Miriam Tonato (Tomato)

Intervista – MIRIAM TONATO: Disertare il tempo, mangiare il cuore delle cose

Non siamo fatti per stare a tempo e soprattutto di stare in questo tempo. C’è una forma di violenza sottile nella levigatezza del presente, in questa coreografia di corpi corretti e desideri prefabbricati che ottimizzano persino il secondo esatto in cui respiriamo.

Miriam Tonato lo sa, e per questo ha scelto di disertare. Con il progetto Anarchia Alimentare, ha trasformato la tavola in un dispositivo di disobbedienza gentile, un luogo d’interzona dove la sacralità del cibo si spoglia dei codici di classe e delle posture normative per farsi carne, vulnerabilità e vicinanza radicale.

Parlare con Miriam è avvolgersi insieme a lei. Entrare nel suo universo e farsi condurre attraverso i fili della sua ricerca: dagli esordi nella moda all’abbraccio viscerale con il cibo, inteso come materia prima per un’arte temporale che per esistere esige il coraggio di essere dissipata.

Dedicare del tempo al suo pensiero è l’invito, intimo e politico, a ritrovare il proprio baricentro emotivo tra lo stomaco e la mente, a perdere la postura e, finalmente, a ricominciare a ballare fuori tempo.

Come sei arrivata dalla moda, il tuo ambito d’origine, a eleggere il cibo come fulcro di questa trasformazione?

Per me estetica e politica sono sempre state inseparabili, perché ogni immagine costruisce un’idea di mondo, di corpo e di appartenenza possibile. La moda è stato il mio primo linguaggio. Mi ha insegnato che anche qualcosa di apparentemente superficiale, come un abito, in realtà definisce desideri, gerarchie sociali, inclusioni ed esclusioni. Ho iniziato a interessarmi agli studi queer proprio perché mettevano in crisi sistemi considerati naturali: il genere, il comportamento, la bellezza, i modi stessi in cui i corpi vengono letti socialmente. Ma credo anche che oggi la moda stia vivendo una trasformazione profonda. Ha perso parte della sua capacità di essere uno spazio autentico di rappresentazione radicale, perché l’espressione individuale stessa è stata progressivamente assorbita dentro logiche di consumo continuo e capitalismo identitario. Oggi spesso l’identità viene performata più che vissuta.

A un certo punto ho sentito il bisogno di trovare un altro medium che rimanesse più corporeo, più relazionale, più reale. E il cibo, che è sempre stato una presenza costante nella mia vita, è diventato quel linguaggio. Ho iniziato a vedere la tavola non come semplice convivialità o rappresentazione estetica, ma come un dispositivo relazionale e culturale. Uno spazio dove creare tempo, attenzione e presenza in una contemporaneità in cui sembra non esserci mai davvero spazio per fermarsi, parlare o condividere qualcosa in maniera autentica.

Credo che la nostra generazione abbia una responsabilità molto grande: non solo sviluppare consapevolezza rispetto ai propri valori, ma riuscire a tradurli concretamente nei sistemi che costruiamo, negli spazi che abitiamo e nelle immagini che produciamo. Il corpo è politico. L’abito è politico. E anche il cibo lo è. Sia la moda che il cibo, storicamente, sono sempre stati strumenti che hanno definito classe, accesso, desiderabilità e potere. Mi interessa lavorare proprio lì: cercare di trasformare quei codici in qualcosa di più aperto, condiviso e partecipativo.

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In che modo l’atto di vestirsi e quello di sedersi a tavola dialogano tra loro come atti performativi?

Il “tavolo” così come l’habitus funzionano come una cornice. Entrambi non luoghi, costruiscono il presupposto per una coreografia sociale. Viviamo inconsapevolmente dentro un palcoscenico sociale. Ogni volta che vestiamo il nostro corpo lo rivestiamo di significati, proprio come facciamo con i gesti, le posture e le maniere che utilizziamo quotidianamente. L’abito, in questo senso, non è mai soltanto estetica: è comportamento, linguaggio, rappresentazione. La stessa cosa accade a tavola.

Nel momento in cui ci sediamo attorno a un’unica dimensione performativa mettiamo in atto una delle performance più profonde della nostra persona, che per me rappresenta quasi un tempo zero. Il modo in cui mangiamo, condividiamo, osserviamo gli altri o occupiamo lo spazio racconta moltissimo di noi. Un abito modifica il modo in cui una persona attraversa lo spazio; una tavola modifica il modo in cui più corpi entrano in relazione. In entrambi i casi lavoro su tensioni tra attrazione e disagio, ritualità e istinto, controllo e trasformazione. Il mio obiettivo è cercare di sciogliere le distanze che la performatività normativa crea tra le persone, utilizzando il cibo come medium comunicativo.

Perché il cibo ha una capacità molto rara: quella di porre tutti sullo stesso piano orizzontale. Quando condividi qualcosa nello stesso istante con qualcun altro, si crea una forma di connessione che supera il semplice linguaggio verbale o la rappresentazione sociale. Non stai più soltanto parlando o performando te stesso: stai vivendo e percependo insieme agli altri la stessa esperienza. Spesso penso agli allestimenti come delle cornici dove mettere in scena una performance anti normativa dove la libertà rispetto al canone rappresenta la vera forma d’arte. Non c’è più arte che nei bordi che perdono la postura, nei segni che l’umano lascia e nella temporalità dell’attimo che si perderà. Abdicare il performativo è il compito dell’arte contemporanea.

Quali sono le radici più intime del tuo legame con il cibo e come si è strutturato nel progetto Anarchia Alimentare?

