ADAM PENDLETON, allo Stedelijk Museum di Amsterdam l’astrazione diventa un campo politico
Some Wild Kind of Language è il titolo della mostra che porta per la prima volta in un museo olandese la ricerca dell’artista americano ADAM PENDLETON.
Diciannove opere tra dipinti e disegni riscrivono il rapporto tra astrazione, linguaggio e memoria del modernismo.
Installation view Adam Pendleton – Some Wild Kind of Language, 2026, Stedelijk Museum Amsterdam. Photo Peter Tijlhuis
L’astrazione non è una fuga dal mondo, ma un modo per abitarlo diversamente. È da questa premessa che prende forma Some Wild Kind of Language, la mostra di Adam Pendleton allo Stedelijk Museum di Amsterdam, aperta dal 9 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027. Prima esposizione museale dell’artista negli Paesi Bassi, il progetto riunisce undici dipinti e otto disegni, costruendo un confronto con la storia dell’arte moderna e con le implicazioni politiche delle forme visive.
Nato nel 1984 a Richmond, in Virginia, Pendleton è una delle figure centrali della pittura americana contemporanea. La sua ricerca mette in discussione le categorie attraverso cui siamo abituati a leggere l’astrazione, sottraendola all’idea di un linguaggio autonomo, separato dalla storia. Gesto, testo e geometria diventano elementi instabili, capaci di modificare continuamente il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che siamo disposti a riconoscere.
Il titolo della mostra suggerisce proprio questa possibilità: un linguaggio selvaggio, non addomesticato da significati definitivi, che si sottrae alla linearità del discorso e alle gerarchie consolidate della rappresentazione. Per Pendleton, la forma non è mai un contenitore neutrale. È un luogo di negoziazione in cui la storia culturale, le identità e le strutture del potere continuano a esercitare la propria influenza.
Installation view Adam Pendleton – Some Wild Kind of Language, 2026, Stedelijk Museum Amsterdam. Photo Peter Tijlhuis
Dal white cube al black cube
Il progetto espositivo interviene direttamente sull’architettura dello Stedelijk, trasformandola in una componente attiva della ricerca. Al centro dell’operazione si trova la celebre scalinata dell’edificio storico del 1895, uno spazio che occupa una posizione significativa nella storia dell’allestimento museale moderno.
Nel 1938, il curatore Willem Sandberg aveva dipinto di bianco le pareti in mattoni, fino ad allora scure, contribuendo alla definizione di uno dei primi white cube: un ambiente concepito per isolare le opere dal contesto e favorirne una visione apparentemente neutrale. Dopo la sua nomina a direttore nel 1945, Sandberg avrebbe esteso questa trasformazione agli altri spazi del museo.
Pendleton rovescia quella scelta, convertendo la scalinata in un black cube. Nelle nicchie architettoniche trovano posto otto disegni monumentali della serie Basis, i più grandi realizzati finora dall’artista. Lavorati con inchiostro dorato su carta nera opaca, i disegni costruiscono una relazione tra luce e opacità, presenza e scomparsa. L’oro non agisce soltanto come elemento cromatico: è una materia che cambia secondo il movimento dello sguardo e la quantità di luce che restituisce.
La ripetizione del gesto e l’accumulo dei segni trasformano ogni foglio in una registrazione del processo creativo. La scalinata, con il suo ritmo verticale e la successione delle nicchie, non costituisce più un semplice contenitore, ma entra in relazione con le opere, condizionandone la percezione. La storia dell’architettura museale diventa così parte integrante dell’esposizione.
Nella IMC Gallery, conosciuta anche come Gallery of Honour, i dipinti di Pendleton entrano in dialogo con la collezione dello Stedelijk e con le eredità del Minimalismo, dell’arte concettuale e dell’astrazione del secondo dopoguerra. Tra le opere presentate figurano lavori appartenenti alle serie Black Dada, Days e i monumentali dipinti WE ARE NOT. Una tela raggiunge quasi sei metri di larghezza, imponendo allo spazio una scala che richiama, per confronto e contrasto, quella di alcuni protagonisti del modernismo americano, da Barnett Newman a Morris Louis e Willem de Kooning.
Il confronto non si risolve in una genealogia pacificata. Pendleton riprende le possibilità formali dell’astrazione e, nello stesso tempo, ne interroga i presupposti culturali. La sua pittura si confronta con una tradizione che ha spesso rivendicato l’autonomia del linguaggio visivo, facendo emergere ciò che quella pretesa di universalità rischia di lasciare ai margini.
Il concetto di Black Dada, sviluppato dall’artista a partire dal 2008, è decisivo per comprendere questa posizione. Non si tratta di uno stile riconoscibile attraverso un repertorio iconografico, ma di un dispositivo critico che mette in relazione la Blackness, l’astrazione e le avanguardie storiche. Il riferimento al Dadaismo introduce una tensione nei confronti delle convenzioni artistiche, mentre l’astrazione diventa uno spazio per contestare le aspettative associate all’identità dell’artista nero.
«Black Dada mi dà il permesso di infrangere le regole», afferma Pendleton. La dichiarazione chiarisce la natura del progetto: rifiutare prescrizioni su come debba essere realizzato un dipinto, su quali siano i limiti dell’astrazione o su come debba apparire la Blackness. L’artista rivendica un campo di possibilità che non accetta di essere circoscritto da un’identità trasformata in categoria estetica.
Adam Pendleton in his studio, 2024. Photo by Jason Schmidt
La pittura come processo di traduzione
Anche il metodo di lavoro mette in discussione le distinzioni tradizionali tra manualità e riproduzione meccanica. La pittura di Pendleton prende avvio sulla carta, dove l’artista sperimenta differenti modalità di tracciamento attraverso pittura, vernice spray, inchiostro e acquerello. Segni simili a graffiti, frammenti testuali e forme geometriche vengono sovrapposti, spesso attraverso l’impiego di stencil.
I fogli sono poi documentati e tradotti in pittura mediante procedimenti serigrafici. Il passaggio non serve a riprodurre fedelmente un’immagine originaria: introduce ulteriori livelli di trasformazione, confondendo deliberatamente il gesto manuale con la mediazione tecnica. Ogni opera conserva le tracce delle fasi precedenti senza ricondurle a una composizione definitiva.
Ne deriva una superficie estesa, organizzata attraverso stratificazioni e ripetizioni, nella quale nessun elemento conquista una posizione assolutamente dominante. L’approccio all-over riduce il peso del centro compositivo e rende la visione un’attività continua, priva di un unico punto d’ingresso. Il quadro non consegna un’immagine da decifrare una volta per tutte: mette in circolazione segni e relazioni che si modificano nel tempo dell’osservazione.
Rein Wolfs, direttore dello Stedelijk Museum Amsterdam e curatore della mostra, interpreta la presenza di Pendleton come un collegamento tra modernismo e contemporaneità, tra la storia del museo e le prospettive globali che ne stanno ridefinendo l’orizzonte. L’intervento sulla scalinata rende tangibile questa trasformazione: anziché limitarsi ad aggiungere nuove opere alla collezione, l’artista modifica il contesto attraverso cui il museo racconta la propria storia.
Con Some Wild Kind of Language, Pendleton non propone una nuova ortodossia dell’astrazione. Ne riapre le contraddizioni, mostrando come anche un linguaggio apparentemente privo di riferimenti figurativi possa essere attraversato da questioni storiche e politiche. Il dipinto smette così di coincidere con un’immagine conclusa e diventa un campo di possibilità, nel quale la forma continua a negoziare il proprio significato.