Laura-Milani-2026

Laura Milani e Il paradosso del “non-curatore”

In ottobre la start up italiana Institution lancia “Course for Non-Curators: New Roles for a Changing Art Field”, un programma accademico avanzato dedicato a chi vuole interrogare e reinventare i ruoli del sistema dell’arte.

Un corso che riunisce un corpo docente internazionale e che già dal titolo contiene un ossimoro che merita di essere preso sul serio: si può insegnare a essere un “non-curatore”? E soprattutto, cosa accade quando una pratica nata per sottrarsi alle definizioni viene trasformata in un percorso formativo?

La domanda porta direttamente a Laura Milani, non-curatrice e direttrice artistica, che nel 2024 ha pubblicato il Manifesto del non curatore. Quel testo nasceva contro la cristallizzazione dei ruoli nel sistema dell’arte, contro i titoli professionali trasformati in status, contro una progressiva riduzione dell’arte a contenuto, format o evento da produrre e consumare.

Il “non curatore” non era però nella sua idea una nuova categoria professionale. Era, piuttosto, un dispositivo critico per mettere in discussione le categorie stesse, le gerarchie e le convenzioni attraverso cui il campo curatoriale continua a definire se stesso.

A due anni di distanza, quella posizione si trova davanti a un possibile paradosso: confrontarsi con una forma istituzionale che sembra riprendere alcune delle questioni sollevate dal Manifesto. Il Course for Non-Curators è dunque l’antitesi del pensiero espresso nel Manifesto oppure ne rappresenta una possibile evoluzione?

Abbiamo incontrato Laura Milani per attraversare questa possibile contraddizione e capire cosa accade al “non curatore” quando il rifiuto del ruolo diventa metodologia, materia di studio e, forse, una nuova forma di istituzione.

Laura, partiamo dall’ovvio. Nel 2024 hai scritto che la tua scelta di non definirti curatrice nasceva dal rispetto per l’arte e dal rifiuto dei ruoli formali. Oggi quel termine, “Non-Curatore”, è diventato il titolo di un corso accademico. Qual è stata la tua prima reazione?

Un mezzo sorriso, unito a una certa dose di amarezza, anche se non posso dirmi sorpresa.
Il sistema dell’arte contemporanea possiede una capacità immunitaria straordinaria: fagocita il dissenso, lo digerisce e lo risputa sotto forma di prodotto intellettuale.
Nel mio manifesto scrivevo chiaramente che sceglievo di sottrarmi al contenitore. Questo corso fa l’esatto opposto.
Hanno trasformato un’attitudine esistenziale e politica in un brand per una “corte virtuale”.

Eppure, le premesse del corso sembrano dialogare con le tue tesi. Il programma dichiara di voler superare i modelli espositivi tradizionali sviluppati decenni fa, incrociando l’arte con la filosofia, l’ecologia, la tecnologia e la ricerca sociale per dare vita a “non-mostre”. Non è proprio questo il tentativo di scardinare il sistema dall’interno?

C’è, a mio parere, un equivoco di fondo. Il corso propone di formare professionisti capaci di progettare nuovi formati, ma lo fa riproponendo la stessa identica struttura. Cita nomi altisonanti del sistema globale, come Hou Hanru o Charles Esche, e promette di introdurre i partecipanti a musei e biennali alla ricerca di “nuovi profili”.
Ma se il fine ultimo è sempre quello di accreditarsi presso le istituzioni egemoni, dove sta lo scardinamento?
Il mio non essere curatrice non è una competenza da inserire nel curriculum per trovare un nuovo impiego nel mercato culturale; è un gesto silenzioso di resistenza, un atto continuo di responsabilità e vulnerabilità che rifiuta la logica del posizionamento professionale.
Non si può certo insegnare la vulnerabilità in due mesi.

Nel tuo manifesto parli di “scrivere relazioni” invece di firmare mostre, e di “camminare accanto” all’artista. Dove si separano, concretamente, queste due visioni?

Si separano nel momento in cui la relazione diventa un output da esibire o un criterio di valutazione per un certificato.
Quando parlo di abitare le domande o di custodire un tempo condiviso, mi riferisco a una dimensione che spesso rimane — e deve rimanere — invisibile.
Mi interessa il margine che resiste alla forma, la fatica che si fa nel vuoto.
Il corso, al contrario, programmaticamente dichiara che i progetti degli studenti riceveranno feedback da docenti e professionisti per culminare nella produzione di “non-exhibitions” da realizzare con istituzioni partner.
C’è a mio parere un’ansia da prestazione e da produzione che è l’antitesi dell’ascolto puro. In pratica, hanno standardizzato lo spostamento.

Alla luce di questo corso, vorresti aggiungere una nuova parte al tuo manifesto di due anni fa?

Perché no?
Titolo: Tracciare un nuovo confine. Per proteggere il vuoto.
Non cercatemi nei bandi divisi in tre round di selezione.
Non troverete il mio pensiero compilando un modulo online.
Io resto dove non c’è copyright.
Resto nella fatica non documentata, nell’errore che non fa curriculum, nel tempo perso a parlare senza un secondo fine.
Se il sistema espande il suo campo, io scelgo di rimpicciolire il mio, fino a farlo diventare invisibile.
Perché solo ciò che è invisibile al mercato resta per sempre radicalmente libero.

LA CURATRICE

Laura Milani è curatrice, consulente e imprenditrice culturale. Esperta in strategie per l’innovazione, design, arte contemporanea ed education, con oltre vent’anni di esperienza nella direzione artistica e strategica di istituzioni, mostre, scuole e progetti internazionali. Ha rifondato e guidato IAAD, trasformandolo in uno dei principali poli europei per il design, e curato importanti mostre e candidature culturali a livello nazionale ed europeo. Ha ricoperto incarichi di vertice in istituzioni culturali, unendo visione artistica, gestione manageriale e impatto territoriale.

@lauramilani_real

HESTETIKA ART Next Generation

Iscriviti
alla newsletter di Hestetika
[mc4wp_form id="21360"]