; sul corpo, invece, è la forma stessa ad avvicinarsi, allontanarsi, piegarsi e trasformarsi. Il movimento le dà una vita imprevedibile. La seta respira, la luce cambia, il disegno si scompone e si ricompone a ogni passo. La lettera non è più soltanto rappresentata: accade. Per questo considero questi abiti opere d’arte in movimento, non una collezione di moda. Difatti, non sono nemmeno in vendita. Qui a New York non capivano, perché se sto facendo una sfilata è perché voglio vendere. Non è stato facile spiegare che sono un artista e che non produco abiti.
Hai definito la moda un nuovo spazio espositivo. Ma un abito non è soltanto uno spazio: è qualcosa che viene abitato, indossato, attraversato. Quanto cambia il significato dell’opera quando entra in una relazione fisica con chi la indossa?
Cambia profondamente, perché il corpo non è un supporto neutro. Porta con sé un’identità, una postura, una storia, un modo personale di muoversi. Lo stesso abito, indossato da due persone diverse, diventa due opere diverse. Chi lo indossa non espone semplicemente il lavoro: vi entra dentro e lo interpreta. La moda, in questo senso, diventa uno spazio espositivo intimo e mobile. Un museo che cammina, ma anche un luogo d’incontro tra la mia immaginazione e la fisicità di un’altra persona.
Comunque ho definito questo lavoro un’esibizione artistica non tradizionale: anziché la tela ho usato la seta e il jersey, e anziché la Galleria d’Arte ho usato la sfilata. Il mezzo e il messaggio in questo caso coincidono.
I 21 abiti corrispondono alle 21 lettere dell’alfabeto italiano. Perché hai scelto di conservare proprio questa struttura alfabetica? È ancora un alfabeto oppure, a questo punto, è diventato un repertorio di forme?
È entrambe le cose. Ho conservato le 21 lettere perché l’alfabeto italiano è la mia origine culturale, la prima architettura invisibile attraverso la quale ho imparato a nominare il mondo. Ma, nel momento in cui ogni lettera diventa un’opera autonoma, l’alfabeto smette di essere una sequenza funzionale e si trasforma in una comunità di forme. Ogni abito conserva la memoria della propria lettera, ma non è più obbligato a pronunciarla. È come una famiglia i cui componenti condividono un’origine e sviluppano, ciascuno, una personalità differente.
Nella pittura l’artista controlla la superficie; nell’abito deve accettare che quella superficie venga deformata dal corpo. È stata una forma di perdita di controllo o una nuova possibilità creativa?
La perdita di controllo è spesso il momento in cui l’opera comincia davvero a vivere. All’inizio la deformazione poteva sembrare un problema: il corpo piega la superficie, interrompe il disegno, altera le proporzioni. Poi ho capito che proprio quella instabilità era la nuova possibilità creativa. Non volevo trasferire semplicemente un quadro sopra un vestito. Volevo scoprire che cosa sarebbe accaduto quando l’opera avesse incontrato il volume, il movimento e l’imprevisto. Ho rinunciato a una parte del controllo per guadagnare una parte di vita.
La passerella trasforma l’opera in una sorta di performance involontaria: ogni abito produce un’immagine diversa a seconda di chi lo indossa e di come si muove. Chi completa davvero l’opera, l’artista, il corpo o lo sguardo dello spettatore?
L’artista dà origine all’opera, il corpo la mette in movimento e lo spettatore la completa attraverso il proprio sguardo. Nessuno dei tre è sufficiente da solo. È una creazione a più voci, anche se non dichiarata. In passerella ho visto opere che conoscevo trasformarsi davanti ai miei occhi: il passo della modella, una piega improvvisa della seta, un riflesso o uno sguardo del pubblico generavano immagini che non avevo progettato. L’opera non si conclude: continua ad accadere ogni volta che viene indossata e guardata.
Il tuo lavoro nasce dalla tipografia ma finisce per interrogare il concetto stesso di linguaggio. Pensi che un alfabeto possa esistere anche senza parole? E se sì, che tipo di linguaggio nasce al suo posto?
Certamente. Prima della parola esistono il segno, il gesto e il ritmo. Un alfabeto senza parole non smette di comunicare: comincia a farlo in un altro modo. Non trasmette più un messaggio univoco, ma produce sensazioni, associazioni, memorie. È un linguaggio aperto, più vicino alla musica e alla pittura che alla scrittura. Le parole cercano di precisare il significato; le forme, invece, gli permettono di moltiplicarsi. Nella TypeArt la lettera perde una funzione, ma conquista molte possibilità.
Hai attraversato comunicazione, design, arte e ora moda senza considerare necessariamente questi territori come compartimenti separati. Ti interessa ancora definirti attraverso una disciplina oppure pensi che oggi la categoria dell’artista sia sufficiente?
Le discipline sono utili per organizzare le biblioteche, molto meno per organizzare la creatività. Ho attraversato la pubblicità, il design, la pittura, l’installazione e ora l’abito, ma non ho mai percepito questi passaggi come cambi di identità. È sempre lo stesso pensiero che cerca il mezzo più adatto per manifestarsi. Oggi mi basta definirmi artista, purché questa parola non diventi a sua volta un confine. Essere artista significa per me conservare la libertà di cambiare linguaggio senza perdere la propria voce.