In realtà credo che il cibo sia sempre stato uno dei miei codici estetici principali, ancora prima di diventare una riflessione progettuale o politica. Ogni artista ha la propria materia. C’è chi lavora con il suono, chi con il tessuto, chi con il marmo o con l’immagine. La mia materia è sempre stata il cibo. Anarchia Alimentare è una cornice e per me il cibo è l’incipit di ogni scena.

La mia famiglia mi ha insegnato indirettamente che il cibo potesse avere un significato che andava oltre la sua forma materiale. I miei genitori non mi hanno mai espresso l’amore attraverso la parola, ma attraverso il cibo. La tavola era il luogo del dibattito, della presenza, dello scontro, dell’ascolto, della condivisione. Era il luogo dove le persone si incontravano davvero. E credo che sia stato lì che ho iniziato inconsapevolmente a capire che il cibo non fosse soltanto nutrimento, ma linguaggio, relazione, costruzione emotiva.

Per me il cibo è stata la prima materia che ho imparato a plasmare. La prima cosa a cui ho visto attribuire un valore simbolico, affettivo e rituale. Ed è forse anche per questo che, anni dopo, lavorando nella moda e ricercando continuamente nell’estetica il senso profondo del significato, sono ritornata proprio lì: alla tecnica del cibo, della ricetta, del cucinare. Perché in fondo cucinare, allestire o vestire sono tutti modi diversi di interpretare i corpi e le relazioni. Sono linguaggi che costruiscono immaginari, identità, appartenenze. Le texture, i contrasti, i profumi, le consistenze, i colori del cibo hanno sempre influenzato il mio modo di guardare gli oggetti, i materiali, la moda e l’immagine. Perché il cibo è una forma potentissima di espressione e di rappresentazione. Mi ha sempre affascinato anche il suo ruolo sociale e rituale. Cosí come esistono abiti per determinate occasioni, esistono cibi per determinate occasioni. Il cibo, come la moda o il design, traduce il tempo che stiamo vivendo, il tipo di incontro che vogliamo costruire, il modo in cui decidiamo di stare insieme.


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Se il cibo è storicamente legato alle strutture di classe e di genere, com’è possibile usarlo oggi in chiave emancipatoria?

Ed è proprio lì che ho iniziato a percepirne la dimensione politica. Nel cibo esiste una contraddizione enorme che mi ha sempre affascinato: è stato storicamente uno degli strumenti più antidemocratici, perché ha sempre rappresentato classe, privilegio, accesso e separazione sociale; ma allo stesso tempo è anche uno dei più grandi strumenti di connessione e coesione tra le persone. Per secoli il cibo è stato una questione di classe, una questione femminile, elogio e castigo, strumento di accettazione e rinuncia. I corpi e le ricette sono sempre stati profondamente intrecciati.

Il cibo ha definito appartenenze sociali, desiderabilità, disciplina, educazione, controllo. Ha stabilito chi poteva permettersi l’eccesso e chi invece doveva imparare la privazione. Chi poteva occupare spazio e chi invece doveva servire. Anche il rapporto tra il femminile e il cibo è sempre stato costruito dentro una tensione costante: nutrire ma non eccedere, desiderare ma contenersi, cucinare ma restare invisibili. Per questo oggi riprendere il cibo come linguaggio artistico e politico significa inevitabilmente confrontarsi anche con tutte le stratificazioni culturali che porta con sé. Lavorare con il cibo per me significa quindi tentare di ribaltare quei codici.

Riportare l’idea che le norme possano essere sdoganate, che ciò che storicamente ha creato distanza possa invece diventare spazio condiviso. Mi interessa lavorare proprio dentro questa contraddizione: trasformare ciò che per secoli è stato strumento di controllo in possibilità di relazione, vulnerabilità e libertà. Ed è proprio da questo ritorno che nasce Anarchia Alimentare.
Quasi come se il cerchio si fosse chiuso.

Qual è, dunque, il manifesto ideale dell’universo radicale e queer di Anarchia Alimentare?

Anarchia per me non è caos, ma possibilità di ripensare le strutture che regolano il nostro modo di stare insieme. È il tentativo di utilizzare il cibo, la tavola e la convivialità come strumenti per creare nuove forme di relazione, più orizzontali, più vulnerabili, più libere. Per questo il cibo è diventato per me una forma d’arte, una forma di espressione e anche una forma di manifesto. Perché il cibo parla della vita più di qualsiasi altra cosa: parla del dissipare, del consumare, dell’abitare il tempo, della trasformazione continua. E forse proprio per questo riesce a essere così profondamente umano. Fare della mia arte gentilezza significa anche dare un’attitudine precisa a ciò che faccio.
Credo che oggi la gentilezza possa essere una forma radicale di presenza e persino di rivolta. Il cibo è gentile per natura: entra nei corpi, crea ascolto, abbassa le difese, mette le persone nella condizione di condividere qualcosa senza necessariamente doverlo spiegare. E proprio per questo può diventare uno strumento estremamente potente. Mi interessa una forma di rivoluzione che non passi dalla violenza dell’imposizione, ma dalla possibilità di creare nuovi modi di stare insieme.
Con garbo, con immediatezza, con vulnerabilità.

Ed è anche per questo che considero il cibo profondamente queer: perché destabilizza le gerarchie, scioglie i ruoli fissi, attraversa il corpo, il desiderio, l’identità e la relazione in maniera fluida. Il mio motto infatti è: “BLESSED ARE THE QUEERS COOKIN’ FOR EACH OTHER TO MAKE IT QUEER AGAIN”. Per me significa questo: usare il cibo per riaprire possibilità. Renderlo uno spazio libero, emotivo, politico, accessibile, non normativo. Un luogo dove le persone possano smettere di performare e tornare semplicemente a partecipare.

