Izumi-Ōki-Vaso-Ufo-2020-vetro-22x25x25cm-©Fabio-Viganò

Intervista a Gabriella Benedini e Ōki Izumi – Configurare l’invisibile: corpo, luce e memoria nel segno femminile

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.”
Paul Klee

L’assunto di Paul Klee non è una semplice suggestione estetica, bensì un principio cardine dell’esperienza plastica e concettuale contemporanea, un invito a superare la superficie fenomenica per rintracciare le correnti sotterranee della realtà.

L’atto creativo, in questa prospettiva, si spoglia di qualsiasi pretesa imitativa e diventa un’operazione di svelamento primordiale, dove l’artista si fa tramite tra la materia inerte e la dimensione dell’inespresso. Questa vocazione a dare corpo all’impalpabile assume una risonanza ancora più densa e stratificata quando incrocia la parabola della presenza femminile nella storia dell’arte.

Storicamente costretta in una dimensione di forzata marginalità, la creatività delle donne ha saputo abitare lo spazio dell’ombra e dell’invisibilità, trasformando nel tempo quella stessa antica esclusione in un punto di osservazione straordinariamente acuto, libero e sovversivo. In questo territorio liminale si colloca la doppia intervista che segue, un dialogo ravvicinato che vede specchiarsi e confrontarsi le ricerche rigorose di due protagoniste della scultura contemporanea, Gabriella Benedini e Izumi Ōki. Pur muovendo da premesse formali e radici geografiche distanti, entrambe le artiste condividono la medesima urgenza metafisica di forzare il limite fisico dei loro materiali d’elezione per far emergere ciò che di norma sfugge alla percezione immediata. Gabriella Benedini elegge il legno a proprio baricentro poetico, manipolando una sostanza calda, organica e intrinsecamente legata al tempo biologico. Nelle sue mani, la fibra legnea si fa relitto, struttura navale d’altri tempi, strumento astronomico interiore che scava nella memoria per restituire la gravità della storia e il silenzio dei miti d’origine.

A questa densità terrosa risponde, in una tensione dialettica ideale, la trasparenza rarefatta di Izumi Ōki, la quale elegge il vetro industriale a proprio mezzo espressivo. Attraverso una metodica e geometrica stratificazione di lastre blu-verdi, Izumi riesce nel paradosso di costruire il vuoto, intrappolando la luce e l’aria in volumi plastici che giocano costantemente con l’illusione ottica e l’interstizio. Laddove il legno di Benedini trattiene il tempo e protegge il ricordo nell’opacità protettiva della sua forma, il vetro di Izumi dilata lo spazio, rendendo visibile la luce stessa che attraversa e modifica la struttura.

Questo fitto colloquio a distanza tra la memoria del legno e la trasparenza del vetro trova oggi una sua perfetta e concreta risonanza fisica a Milano, dove alcune delle loro opere più significative sono esposte all’interno della mostra collettiva intitolata “Dialoghi di materia: Benedini, Coletta, Cuschera, De Marchi, Ōki”, curata da Luigi Sansone presso la Paula Seegy Gallery. L’esposizione, visitabile fino al 30 giugno 2026, si offre come l’alveo perfetto in cui verificare dal vivo questa dialettica dei contrari, un percorso in cui la materia smette di essere mero elementi tecnico per farsi veicolo di riflessioni in costante interazione reciproca.

Izumi Ōki, Vaso Ufo, 2020, vetro, 22x25x25cm ©Fabio Viganò

L’INTERVISTA 

Ogni percorso artistico nasce da una frattura o da una chiamata. Qual è stato il momento esatto, o l’intuizione, in cui l’arte ha smesso di essere una delle possibili strade espressive ed è diventata una scelta esistenziale inevitabile?

Gabriella Benedini: L’idea della chiamata mi fa sorridere, mi viene in mente quel bellissimo quadro del Caravaggio, la “Conversione di san Paolo” , lo colpisce una gran luce che lo acceca e quando la vista ritorna lui risponde alla chiamata di dio io non avevo un cavallo dunque nessuna caduta e nessuna illuminazione meglio l’ipotesi delle fratture che ricordano le delle tappe con qualche dolorosa ingessatura più aderente alla realtà.. La consapevolezza  dipende da troppi fattori, sono nata nel 32 in pieno clima fascista che voleva dire ottusità e miseria culturale soprattutto per una donna il cui destino era fare figli ed essere moglie devota, l’ ipotesi di fare l’ artista una bestemmia per il regime e per il contesto ambientale.