Il modello dell’artista che dipinge quadri su tela è del secolo scorso. Il modello dell’artista contemporaneo è specialmente quello del futuro è quello di diventare creativo, molte disciplinare, molti tasking, multi tutto.
Ogni artista, consciamente o inconsciamente, racconta il suo tempo. Il nostro tempo è fatto di ibridazione, di contaminazione, di tecnologia, di manualità ed intelligenza artificiale al tempo stesso.
Dopo la mostra, il quadro, l’installazione, l’architettura visiva e ora l’abito, qual è il prossimo territorio nel quale vorresti portare la lettera?
Vorrei portarla sempre più nello spazio pubblico, fuori dai luoghi tradizionalmente destinati all’arte. Immagino lettere che diventino architettura, paesaggio, luce, luoghi da attraversare e non soltanto oggetti da osservare. Mi interessa che l’alfabeto entri nella vita quotidiana delle persone e modifichi, anche solo per un istante, la loro percezione di una piazza, di una strada o di una città. Dopo essere uscita dalla pagina e dalla tela, la lettera può diventare un luogo.
Se dovessi togliere completamente le parole dal tuo lavoro e lasciare parlare soltanto le forme, quale lettera sceglieresti per raccontare Lorenzo Marini?
Sceglierei la L. Non perché è la mia iniziale, ma perché è una forma essenziale che nasce da due direzioni: una verticale e una orizzontale. La prima tende verso l’alto, verso l’immaginazione; la seconda rimane a terra, legata alla realtà. In quell’angolo vedo una sintesi del mio carattere: il desiderio di volare e, insieme, la necessità di costruire.
Inoltre, io amo il quadrato, è la mia forma preferita, le mie opere sono quadrati dentro un quadrato, il quadrato è una forma perfetta.
Quando ho frequentato l’Accademia con Emilio vedova, lui amava il cerchio, era una forma perfetta per lui. Era il suo mondo.
Il mio è influenzato dal rigore, dall’equilibrio, dalla stabilità.
Se le tue opere avessero una colonna sonora, quale canzone sceglieresti?
Sceglierei So What di Miles Davis. Ha una struttura riconoscibile, ma dentro quella struttura lascia vivere la libertà, l’improvvisazione e il silenzio. È ciò che cerco anch’io nelle lettere: una forma precisa che non imprigioni il significato, ma gli permetta di muoversi.
Cos’è per te l’estetica?
L’estetica non è decorazione e non coincide semplicemente con la bellezza. È il momento in cui un’idea trova la sua forma inevitabile. Quando non si può più togliere né aggiungere nulla, perché pensiero ed emozione hanno finalmente trovato un equilibrio, lì comincia l’estetica.
L’estetica è un uno sguardo su un fiore. Lo vedi che ti chiama col suo profumo, ti avvicini piano piano e improvvisamente comincia a volare. Devono essere nate così le farfalle.
C’è un desiderio artistico che non hai ancora realizzato?
Vorrei realizzare una grande opera pubblica composta da alfabeti diversi, un luogo nel quale le persone possano entrare fisicamente. Non un monumento alla parola, ma alla possibilità di comunicare. Credo che quando finiscono le parole comincino i conflitti; per questo sogno un’opera capace di rappresentare, attraverso le differenze dei segni, una convivenza possibile.
Se venissi nel tuo studio, cosa troverei? Quadri, libri, piante, tecnologia, dischi…?
Troveresti tutto questo, insieme. Quadri iniziati e quadri che forse non finirò mai, lettere appoggiate ovunque, libri aperti, disegni, colori, materiali, piante, musica e tecnologia. Ma soprattutto troveresti un disordine molto organizzato: ogni cosa sembra capitata lì per caso, ma io so esattamente perché si trova in quel punto. Lo studio è il luogo in cui convivono tutte le mie vite.
Ti senti più attratto dalla razionalità o dalle emozioni?
Sono attratto dalle emozioni, ma ho bisogno della razionalità per dare loro una forma. L’emozione accende il lavoro, la ragione lo costruisce. Se ci fosse soltanto razionalità, l’opera sarebbe corretta ma fredda; se ci fosse soltanto emozione, rischierebbe di restare confusa. Cerco continuamente il punto in cui il pensiero diventa sensibile e l’emozione acquista struttura.
L’ARTISTA

LORENZO MARINI è un artista italiano e fondatore di TypeArt, una ricerca che porta la tipografia fuori dalla sua funzione tradizionale per trasformare la lettera in forma, immagine, materia e spazio. La sua pratica attraversa arte, comunicazione visiva, design e cultura contemporanea, sviluppando un linguaggio nel quale l’alfabeto diventa materia prima dell’opera. Il progetto presentato alla New York Fashion Week rappresenta un nuovo capitolo di questa ricerca: la lettera passa dalla superficie dell’opera al tessuto e dal tessuto al corpo, trasformando l’abito in un’opera d’arte in movimento.