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I tuoi progetti si nutrono di continue collaborazioni con creativi provenienti da orizzonti differenti. Come si strutturano queste contaminazioni?

Queste contaminazioni nascono per me quasi come una forma di styling tridimensionale. Come se ogni progetto, per poter prendere realmente forma, avesse bisogno di scegliere le proprie materie, i propri ingredienti, le proprie presenze. Artisti, designer, chef, artigiani e realtà indipendenti vengono scelti come si scelgono delle essenze dentro una composizione: perché possiedono una sensibilità, un linguaggio o una tensione capaci di interpretare l’idea madre e darle corpo attraverso la loro pratica.

Spesso queste connessioni nascono dalla mia ammirazione verso alcuni tratti specifici del loro lavoro, ma anche dalla possibilità di intersecarsi pur provenendo da mondi differenti. A volte avviene per coerenza di pensiero, altre volte invece per contrasto. Ed è proprio in quella tensione che inizia a emergere qualcosa di vivo. È quasi come creare un’orchestra che suoni dentro un’opera totale. Ogni persona diventa uno strumento differente che partecipa alla stessa sinfonia, mantenendo però il proprio timbro, la propria sensibilità, la propria voce. E forse è proprio questo l’aspetto più importante: il risultato finale per me conta meno del percorso che porta alla costruzione dell’evento stesso.

La vera opera nasce nel processo umano, nella trasformazione reciproca, nelle conversazioni, negli errori, negli attraversamenti che accadono durante la costruzione. Non mi interessa la collaborazione nel senso convenzionale del termine, come semplice somma di competenze. Mi interessa creare ecosistemi temporanei dove ogni persona diventi parte della costruzione emotiva e simbolica dell’esperienza. Per questo considero queste figure quasi come elementi performativi. Sono loro, attraverso la propria presenza e il proprio linguaggio, a diventare l’origine stessa della performance. Oggi viviamo in una contemporaneità estremamente settoriale: il designer fa il designer, il cuoco fa il cuoco, l’artista fa l’artista.

A me invece interessa quello spazio liminale dove i linguaggi iniziano a contaminarsi fino quasi a perdere il proprio confine originario.

Questa urgenza di ibridazione nasce da un rifiuto delle attuali logiche di iper-specializzazione del lavoro?

Credo che ogni linguaggio creativo abbia una propria tecnica e una propria materia, ma che tutti condividano la stessa necessità: interpretare il corpo umano e il modo in cui abitiamo il mondo. Per questo per me cucinare, allestire, vestire o progettare non sono pratiche così lontane.

Sono tutti sistemi che costruiscono immaginari, relazioni, posture emotive e modi di stare insieme. La contaminazione per me avviene quando smettiamo di trattare le discipline come compartimenti chiusi e iniziamo invece a viverle come organismi permeabili. Spesso i progetti nascono in maniera estremamente organica: cucinando insieme, raccogliendo materiali, costruendo tavole, parlando per ore, attraversando spazi naturali o urbani. La parte più importante non è mai soltanto il risultato finale, ma il processo umano che si crea durante quella costruzione. Anche perché credo che oggi abbiamo perso il senso del co-creare per troppa fame di un’affermazione individualistica.

Produciamo continuamente immagini, ma raramente costruiamo esperienze collettive autentiche. Per questo mi interessa creare situazioni dove le persone smettano di performare il proprio ruolo professionale e inizino a entrare in relazione in maniera più fragile, intuitiva e umana ispirandosi reciprocamente. Le contaminazioni più interessanti, infatti, non sono mai lineari. Nascono sempre da una tensione, da un attrito, da qualcosa che inizialmente sembra incompatibile. È un po’ quello che succede nel mio lavoro tra moda, cibo, performance e ricerca queer: non mi interessa trovare una sintesi perfetta, ma lasciare che questi linguaggi si attraversino e si modifichino reciprocamente. E forse è proprio lì che emerge qualcosa di contemporaneo.

Non nell’idea di disciplina chiusa, ma nella possibilità di creare costellazioni emotive e culturali dove le persone possano sentirsi finalmente “a casa” e non figlie del proprio codice ateco.

Quali sono i canoni estetici dominanti da cui cerchi programmaticamente di prendere le distanze?

Mi interessa rompere l’idea di una perfezione controllata. Credo che oggi viviamo dentro un’estetica estremamente levigata, dove tutto deve essere immediatamente leggibile, desiderabile e performante. I canoni estetici su cui rifletto maggiormente sono quelli dell’anti-uniforme. E con “uniforme” non intendo soltanto l’abito, ma tutto ciò che definisce rigidamente un ruolo, una classe: stereotipo, standardizzazione, aspettativa sociale, identità fissa.

Gli abiti, le ricette, gli oggetti, gli usi e i costumi, il galateo, nascondono e vestono come uniformi gli umori, i doveri e le possibilità dell’individuo nel palcoscenico della società. Credo che il genere sia il primo e più potente tra questi dispositivi. La femminilità e la mascolinità, per come sono state costruite culturalmente, rappresentano enormi sovrastrutture che si insinuano inconsapevolmente nel nostro modo di agire, desiderare, lavorare e persino abitare il corpo. Nella complessità si crea una semplicità di immagini complesse che costituiscono la realtà di cui facciamo parte andando a definire la soglia del possibile e del reale. Per questo credo fortemente che per lavorare sul ridefinire il senso delle uniformi serva lavorare sull’immagine, sull’estetica perché le forme i colori e la materia costituiscono un linguaggio impalpabile, un alfabeto di significati che rimanda a quell’immaginario.