Sicuramente avevo dei numeri, è occorso molto tempo e l’arrivo del  dopoguerra per liberarsi da quelle convenzioni tutte misogine , ricordiamoci che non avevamo nemmeno il diritto civile di votare non eravamo persone! Cominciare ad orientarsi e diventare credibili non è stato facile, per fortuna un pezzo della mia famiglia era fuggita in Francia per evitare le manganellate fasciste così appena finita la guerra gli zii francesi hanno voluto conoscermi e sono andata a Parigi nella banlieue. Da allora ho continuato a viaggiare, a leggere per conto mio, a cercare, molti passaggi anzi molte fratture prima di di diventare  credibile a me stessa ed essere credibile agli altri. In questo lungo viaggio di formazione e di emancipazione, ci sono stati incontri visivi che hanno impresso un segno indelebile sul mio percorso artistico. Il più significativo è stato senza dubbio il Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara.

Decorato intorno al 1470 dai migliori pittori della scuola ferrarese per volere di Borso d’Este, questo ciclo rappresenta uno dei momenti più alti dell’arte del Rinascimento legato alla storia estense. Ciò che mi ha profondamente colpita, oltre alla straordinaria qualità pittorica, è stata la densità delle citazioni riferite alla cultura neoplatonica e astrologica del tempo. Lì ho compreso come l’arte potesse essere al contempo rigore intellettuale, mistero ed espressione di libertà: una folgorazione laica che ha dato una direzione nuova e consapevole alla mia urgenza di creare.

Izumi Ōki: La mia ricerca artistica oggi indaga il vetro in tutte le sue sfaccettature e la sua influenza sulla percezione e la psicologia delle persone, ma non è sempre stato cosi. Da bambina mi piaceva molto dipingere, ma allʼuniversità decisi di studiare letteratura e storia antica del Giappone e infatti mi sono laureata allʼUniversità Waseda di Tokyo in Storia del Giappone Antico per indagare le origini della mia cultura. Desideravo proseguire gli studi approfondendo lʼarcheologia del Giappone, ma lʼambiente maschilista dellʼuniversità – erano gli anni 70 – non me lo permise.

Fu dopo aver conseguito la laurea in lettere che ebbi la vaga intuizione di dedicarmi allʼarte, in quanto ritenevo che mi avrebbe permesso di raggiungere velocemente lʼemancipazione e lʼindipendenza economica che lʼambiente universitario mi aveva precluso. Allʼinizio ero orientata verso la pittura tradizionale giapponese e lʼillustrazione, ma piano piano mi avvicinai allʼ arte contemporanea e al vetro industriale e cominciai a realizzare composizioni con questo particolare materiale. Nel 1977 ottenni una borsa di studio dal governo italiano per studiare allʼAccademia di Brera, dove ho studiato scultura sperimentando con tecniche e materiali diversi dal vetro. Terminata lʼAccademia ormai avevo capito che il mio materiale d’elezione era il vetro industriale e che lʼarte e la scultura in particolare, sarebbero state la mia strada.

Sia il legno che il vetro impongono all’artista leggi fisiche severe, resistenze precise e un corpo a corpo con la tecnica. Come si articola il dialogo tra l’astrattezza del vostro pensiero concettuale e il limite imposto dalla materia che modellate? La materia è per voi un avversario da assecondare, un limite da superare o il mezzo attraverso cui l’dea si rivela?

Gabriella Benedini: Per me la materia non è un avversario da aggredire al contrario è un suggeritore col quale dialogare, siamo entrambi protagonisti e ci osserviamo a lungo, in seguito attraverso il fare delle mie mani e un sentire che resta innominabile riusciamo a trovare una risonanza che va bene ad entrambi rispettosa delle nostre vicende legate alla storia di tutti e due perché la materia è ben lontano da essere materia morta è viva come me.

Izumi Ōki: Per me il vetro industriale è da sempre un avversario con cui confrontarmi. E un materiale ostile e tagliente. Mi sento quasi un samurai (guerriero giapponese) con la katana (spada giapponese) in mano quando lo affronto, ma una volta terminato il lavoro e domate le lastre di vetro provo una grande soddisfazione. Le mie opere sono sempre il risultato di un compromesso tra i miei progetti e i limiti del vetro. Per me è importante non snaturare la natura e lʼestetica delle lastre di vetro in purezza che sono il medium stesso attraverso cui esprimo le mie idee.

Le vostre opere non occupano soltanto uno spazio, ma sembrano generare una risonanza, una sospensione temporale all’interno del luogo che le ospita. Qual è la componente intangibile, che si tratti di memoria stratificata nel tempo o della luce che attraversa e modifica la percezione, che considerate il vero nucleo invisibile della vostra ricerca?

Gabriella Benedini: Non vorrei che le mie opere fossero solo presenze occupanti lo spazio vorrei imponessero una lettura e una ricerca di senso malgrado la loro mancanza di figurazione, la loro presenza è il risultato raggiunto attraverso stratificazioni o sottrazioni , il momento “esatto” lo decide il lavoro stesso perché non credo al potere divino e romantico dell’artista stregone al contrario, opera e artista si cercano, si rispecchiano ed esistono solo  quando si riconoscono e non è per niente semplice.

