A cinquant’anni dalla morte di Man Ray, la Fondazione Magnani-Rocca dedica all’artista americano una ampia retrospettive: Man Ray: tutto, in programma alla Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, nei pressi di Parma.

Oltre 250 opere ricostruiscono una ricerca che attraversò fotografia, pittura, scultura, cinema, grafica, design ed editoria, mettendo in discussione l’idea stessa di disciplina artistica.
Man Ray morì a Parigi il 18 novembre 1976, dopo aver trascorso gran parte della propria vita dentro quella costellazione di avanguardie che tra Stati Uniti ed Europa trasformò radicalmente il modo di intendere l’immagine. La mostra parte proprio da qui: non dalla celebrità del fotografo, ma dalla natura irriducibilmente molteplice di un artista per il quale fotografia e pittura non erano linguaggi alternativi, bensì strumenti intercambiabili di una medesima visione.
Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza».
Man Ray
La frase restituisce con precisione il principio che attraversa l’intera opera di Man Ray. L’immagine non è una tecnica, ma un dispositivo mentale. Il suo lavoro nasce nel punto in cui realtà, desiderio, inconscio e materia smettono di essere categorie separate.
Dada, fotografia e l’invenzione dell’immagine

Nato a Philadelphia nel 1890, Man Ray si avvicina negli anni americani all’ambiente dadaista e alla fotografia, destinata a diventare il mezzo attraverso cui raggiungerà la più ampia notorietà. Ma già in questa fase emerge una concezione dell’arte che rifiuta gerarchie e confini.
By Itself, del 1918, realizzata inizialmente come scultura e qui presente nella versione in bronzo del 1966, testimonia una ricerca interessata alla trasformazione dell’oggetto. Ancora più radicale è Ostruzione del 1920, struttura composta da 63 grucce di legno sospese nello spazio. L’oggetto quotidiano perde la propria funzione e diventa una proliferazione quasi ossessiva, un’installazione ante litteram.
Il trasferimento a Parigi nel 1921 segna la svolta. Accolto da Marcel Duchamp, Man Ray entra rapidamente nel cuore dell’avanguardia francese, diventandone uno dei principali interpreti visivi. I ritratti degli artisti, degli scrittori e delle figure che animano la Parigi dadaista e surrealista si intrecciano con il lavoro per la moda e con una continua sperimentazione sul medium fotografico.
Nascono così i rayographs, immagini ottenute senza macchina fotografica attraverso l’impressione diretta degli oggetti sulla carta fotosensibile, e le solarizzazioni, procedimenti che alterano la natura stessa della fotografia. La fotografia smette di essere una registrazione del reale e diventa un luogo di alterazione.
Tra i lavori più celebri in mostra c’è Le Violon d’Ingres del 1924, fotografia di Kiki de Montparnasse trasformata in una figura impossibile attraverso l’aggiunta delle effe di violino sulla schiena nuda. È una delle immagini più riconoscibili della storia della fotografia del Novecento, ma anche un manifesto della capacità di Man Ray di far collidere corpo, cultura visiva e ironia.
Accanto compaiono Lacrime, La preghiera, Anatomia, Noire et Blanche e i ritratti di Lee Miller e Nusch Éluard, figure femminili che non furono semplicemente muse, ma presenze decisive nella costruzione dell’immaginario dell’artista.
La fotografia non basta
Uno dei meriti della mostra è proprio quello di sottrarre Man Ray alla definizione, ormai insufficiente, di fotografo surrealista. La fotografia rappresenta soltanto uno dei territori della sua ricerca.
Nel 1931 realizza Électricité, portfolio di dieci photogravure sviluppato con Lee Miller, allora sua assistente, poi musa e compagna e infine artista autonoma di straordinaria importanza. La collaborazione con Miller racconta anche un passaggio significativo nella storia dell’arte del Novecento: la figura della musa che progressivamente smette di essere oggetto dello sguardo e diventa autrice.
Parallelamente Man Ray continua a dipingere. À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux, realizzato tra il 1932 e il 1934, ne è uno degli esempi più celebri: le labbra di Lee Miller, enormi e sospese nel cielo sopra l’Osservatorio di Parigi, trasformano una vicenda sentimentale in una visione sproporzionata, quasi cosmica. La pittura non rappresenta il reale, lo sottopone alla logica del desiderio.
La stessa libertà attraversa la produzione grafica, editoriale e pubblicitaria. Man Ray comprende molto presto che l’opera può vivere anche attraverso la riproduzione e che l’ossessione moderna per l’originale unico non costituisce necessariamente un valore. È una posizione che oggi appare sorprendentemente contemporanea.