Gli effetti di questi immaginari si riflettono ovunque: nell’estetica, nella politica, nel lavoro, nel design, nella musica, nelle immagini, perfino nelle ricette e nei gesti quotidiani. Il genere, così come è stato concepito fino ad oggi, spesso funziona come un dispositivo che divide, autorizza o nega, conferma o ridimensiona. Per questo mi interessa sciogliere le uniformi del genere: perché significa inevitabilmente scoperchiare un intero sistema di aspettative legate ai ruoli sociali.

E forse è anche per questo che sono sempre stata attratta da figure marginali: la donna nuda, la prostituta, ciò che eccede il perimetro della rispettabilità.
Perché ciò che vive ai margini spesso smette di dover performare l’accettabilità sociale e diventa, paradossalmente, più libero.

Nei tuoi ambienti performativi, l’imperfezione dei corpi e degli oggetti consumati diventa un manifesto critico contro le rigide imposizioni comportamentali?

La contemporaneità ci ha abituati a corpi corretti, immagini corrette, identità corrette. Anche la convivialità oggi viene spesso trasformata in qualcosa di estremamente estetizzato, ma completamente immobile. Una rappresentazione più che un’esperienza del reale. Io invece sono interessata a tutto ciò che si trasforma. Alle tracce lasciate dai corpi, agli oggetti consumati, alle composizioni che si disfano, ai momenti in cui qualcosa perde controllo e diventa umano.

Mi interessa l’imperfezione come linguaggio emotivo. Perché è proprio lì che emerge autenticità. Anche il galateo è qualcosa che mi interessa mettere in discussione. Non per provocazione fine a sé stessa, ma perché moltissime regole estetiche e comportamentali nascono da strutture normative molto profonde: classe sociale, genere, educazione, controllo del corpo. Mi interessa interrogare continuamente i codici della femminilità e della mascolinità.

Cosa significa davvero essere donna o essere uomo? Quanto peso hanno gli abiti nel costruire queste percezioni? Quanto del nostro modo di apparire, muoverci o desiderare è realmente spontaneo, e quanto invece è una performance appresa culturalmente? Tratto il genere quasi come un’immagine che ogni giorno tentiamo di vestire, ma che spesso diventa troppo stretta rispetto alla moltitudine di immagini attraverso cui potremmo riconorcerci. E quando parlo di immagini penso molto anche a James Hillman e alla sua idea delle “immagini del cuore”: immagini profonde, interiori, simboliche, lontanissime dalle facies superficiali, commerciali e standardizzate che la contemporaneità ci impone continuamente.

Per secoli il corpo è stato disciplinato attraverso l’abito, il comportamento, la postura, la voce, il modo di stare a tavola o di occupare spazio. E spesso tutto questo ha creato distanza più che connessione. Il mio lavoro cerca invece di sciogliere queste rigidità. Mi interessa creare situazioni dove le persone possano perdere postura, perdere controllo, uscire dall’immagine che stanno costruendo di sé.

Da dove scaturisce questo sguardo inedito e destabilizzante sulla realtà quotidiana e come si inserisce nel panorama dell’arte contemporanea?

Perché credo che la vera bellezza oggi non sia la perfezione, ma la possibilità di mostrarsi vulnerabili senza paura. Nasce da qui anche il mio elogio della gentilezza come forma di quiet revolution.
Anche dal punto di vista estetico mi interessa lavorare sulla contraddizione: il fragile accanto al tecnico, il sofisticato accanto al grezzo, il rituale accanto all’istinto. Credo che sia proprio nella tensione tra opposti che emerga qualcosa di vivo. Il mio approccio è naïf nel senso più profondo del termine.
Cerco di guardare le cose come fanno i bambini: prima ancora di sapere che una margherita abbia un nome, ne percepiscono il colore, il profumo, la presenza. La vivono prima di ridurla a nomenclatura. Credo che la nostra società, così veloce e ossessionata dalla razionalizzazione, si sia progressivamente cristallizzata in una forma di pensiero estremamente miope. Abbiamo imparato a classificare tutto, ma spesso non riusciamo più a provare stupore.

E forse il canone più grande che cerco di infrangere è proprio questo: l’idea dell’uniforme come destino estetico e sociale. Tutta l’estetica possiede una dimensione semiotica: forme, colori, materiali, rituali e comportamenti costruiscono continuamente significati e quindi costruiscono anche strutture sociali. Per questo credo che lavorare sull’estetica significhi inevitabilmente lavorare sull’immaginario collettivo. Perché ciò che vediamo continuamente finisce per definire anche ciò che crediamo possibile. Oggi però viviamo in una contemporaneità estremamente standardizzata, dove tutto tende a essere ottimizzato, riconoscibile, immediato. E questa standardizzazione produce una perdita progressiva di complessità, di stupore e persino di speranza. Credo che molta arte contemporanea abbia perso parte della propria capacità di interpretare i sentimenti reali della società, diventando spesso qualcosa da osservare più che da vivere.

L’opera appesa al muro rimane immobile, mentre le persone continuano a cercare disperatamente spazi in cui riconoscersi.

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Qual è allora il reale fine dell’azione e della costruzione di un rituale artistico oggi?

A me interessa invece creare immagini, esperienze e rituali che restituiscano possibilità. Immagini capaci di riaprire il desiderio, l’immaginazione, la vulnerabilità e la percezione del futuro. Perché oggi i nostri sguardi sono completamente schiacciati sul presente: sulla performance, sulla produttività, sull’immediatezza.

