SCRITTI: Dipingere un’Annunciazione

Una conversazione, un racconto, una intervista, un saggio, un approfondimento, un parere, una esternazione, una idea da esporre. Questo è SCRITTI la nuova rubrica di HESTETIKA.

Una rubrica dove l’artista è riportato al centro e dove è l’artista a narrare e scrivere.
Abbiamo voluto dare voce alle loro idee oltre che alle loro opere.
Questo SCRITTI è un racconto sull’Annunciazione nella storia dell’arte a firma Giovanna Lacedra.

Il ventre di Maria Vergine è più capace di tutto il mondo.“ 
(Girolamo Savonarola)

Cosa vuol dire “annunciare”?
Annuntiare, portare un messaggio, far conoscere, portare una notizia.
E da Annuntiare, “Annunciata”, colei che riceve il messaggio. Colei a cui il messaggio è indirizzato. Colei che lo ascolta e lo accoglie.
Annunciata.
Questo è il nome con cui viene chiamata Maria, la creatura pura, vergine, incontaminata e tenera che riceve, nella storia biblica, la più importante delle annunciazioni. La notizia suprema. Le viene infatti rivelato che il suo destino sarà quello di concepire e portare in grembo il figlio di Dio. Un concepimento verginale, che la lascerà pura, intatta, immacolata.
Maria, l’Annunciata, partorirà il figlio di Dio. Il figlio di Dio sarà carne della sua carne, sboccerà dal suo corpo, berrà il latte del suo seno, crescerà tra le sue braccia. Maria, dunque, sarà deipara. Pari a Dio.
Una fanciulla terrena, che nella sua innocenza, diverrà sacra. Partorirà il figlio dell’Altissimo, lo allatterà e, come ogni madre, lo cullerà tra le sue braccia. E lo terrà sulle sue ginocchia, quando sarà un bambino e quando sarà un uomo, quando afferrerà un chicco d’uva e quando verrà deposto dalla croce. Quando sarà tenero e incontaminato, e quando invece il suo corpo sarà stato oltraggiato, flagellato e trafitto.
Ma come ce la raccontano questa Conceptio Christi, i pittori?

Ce la raccontano perlopiù attenendosi al Vangelo secondo Luca, mostrandoci, cioè, un arcangelo che si rivela a Maria nella città di Nazaret – talvolta nell’ambiente privatissimo della sua camera da letto, talaltra in un rigoglioso giardino antistante la sua abitazione, talaltra ancora sotto un porticato quattrocentesco –, e dopo averla salutata le dice:


“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”

E Maria, all’ascolto di questa notizia, come reagisce?
Beh, reagisce come il pittore immagina che reagisca. L’evento biblico viene traslato su tavola o tela, sempre filtrato dal sentire del pittore. Il tema è lo stesso, la vicenda narrata dall’evangelista Luca è la stessa. La trasposizione visiva, pittorica, invece, attraversa il setaccio della sensibilità di chi la crea.
La Vergine dipinta da Beato Angelico agli albori del Rinascimento, seduta su un seggio drappeggiato, all’interno di un porticato voltato a crociera con vele blu punteggiate di stelle, china il capo, ma non per leggere il libro che tiene aperto sulle ginocchia, piuttosto per scrutare la creatura che ha di fronte. Solleva infatti lo sguardo e lo rivolge a Gabriele, assumendo una postura di palese chiusura.
Forse per timore reverenziale, o forse per la paura di non sapere accogliere un messaggio tanto speciale. Ad ogni modo, le braccia le si incrociano sul petto e il busto si chiude. L’espressione è timorosa e pacata al contempo. E anche l’arcangelo dalle ali dorate ancora spiegate si china, porta le braccia al petto, ma guarda Maria dritto negli occhi. Sa quello che deve dirle, sa che lei dovrà accettarlo. Dall’alto un fascio di luce dorata scende verso la Vergine, contenendo la colomba dello Spirito Santo. Sono dorate anche le aureole punzonate dei due personaggi, memori di un gusto ancora tardogotico.

La Vergine di Leonardo, invece, non sosta all’interno di un porticato, ma siede appena fuori dalla sua abitazione, di cui vediamo delle bugne angolari tipicamente rinascimentali, e con la mano destra tiene ferme le pagine del libro che sta leggendo. Il libro è ben posizionato su un leggio marmoreo scolpito con volute, festoni e conchiglie, e Maria appare serena e composta, se non fosse per quella mano, la destra, che sollevata compie un lieve gesto di difesa. La sua aureola di scorcio è già pienamente rinascimentale, il panneggio è lavorato alla maniera leonardesca e, dall’altra parte, nel rigoglio di un repertorio floreale da trattato di botanica, un angelo la saluta e le porge un mazzo di gigli, simbolo di virginale purezza. L’angelo pare sfiorare appena l’erba, come fosse appena atterrato. È un angelo aggraziato, e con ali ancora spiegate. Ma quelle ali non sono eteree, non sono dorate.
Sono consistenti, dalle piume tangibili. Sono le ali di un rapace. Leonardo ha vestito l’arcangelo Gabriele con ali di uccello, con le ali di un nibbio reale. Perché l’azione del volo, in natura, era per Leonardo qualcosa di trascendente. Qualcosa capace di unire terra e cielo. Quando Leonardo osservava la danza nel cielo di un nibbio reale, osservava il mistero del volo. E quando Leonardo osservava il mistero del volo, osservava la libertà. E voleva afferrarla. Voleva insegnare anche agli uomini, l’arte di volare. Di conquistare il cielo. Di accarezzare il mare. Di sentirsi parte di un infinito respiro. Sentirsi dentro ad un infinito respiro. L’aria, diceva, non è nemica, ma complice del volo. L’aria, come corpo fluido, sostiene il volo. E allora anche il volo di un angelo doveva accadere così. Come quello di un nibbio. Con un atterraggio sicuro e leggero, che muovesse l’aria al punto da far girare le pagine del libro di Maria.