Izumi Ōki: La componente intangibile della mia ricerca, come ho già detto, è lʼestetica stessa del vetro. Allʼinizio quello che mi ha attratto di questo materiale erano le caratteristiche del vetro che tutti percepiamo normalmente come la brillantezza, trasparenza, ecc. Mi affascina molto come la percezione di un’opera in vetro cambi completamente a seconda della luce e della posizione dello sguardo. Successivamente mi sono accorta della sua capacità di essere allo stesso tempo trasparente e riflettente. Proprio questo crea lʼambiguità di percezione: il vetro non fa fermare lo sguardo su una superficie, ma fa guardare allʼinterno di sé, creando nuove forme nella realtà tangibile. Oltretutto il vetro è molto interessante perché è espressione di molti contrasti e quando devo realizzare una scultura, cerco di scegliere una delle caratteristiche del vetro come forma principale di espressione, facendola diventare un tratto essenziale dell’opera.

Izumi-Ōki-Noshi-2016-vetro-125x12x16cm-©Fabio-Viganò

In quale momento esatto del processo creativo il vostro gesto d’artista smette di imporre un’idea preconcetta e inizia, invece, ad assecondare la “volontà” intrinseca del materiale? Esiste un punto di equilibrio in cui è la materia stessa a suggerirvi la forma finale?

Gabriella Benedini: Devo alla imprevedibilità della materia il rinnovarsi continuo delle mie opere che non si cristallizzano in un modello ripetitivo per questo il mio lavoro fa a pugni con la smaterializzazione dell’intelligenza artificiale e tutto l’armamentario digitale, il mio mondo è magnificamente fisico e di conseguenza anche umano come le tracce lasciate nel legno che è il materiale che prediligo e che  mi permettono di continuare un racconto cominciato prima di me quando quel pezzo di legno in origine è stato un albero un essere meravigliosamente vivo e generoso. Immaginiamo quale deserto potrebbe diventare il mondo tutto digitale.

Izumi Ōki: Le mie opere nascono solitamente da unʼidea che visualizzo nella mia mente. Disegno di getto ciò che ho pensato e poi a poco a poco rendo la forma più precisa e in seguito rifletto sulla tecnica e la modalità più adatta per realizzare il lavoro. Il vetro è un materiale rigido e difficile da utilizzare, il che ovviamente pone sia un limite che uno stimolo a trovare soluzioni creative per realizzare le forme complesse che ho in mente. Quasi tutte le mie opere assecondano la natura delle lastre di vetro e hanno per questo origine da forme quadrate e rettangolari. La vera sfida è riuscire a creare forme curve e sinuose partendo da elementi rigidi e quadrangolari. In alcuni casi passa diverso tempo prima di trovare la soluzione per realizzare la forma come vorrei. A volte è il vetro stesso a suggerirmi idee per le opere. Alcuni lavori nascono spontaneamente quando mi ritrovo in mano una lastra o un pezzo di vetro che mi suggerisce nuove forme. Quindi mi capita anche di realizzare opere assecondando il materiale che mi ritrovo in laboratorio. Ciò accade soprattutto quando realizzo gioielli, che considero delle sculture in miniatura “da passeggio”.

Se le vostre opere dovessero essere lette da una generazione distante un secolo da noi, quale frammento di verità sull’essere umano o sul nostro tempo sperate che riescano a comunicare? Quale eredità concettuale vi preme lasciare a chi guarderà l’arte nel futuro?

Gabriella Benedini: La lettura che immagino da parte delle generazioni future non esiste, guarderanno le opere che l’ umanità ha nella profondità del tempo ha realizzato  come oggetti di scavo appartenenti ad una civiltà a che non è la loro, di questo mi accorgo anche adesso, la velocità della visione per lo più digitale con le sue continue proposte in cambiamento che non permettono di soffermarsi su nulla, tutto è veloce e privo di profondità, un esempio lampante è l’ attuale enorme arroganza del potere che pensa bellamente di disprezzare una civiltà antica come la nostra o quella persiana per pura ignoranza.

Izumi Ōki: Sono convinta che lʼarte e la sua componente materica sopravvivranno alla rivoluzione digitale. Ciò che viene prodotto in ambito digitale e virtuale, dal mio punto di vista, è molto più effimero di unʼopera dʼarte fisica e ha più probabilità di perdersi per sempre.

Lʼaspetto artigianale dietro alla realizzazione di un dipinto o una scultura è ciò che più da fascino allʼopera dʼarte e non potrà mai essere del tutto sostituito dal mondo digitale. Spero che tra cento anni le mie sculture possano testimoniare cosa lʼuomo è in grado di realizzare senza lʼaiuto dell’intelligenza artificiale, grazie a fantasia, creatività e pensiero critico.

Gabriella-Benedini-Pietra-del-cielo-1989-polimaterica-su-legno-46×40-cm-©Fabio-Vigan

INFO 

Dialoghi di materia: Benedini, Coletta, Cuschera, De Marchi, Ōki
a cura di Luigi Sansone
 26 maggio – 30 giugno 2026
 Paula Seegy Gallery, via San Maurilio 14 – Milano

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