E quando una società perde la capacità di immaginare il futuro, perde inevitabilmente anche una parte della propria umanità. Forse è proprio qui che la bellezza torna ad avere un valore politico. Non come decorazione, ma come possibilità di ricostruire immaginari più liberi, più umani, più condivisi. E se la bellezza può ancora salvare il mondo, credo sia perché riesce a generare nuove immagini interiori in un momento storico che sembra aver smarrito perfino l’immagine del futuro.

Questa riappropriazione del futuro passa necessariamente attraverso un rallentamento radicale del nostro tempo?

In realtà il mio agire è un elogio alla lentezza. Penso che oggi rallentare non sia un gesto romantico, ma una necessità politica, emotiva e culturale. Se “La libertà guidasse il popolo” oggi camminerebbe senza correre. Credo che una delle rivolte più grandi che si possano fare oggi sia proprio scegliere la lentezza.

Ritrovare un tempo vero e degli spazi veri. Milano, da questo punto di vista, mi ha fatto scuola. Mi ha fatto capire quanto la contemporaneità ci abitui all’idea che non ci sia mai abbastanza tempo e mai abbastanza spazio per poter essere davvero noi stessi. Viviamo continuamente dentro una condizione di scomodità che abbiamo finito per normalizzare. Corriamo instancabilmente da una cosa all’altra, performiamo continuamente produttività, presenza, desiderabilità, e nel frattempo smettiamo di chiederci una domanda fondamentale: dove va il nostro tempo? Chi ce lo sta portando via? Perché il tempo è una questione profondamente individuale. È una scelta.

Nessuno ci dona davvero il tempo e nessuno ce lo sottrae completamente: esiste una responsabilità personale nel decidere come abitarlo. E forse oggi essere “egoisti” con il proprio tempo è diventato necessario. Significa smettere di vivere costantemente attraverso le vite degli altri, attraverso immagini, fotografie, contenuti e rappresentazioni continue. Siamo diventati una società che osserva moltissimo ma agisce sempre meno sulla propria esistenza.

È un tema su cui sto riflettendo molto anche insieme ad artisti e realtà come Fondazione Sozzani: il fatto che siamo diventati quasi una società cinematografica, spettatori permanenti di vite altrui. Guardiamo, archiviamo, scorriamo, desideriamo, ma spesso facciamo fatica ad attraversare davvero la nostra esperienza. Ed è proprio per questo che credo sia necessario tornare al dibattito, alla conversazione reale, al confronto umano. E farlo a tavola, che storicamente è il luogo per eccellenza dove diplomazia e amore si incontrano.

Che cosa succede ai corpi nel momento esatto in cui si raccolgono attorno a una dimensione conviviale?

La tavola obbliga i corpi a fermarsi. A condividere tempo. A sostenere lo sguardo dell’altro. A esistere nello stesso momento. Per me creare momenti condivisi attorno alla tavola significa costruire uno spazio dove il tempo torni a essere vissuto e non soltanto attraversato.

Un tempo più corporeo, più vulnerabile, più umano. Non mi interessa la nostalgia della lentezza. Non penso che il passato fosse necessariamente migliore. Mi interessa piuttosto capire come possiamo ricostruire forme contemporanee di presenza e relazione senza essere completamente assorbiti dalla logica della velocità e del consumo. Per me il tempo è anche una materia progettuale. Così come si scelgono colori, luci o materiali, scelgo anche la durata delle cose, le pause, l’attesa, il ritmo con cui un’esperienza deve accadere. Perché credo che moltissime trasformazioni umane avvengano proprio nei tempi morti, nei silenzi, nelle attese, nei momenti che oggi tendiamo continuamente a eliminare.

La tavola in questo senso diventa quasi un dispositivo temporale. Uno spazio dove le persone sono costrette a rallentare il corpo, lo sguardo e il linguaggio. Dico spesso “Girls urge to have more breakfast” proprio per questo. Per ricordarci che dobbiamo riprenderci il tempo più prezioso: quello del mattino.

Quel tempo ancora pieno di energia, di possibilità, di lucidità. Un tempo che il sistema vorrebbe immediatamente capitalizzare, rendere efficiente, trasformare in produttività. E invece credo che dovremmo usarlo per ascoltarci, per pensare e ripensare a noi stessi, a ciò che facciamo nel mondo, ai desideri che stiamo realmente coltivando.

Qual è l’antidoto alla routine alienante e performativa imposta dal sistema contemporaneo?

Perché altrimenti rischiamo di affidarci completamente alla giostra vorticosa della routine: una macchina che addolcisce, anestetizza e lentamente addormenta. E forse è proprio questo che oggi percepiamo come utopico: la possibilità di vivere qualcosa senza doverlo immediatamente ottimizzare, consumare o trasformare in performance. Ma io non credo nell’utopia come evasione dalla realtà. Mi interessa l’utopia come esercizio concreto di possibilità.

Anche perché molte delle strutture che oggi consideriamo “naturali” – il modo in cui lavoriamo, produciamo, consumiamo, performiamo noi stessi – sono in realtà costruzioni culturali. E se sono state costruite, possono anche essere ripensate. Per questo il mio lavoro cerca di creare “non luoghi” di disobbedienza gentile. Situazioni in cui le persone possano temporaneamente uscire dalla pressione dell’efficienza, della definizione e della rappresentazione continua.

E forse proprio perché oggi viviamo in un mondo estremamente veloce, abbiamo ancora più bisogno di esperienze che ci ricordino cosa significhi essere presenti davvero.