L’oggetto come provocazione
Gli oggetti d’affezione e i ready-made costituiscono un altro capitolo essenziale. Cadeau, il ferro da stiro con chiodi applicati sulla superficie inferiore, viene realizzato nel 1921 in occasione della prima personale parigina dell’artista alla Librairie Six. L’originale viene rubato il giorno stesso dell’inaugurazione. Man Ray lo replicherà decenni più tardi, a partire dal 1963.
La possibilità della replica non rappresenta un problema. Al contrario, diventa parte dell’opera. Lo stesso accade con L’oggetto indistruttibile, il metronomo del 1931 sul quale compare la fotografia di un occhio di Lee Miller, successivamente ribattezzato Un oggetto da distruggere dopo la fine della relazione con la fotografa.
L’oggetto cambia significato attraverso il contesto, il tempo, la relazione con l’artista. È una concezione che anticipa una sensibilità oggi diffusa, nella quale l’opera non coincide necessariamente con una forma definitiva, ma può essere riprodotta, modificata, riattivata.
Questa trasversalità emerge anche in Palettable, tavolo a forma di tavolozza progettato nel 1941 e prodotto nel 1971, e nel Monumento al pittore sconosciuto del 1955. Pittura, design e scultura diventano qui variazioni di uno stesso esercizio di immaginazione.
Una storia dell’avanguardia dentro una sola mostra
Man Ray: tutto non racconta soltanto Man Ray. Attraverso il suo lavoro ricostruisce una parte sostanziale della storia delle avanguardie europee e americane. La sua posizione è infatti quella di un artista capace di attraversare movimenti e linguaggi senza lasciarsi completamente assorbire da nessuno di essi.
Ne è esempio Résurrection des Mannequins, documento dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi. In quella mostra storica, artisti come Salvador Dalí, Max Ernst, Joan Miró, Marcel Duchamp e Man Ray trasformarono i manichini femminili in dispositivi perturbanti, costruendo uno degli ambienti più celebri dell’intera storia del Surrealismo.
Anche il cinema entra nel percorso, con le rare ma decisive prove cinematografiche di Man Ray. Film che non costituiscono una parentesi nella sua produzione, ma l’ennesima estensione di una ricerca fondata sul movimento, sulla manipolazione dell’immagine e sulla possibilità di costruire una realtà alternativa.
È forse questa la ragione per cui Man Ray continua a risultare così attuale. Non perché abbia anticipato semplicemente alcune pratiche dell’arte contemporanea, ma perché ha rifiutato l’idea che l’artista debba scegliere un solo linguaggio. La sua opera vive precisamente nell’intervallo tra fotografia e pittura, tra oggetto e immagine, tra arte e comunicazione.
Non sorprende che Andy Warhol, negli ultimi anni della vita di Man Ray, ne abbia riconosciuto una figura quasi archetipica della modernità americana. Warhol ne raccoglie infatti una delle intuizioni fondamentali: l’immagine può essere seriale, riproducibile, commerciale, artificiale e al tempo stesso profondamente artistica.
La Villa dei Capolavori come nuovo contesto
La scelta della Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca, produce inoltre un cortocircuito interessante. La collezione di Luigi Magnani comprende opere di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Monet, Renoir, Cézanne, de Chirico, Morandi, Burri e molti altri protagonisti della storia dell’arte. In questo contesto Man Ray non appare come una parentesi dedicata alle avanguardie, ma come un punto di convergenza.
La mostra riunisce prestiti provenienti da musei, gallerie e collezioni private italiane e internazionali ed è curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi. Il percorso mette in relazione opere fotografiche, pittoriche, scultoree, grafiche, oggetti, libri e film, restituendo finalmente alla figura di Man Ray una dimensione che le mostre monografiche spesso hanno finito per frammentare.
La pubblicazione che accompagna l’esposizione, edita da Dario Cimorelli Editore, raccoglie tutte le opere esposte e saggi di studiosi e curatori tra cui Paolo Albani, Silvana Annicchiarico, Andrea Bellavita, Eva Brioschi, Alice Ensabella, Marco Meneguzzo, Alessandro Nigro e Alessandra Vaccari.
A cinquant’anni dalla morte, Man Ray: tutto prova dunque a correggere una semplificazione storica: quella di ricordare Man Ray soprattutto come l’autore di alcune fotografie diventate icone. Il vero oggetto della mostra è più ambizioso. È l’artista stesso come macchina di attraversamento, capace di passare da un medium all’altro senza mai riconoscere al linguaggio il diritto di diventare un limite.
Info
Man Ray: tutto
Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori
Mamiano di Traversetolo, Parma
Curatori: Walter Guadagnini, Mauro Carrera, Stefano Roffi
www.magnanirocca.it