E il libro aperto di Maria resta protagonista di una delle Annunciazioni più celebri della storia dell’arte, dove però il messaggero di Dio non c’è. Non è presente sulla tela, non viene dipinto, ma resta intuibile. Perché Maria, l’Annunciata, lo sta guardando.
A noi non è dato vederlo, ma a lei sì. Antonello da Messina nel 1475 dipinge così il momento della Conceptio Domini. Rende Maria protagonista assoluta della sua trasposizione. La immortala avvolta da una velo blu, seduta davanti ad un leggio ligneo trattato in maniera lenticolare, con precisione fiamminga. Non ci è dato sapere in quale ambiente l’evento si svolga. La donna si staglia su un fondale buio. Ma i suoi occhi ci suggeriscono il prima e il dopo. Lo stupore, il timore, l’accettazione. L’arcangelo è appena atterrato e muovendo l’aria ha scomposto le pagine del libro di Maria. L’Annunciata ha appena udito le sue parole. Un po’ le teme, e infatti solleva la mano destra anche lei per difendersi. Ma poi prevale un senso di totale accoglienza e il suo timore muta in serafica accettazione.

Diversa è l’interpretazione che ce ne da Lorenzo Lotto nel pieno Cinquecento, ponendo la Vergine non più sotto un porticato o in un hortus conclusus, bensì all’interno della camera da letto di Maria. La stanza è rappresentata in scorcio prospettico, con punto di fuga angolare. L’angelo è appena entrato attraverso un loggiato sullo sfondo. Poggia il ginocchio destro sul pavimento, i suoi capelli sono spettinati dal vento e l’aria che ha mosso ha persino spaventato un gatto che cerca di fuggire. Il messaggio di Gabriele è anticipato dai gigli che stringe nella mano sinistra, lo stesso dono che portava con sé l’arcangelo di Leonardo. Ma qui tutto è concitato. Il gatto. I capelli dell’angelo. La stessa Maria. Che non si volta. È noi che guarda, sbigottita e confusa. Solleva le mani come a dire “no, no…non è certo me che chiama, non potrei mai essere io…”. Ma Dio, perché il messaggio arrivi più forte, si manifesta alle sue spalle, avvolto da un panneggio rosso e trasportato da una nuvola. E lo stesso Gabriele lo indica, come a sottolineare la suprema volontà a cui l’Annunciata non può sottrarsi.

E a questa volontà non intende sottrarsi la Madonna di Caravaggio, che invece abbassa la testa quasi a soccombere. Accetta senza paura, ma in totale raccoglimento, il suo destino. L’angelo giunge dall’alto, penetra una zona semioscura inghiottita dalla penombra, come sempre accade nelle opere di Caravaggio, dove il tenebrismo è necessario a sacralizzare la luce. Una luce divina quanto teatrale, che scova Maria avvolta nel suo manto blu e prostrata alla volontà del Signore. La luce entra con Gabriele, ne accende l’incarnato delle spalle e del braccio destro, snida nel buio i petali dei gigli, sottolinea il contorno delle ali e l’ovatta della nuova su cui egli discende. L’ambiente è spoglio. Una sedia di legno, il lenzuolo di un letto. Poche cose a rendere riconoscibile la dimensione privata di una camera da letto; l’umiltà di un luogo in cui è possibile il miracolo.
Ma un angelo è una creatura ultraterrena. Uno spirito. Un’energia.


E Maria, infondo, non era che una fanciulla ingenua ed indifesa, che nella sua camera da letto pregava.
È così che ce la mostra il pittore americano Henry Ossawa Tanner sul finire del diciannovesimo secolo. Spaventata e raccolta in un angolo del suo letto. Quanta tenerezza c’è nel corpo rannicchiato di questa vergine castana che ha quasi paura dell’apparizione rifulgente che le si presenta davanti agli occhi, così, all’improvviso, mentre riposa nella sua camera.
L’arcangelo Gabriele non è più un essere in carne ed ossa. Non ha nulla di terreno. È una creatura di luce e sta per annunciarle che lei, proprio lei, nessun’altra donna se non lei, così pura, così ingenua, così indifesa, concepirà e darà la vita al figlio di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca, alla tela di un pittore.

ABOUT Giovanna Lacedra

Nasce nel 1977 a Venosa (PZ). Nel 2000 consegue il diploma di laurea in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2004 consegue l’abilitazione all’insegnamento presso l’Università di Pisa. Si trasferisce poi a Milano dove vive sino al 2019. Attualmente risiede a Ravenna, dove lavora come docente di storia dell’arte e disegno presso un liceo scientifico statale.
Artista visiva, performer e autrice. Come performer si è esibita sia in progetti di altri artisti, quali: “La bara del Bastardo” di Daniele Alonge – 2011; “Yummy Good!” di Manuela De Merito – 2011, che in propri
Dal 2011 al 2020 ha portato in scena, con un tour itinerante che ha toccato ben 14 tappe in gallerie, musei e spazi espositivi italiani e in città come Milano, Sassuolo, Cesena, Pescara, Lecce, Napoli, etc…
Giovanna Lacedra ha partecipato a progetti fotografici di Massimo Prizzon, Pablo Peron, Christian Zucconi, Marco Chiurato, Franco Donaggio, Antonio Delluzio, Massimo Festi.
Ha scritto testi critici per artisti come: Elisa Anfuso, Anna Caruso, Paola Mineo, Urban Solid, Daniele Duò, Pep Marchegiani, Alessio Bolognesi, Alessandro Carnevale.

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