In questo rifiuto netto dell’iper-esposizione e dell’eccezionalità a tutti i costi, emerge un concetto affascinante: “l’elogio della donna insipida”. Che cosa rappresenta?

Credo che il tema su cui sto riflettendo maggiormente oggi sia un elogio del non essere performance.

Viviamo in una società che ci spinge continuamente a costruire una versione leggibile, desiderabile e coerente di noi stessi. Tutto deve essere facile, veloce, performante. Dopo la riflessione sulla società del cinema, questa idea di una contemporaneità composta da spettatori permanenti delle vite altrui, e dopo aver lavorato molto anche sull’immagine del supermercato come luogo della sovrapproduzione del desiderio, sto iniziando a fare bandiera di ciò che definisco “l’elogio della donna insipida”. Una figura che non riguarda soltanto il femminile, ma una condizione contemporanea più ampia. La donna insipida è il contrario della performance continua.

È una presenza che smette di voler risultare eccezionale, desiderabile o impeccabile a tutti i costi. Mi interessa la bellezza di esistere fuori dallo spettro del giudizio. La possibilità di diventare indifferenti rispetto alla necessità continua di essere validati, desiderati o riconosciuti. Per questo sento molto vicino il margine.

Non come luogo di esclusione, ma come spazio fertile da ripopolare. Storicamente tutto ciò che è stato marginale – identità queer, corpi non conformi, figure eccentriche, comunità ibride – ha sempre generato nuovi linguaggi, nuove estetiche e nuove possibilità di esistenza. Perché il margine non è ancora completamente irrigidito dalla norma. Ed è qui che ritorna anche il tema dell’orizzontalità e della nicchia. Mi interessa creare spazi piccoli, profondi, non verticali. Spazi dove le persone non debbano continuamente rappresentare uno status, ma possano semplicemente attraversare un’esperienza. Anche il concetto di femminilità, per me, si muove dentro questa riflessione. Non credo alla femminilità come qualcosa legato rigidamente al genere o al corpo biologico.

Come si concretizza visivamente l’immaginario di Anarchia in opposizione alla saturazione visiva odierna?

Mi interessa pensare la femminilità quasi come un aggettivo, una qualità sensibile che può attraversare chiunque. Una possibilità emotiva, estetica e relazionale che non deve necessariamente coincidere con la stereotipizzazione del femminile. Credo che oggi siamo immersi in una baraonda continua di immagini, significati e desideri prefabbricati. Una sovrapproduzione estetica che ci spinge costantemente a desiderare, rappresentare, consumare e performare, senza lasciarci davvero il tempo di comprendere cosa sentiamo.

Per questo ciò che mi interessa non è aggiungere altro rumore, ma creare una forma di manifestazione diversa. Più umana. Più vulnerabile. Più essenziale. Sento il bisogno di un ritorno all’umanesimo del corpo e al minimalismo dell’anima. Un ritorno a corpi che non debbano continuamente giustificarsi attraverso l’immagine.

A relazioni che non esistano soltanto come rappresentazione sociale. A desideri che non siano immediatamente tradotti in consumo. Forse oggi il vero gesto radicale è togliere invece che aggiungere. Sottrarsi alla saturazione. Rallentare il linguaggio. Lasciare spazio al silenzio, all’imperfezione, alla presenza reale. Per questo mi interessa tutto ciò che interrompe la rappresentazione continua: la vulnerabilità reale, il desiderio non filtrato, il corpo che smette di controllarsi, la possibilità di esistere senza dover continuamente performare sé stessi. E forse, in fondo, ciò che sto cercando di fare è proprio questo: popolare di immagini, personalità, corpi e situazioni quello che è l’immaginario di Anarchia.

Un immaginario che associo spesso, metaforicamente, al muro che appare nel City of Women: una superficie ricolma, strabordante di schermi, immagini, desideri e simboli.

Ma dove, in mezzo a tutto quel rumore visivo, si continua ancora disperatamente a cercare qualcosa di umano.

Se dovessi scegliere tre parole chiave per definire la tua arte, quali sarebbero?

[Gentile / Anarchica / Temporale] Il che detiene il senso del Contrasto tra i termini nel definirla Arte Temporale in quanto prevede di essere dissipata e nel farlo mette il soggetto al centro: Gentilmente Anarchica perché crea stupore sovvertendo il canone, non come manifesto ma atto in sé.

Se venissi nel tuo studio, cosa troverei? Quadri, libri, piante, tecnologia, dischi…?

Il mio studio assomiglia ad un Bazar, un insieme di oggetti disposti come i dolci nelle vetrine di una pasticceria, quadri appoggiati, libri impilati, e mazzi di fiori secchi che mi hanno chiamata, che e del quale ho ripensato l’uso e il significato.

Non è inusuale trovare torte in tessuto, quadri in pane e dipinti di nonne nude che abitano le pareti o pile di libri scelti sempre per casuale intuizione, ma che mi hanno sempre portato in una direzione a me ben precisa. Mi sento molto a casa in mezzo agli oggetti che ritengo gentili.

In un mondo governato da logiche algoritmiche e visibilità usa-e-getta, qual è l’orizzonte di questa disobbedienza?

Non credo che oggi esista uno spazio fisico preciso a cui disobbedire. Credo piuttosto che esista un intero sistema. Viviamo molto più dentro una dimensione digitale che umana. Una dimensione costruita su aspettative, proiezioni, miti artificiali e continue performance dell’identità. Tendiamo a iconicizzare il banale semplicemente perché viene raccontato meglio, più velocemente o più strategicamente di qualcosa che invece possiede un valore reale e umano. E credo che proprio il sistema del “bello” – quello dentro cui rientrano moda, arte, musica e comunicazione – abbia progressivamente perso parte del suo potere catalizzatore e trasformativo in funzione di una commercializzazione estremamente aggressiva.

Oggi il valore viene spesso misurato attraverso la visibilità, la replicabilità e la presenza costante dell’immagine. Non attraverso il contenuto, la profondità o la capacità di generare trasformazione. È un sistema che funziona attraverso regole invisibili e non scritte. Un sistema che tende a trattare le persone come prodotti più che come soggetti. Ed è forse proprio questo il non-luogo a cui sento più urgente disobbedire. Viviamo in un presente dove la comunicazione costruisce ideali e li distrugge un secondo dopo.

Percepisco una grandissima ipocrisia contemporanea in questo meccanismo. Creiamo icone continuamente, ma spesso sono icone nate già come prodotto. Figure il cui ruolo sociale coincide direttamente con la propria esposizione permanente. E poi il giorno dopo le demonizziamo. Per noia, per saturazione, per cambio di trend. Abbiamo quasi smarrito il senso umano dell’ammirazione. Non guardiamo più gli altri come individui complessi, ma come immagini da consumare.

C’è modo di ribaltare questa mercificazione dell’esperienza per tornare a una dimensione realmente interpersonale?

E non credo nemmeno che questo sia completamente da demonizzare, perché è inevitabilmente il risultato di una società capitalistica che ci ha insegnato a percepire il valore non attraverso la qualità dell’esperienza, ma attraverso la quantità di volte in cui vediamo replicata un’immagine. Per questo oggi sento il bisogno di creare spazi che interrompano questa logica. Spazi dove le persone possano tornare a essere presenza e non soltanto rappresentazione.

Forse è anche per questo che torno continuamente alla tavola, al cibo, al corpo e al tempo condiviso. Perché sono tra gli ultimi luoghi dove qualcosa accade ancora realmente, senza poter essere completamente filtrato o ottimizzato. E credo che oggi la vera disobbedienza sia proprio questa: tornare a percepire gli esseri umani come esseri umani, e non come immagini.

Credo che la soluzione non debba essere distruttiva, ma che debba operare come un risveglio delle coscienze, perché credo profondamente che la rivoluzione sia possibile solo se a farla siano molteplici le voci, gli assoli hanno una scadenza.

Tornando alla quotidianità: qual è il tuo rituale di resistenza personale?

Credo sia il mattino. La colazione è per me uno spazio di interzona dove il tempo torna a essere soltanto mio. Un momento sospeso, ancora non contaminato completamente dalla velocità, dalla performance e dalle richieste continue della contemporaneità. A casa mia la domenica mattina era il tempo del dibattito. Il momento in cui, dopo una settimana, ci si ritrovava attorno alla tavola e si parlava davvero. Si discuteva, si condividevano idee, visioni, pensieri, tensioni.

Credo che quella dimensione mi sia rimasta dentro in maniera molto profonda. E forse oggi cerco continuamente di ritornare lì. Per questo difendo molto il momento della colazione, del caffè, del cucinare per noi stessi. Non come semplice routine, ma quasi come una carezza.

Dico spesso “Girls urge to have more breakfast” proprio per questo. Per ricordarci che dovremmo prenderci il tempo più prezioso della giornata: quello in cui la nostra energia non è ancora stata completamente assorbita dalla produttività, dalle immagini e dalla pressione sociale. Credo che oggi siamo continuamente spinti a pensarci soltanto come individui che devono funzionare, produrre e performare. Io invece cerco di tornare ogni giorno all’idea di essere prima di tutto una persona. Per me il rituale quotidiano è proprio questo: creare uno spazio dove poter ancora ascoltare il corpo, il pensiero e il desiderio prima che vengano sommersi dal rumore del mondo.

Per leggere, confrontarsi, costruirci un pensiero con cui attraversare il quotidiano. Sono gesti molto semplici, ma credo profondamente che siano proprio i piccoli rituali a costruire il modo in cui abitiamo la vita. Anche perché il rituale, per come lo intendo io, non è qualcosa di nostalgico o spirituale in senso decorativo. È una struttura emotiva che ci permette di restare presenti. E forse oggi la presenza è una delle cose più difficili da difendere.

C’è un dato biologico o personale che muove questa tua necessità di elaborare e “digerire” il mondo attraverso un filtro così viscerale?

Sono una persona che vive tutto molto di pancia. Quello è il mio centro. Sono nata senza il cardias e mi piace pensare che sia stato così perché ci potesse essere un filo diretto tra stomaco e mente. Credo di avere una grande sensibilità, e penso che sia proprio questa la cosa che mi permette di leggere le persone, di percepirne lo stato emotivo, le tensioni, le fragilità, persino i silenzi. Mi viene naturale mettermi nel punto di vista degli altri e cercare di comprenderne la postura emotiva.

Per molto tempo però la razionalità mi ha affascinata e spaventata allo stesso tempo. Mi terrorizzava l’idea che potesse esistere un giusto e uno sbagliato assoluto, e credo che questa paura di sbagliare mi abbia portata spesso a dubitare profondamente del mio istinto. Macero le emozioni nei miei reni: ho avuto diverse esperienze cliniche dove la tensione e la fatica mentale mi hanno portato a burn out mentali e fisici per paura di fallire. Poi però ho capito che continuare a cercare conferme esterne mi allontanava sempre di più dalla semplicità con cui la me bambina avrebbe danzato sulla vita. E quindi ho imparato lentamente a tornare alle mie sensazioni. Ad affidarmi all’intuizione, all’ascolto, a quella parte più istintiva e vulnerabile che per anni avevo cercato di controllare. Credo fortemente che la componente dell’inconsapevolezza sia come acqua e zucchero per i marinai di Coleridge, in mare appiattito dalla razionalità.

Questa è infatti la mia Aurea Mediocritas, che mi permette di navigare non troppo lontano tra la tempesta, ma nemmeno troppo vicino alla costa. Oggi credo che proprio queste sensazioni siano diventate le mie costellazioni cardinali. Il punto da cui parto per leggere il mondo e costruire ciò che faccio.

Pensi che la razionalità assoluta sia diventata una sorta di gabbia per la società contemporanea?

Credo infatti che la razionalità sia spesso una forma di maschera. Da un lato ci protegge dalla paura del non sapere, dall’altro limita profondamente l’esperienza che facciamo di noi stessi. Viviamo in una società che ci porta continuamente a cercare definizioni, spiegazioni, validazioni esterne.

Ma credo che molte delle risposte che cerchiamo esistano già dentro di noi. Se davvero ci ascoltassimo, probabilmente sapremmo già moltissimo. La consapevolezza ci appartiene naturalmente, anche se spesso l’orgoglio, la paura o il bisogno di controllo finiscono per sovrastarla. Per questo per me le emozioni non sono qualcosa di irrazionale da correggere. Sono una forma di conoscenza.

La razionalità arriva dopo, quasi come una medicina placebo, è un ideale che fa perdere intensità e colore. Non è un caso che i secoli attraversati da più buio e paure si siano riversati nel sapere scientifico abbandonando la visceralità dell’emozione, per sfuggire dalla volubilità naturale del mondo. Ed è forse proprio questa tensione continua tra sensibilità e costruzione che definisce il mio lavoro: un tentativo di trasformare emozioni profondamente intime in esperienze collettive e condivisibili che facciano riscoprire il lato umano che ancora è radicato in noi.

Cosa ti fa batteri il cuore?

Mi fanno battere il cuore le persone.
Quelle che hanno passione. Quelle che continuano a credere nei propri ideali anche quando sarebbe più semplice diventare cinici o arrendersi alla stanchezza.
Mi emozionano le persone che hanno fame di cambiare il mondo, anche nel loro piccolo. Chi continua a costruire qualcosa pur sapendo che probabilmente non sarà mai perfetto. Chi non cambia bandiera per convenienza o per perbenismo. Credo profondamente nell’importanza del conflitto umano, del confronto, della discussione. Perché per costruire davvero qualcosa bisogna anche avere il coraggio di rompere. Mi fanno battere il cuore le persone che sanno esporsi, prendere posizione, mettersi in discussione. Chi conserva ancora una tensione viva verso il desiderio, verso la ricerca, verso la possibilità di trasformazione. Gli imperfetti, gli invertiti, gli inesatti, chi non balla a tempo. Perché significa essere vivi.

Vorrei citare il primo manifesto di Anarchia quando Anarchia era solo un nome, prima di farsi cornice prima di farsi Alimentare.

“Mi hanno insegnato che c’è sempre un tempo. Un tempo per ogni cosa. Ma io non ho mai saputo stare a tempo. Non ho avuto un’insegnante di ballo, o forse non l’ho mai ascoltata. Non ho mai seguito neanche le ricette, ho sempre proporzionato tutto con il cuore. Non perché non volessi, ma perché proprio non ne sono capace. Perché forse ogni cosa ha il suo tempo o forse essere pronti non conta se non ci si lancia. Per questo lo chiamo il tempo delle pere. Loro sono verdi già ad agosto, ma hanno il cuore ancora stretto e legano la bocca di chi il tempo non lo misura, ma lo mangia. Non sono mai stata zitta. Non perché non volessi, ma perché proprio non ne sono capace. Con il sale in tasca, mi sono resa conto che il cuore degli affetti risiede spesso in un pasto. Sento la responsabilità di riportare le persone alla tavola dove le generazioni si incontrano e si svestono del loro sapere per scambiare i panni, il trascorso, come succedeva davanti al fuoco. Il fuoco ha fatto nascere la società, il cibo l’ha tenuta insieme. A chi nelle balere sembra avere una sua canzone dentro, servendoti il piatto e sbattendo il bicchiere con lo sguardo. A chi invece come un fauno intorno al fuoco il suo tempo se lo costruisce e tra le maniche del suo maglione ti accoglie. A chi il tempo non si sente perché in fondo non gli appartiene. A chi disobbedisce, ma non va mai via senza salutare, come l’odor di salvia sulle mani. Che ci sia sempre una tavola, là in fondo dove poter sedere, anche a terra, attorno cui ballare e fermare il tempo. Perché sanno più di caldo i passi su cui tornare di quelli a tempo. Le donne al vino. Il latte alla poesia. Le pere al loro tempoosas ti fa . Blessed are the queers cooking for each other”.

 

L’ARTISTA

Miriam Tonato è designer e artista Alimentare.
Attraverso Anarchia Alimentare lavora sul tavolo come non-luogo, uno spazio in cui arte, cibo e gestualità coesistono e si fanno performance.

La sua ricerca indaga la tavola come strumento concettuale e sociale, capace di ripensare il rapporto tra abito, abitare e convivialità dando vita ad un nuovo galateo contemporaneo.

INFO

https://miriamtonatowordesign.cargo.site/
@miriamtonato_
@anarchiaalimentare

 

LA PLAYLIST

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