I Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia fino al 17 gennaio 2027, ospitano Gregory Crewdson. Eveningside, una mostra curata da Jean-Charles Vergne che riunisce tre cicli fotografici realizzati dall’artista americano tra il 2012 e il 2022.

Al centro dell’esposizione, la capacità di Crewdson di trasformare la provincia statunitense in un teatro di inquietudini private e fratture collettive, attraverso immagini minuziosamente costruite tra fotografia, cinema e pittura. Dalle foreste di Cathedral of the Pines ai paesaggi industriali di An Eclipse of Moths, fino agli ambienti urbani in bianco e nero di Eveningside, emerge un’indagine sulla solitudine e sulle contraddizioni della società americana, affidata a scene in cui ogni dettaglio sembra custodire una storia rimasta in sospeso.
La mostra permette di seguire l’evoluzione di un immaginario che, nel corso di un decennio, ha progressivamente spostato il proprio centro d’interesse dalla dimensione privata alla rappresentazione della comunità. Il progetto, nato da una committenza delle Gallerie d’Italia di Torino nel 2022, nell’ambito delle Travelling Exhibition del museo, arriva a Reggio Emilia dopo un itinerario internazionale. L’accostamento delle tre serie restituisce una ricerca coerente, nella quale il controllo formale della scena diventa uno strumento per interrogare le trasformazioni sociali e la fragilità dell’esperienza individuale.

Nelle immagini di Gregory Crewdson nulla sembra affidato al caso. Gli ambienti sono allestiti, le figure dirette, gli oggetti disposti secondo una precisa logica compositiva. La luce, studiata con una meticolosità prossima a quella cinematografica, determina la percezione dello spazio e governa il rapporto tra ciò che appare e ciò che rimane in ombra. Ogni fotografia è il risultato di una complessa messinscena, ma la sua natura artificiale non allontana l’artista dalla realtà. Al contrario, gli consente di renderne visibili le contraddizioni.
Le strade, le case, i boschi, i parcheggi e le aree industriali che ricorrono nel suo lavoro appartengono a un territorio preciso, quello delle piccole città del Massachusetts occidentale. Sono luoghi riconoscibili, attraversati da una quotidianità apparentemente ordinaria, che nelle fotografie assumono una qualità estraniante. Una figura immobile, una finestra illuminata nella notte o un interno domestico possono suggerire un evento senza mai chiarirne la natura. Lo spettatore si trova davanti a una scena che sembra appartenere a una storia già iniziata, ma della quale non conosce né le premesse né la conclusione.
Il rapporto con il cinema è evidente, soprattutto nell’uso della luce e nella disposizione teatrale dei personaggi. Eppure Crewdson non cerca di raccontare una vicenda attraverso una sequenza di azioni. Preferisce isolare un momento e sottrarlo alla continuità temporale, lasciando che siano gli indizi disseminati nell’inquadratura a generare ipotesi. La fotografia diventa così uno spazio narrativo aperto, nel quale la precisione della costruzione convive con l’incertezza del significato.

Realizzata tra il 2012 e il 2014 a Becket, luogo legato all’infanzia dell’artista, Cathedral of the Pines rappresenta il momento più intimo della trilogia. La dimensione domestica e il paesaggio naturale diventano i luoghi attraverso cui Crewdson affronta la memoria, la famiglia e la ricerca di un riparo emotivo. Le figure sembrano abitare uno spazio che dovrebbe proteggerle, ma nel quale permane una distanza difficile da colmare.
I boschi, le radure e gli interni assumono una funzione ambivalente. La natura offre una possibile via di fuga dalla pressione del mondo esterno, senza cancellare il senso di isolamento che attraversa i personaggi. Anche gli ambienti domestici, tradizionalmente associati alla sicurezza, appaiono permeabili a una tensione silenziosa. I gesti sono sospesi, gli sguardi raramente stabiliscono un contatto, le relazioni sembrano consumarsi in una zona d’ombra.
La costruzione fotografica non enfatizza il dramma, ma lo trattiene sul limite della visibilità. È proprio questa reticenza a rendere le immagini perturbanti: l’emozione non viene dichiarata, emerge dalla distanza tra i corpi e gli spazi che li circondano. La dimensione privata si manifesta come un territorio fragile, nel quale la possibilità di trovare un rifugio non coincide necessariamente con quella di sentirsi al sicuro.
Con An Eclipse of Moths (2018-2019), realizzata a Pittsfield, lo sguardo si sposta dalla sfera personale verso un ambiente più ampio, segnato dal declino industriale. Il territorio diventa il deposito materiale di una trasformazione economica e sociale. Le architetture, le strade e gli spazi produttivi raccontano una comunità che deve fare i conti con la perdita di un orizzonte condiviso.
Crewdson affronta questo scenario senza ricorrere alla retorica della rovina. Il disagio affiora nelle situazioni quotidiane, nelle presenze isolate, nelle relazioni interrotte tra gli individui e l’ambiente. La crisi non è rappresentata come un evento eccezionale, ma come una condizione sedimentata nei luoghi e nelle abitudini. La provincia americana perde così ogni connotazione pittoresca e diventa il campo di osservazione di una società frammentata, nella quale le promesse del benessere si confrontano con le conseguenze del loro esaurimento.
La componente politica della ricerca nasce da questa attenzione alle condizioni materiali dell’esistenza. Crewdson non illustra una tesi né impone una lettura univoca delle immagini. Lascia che siano gli spazi, le posture e le relazioni tra i personaggi a suggerire il rapporto tra le vicende individuali e le trasformazioni collettive. Il paesaggio non è più soltanto il luogo in cui si svolge una storia: è parte integrante delle forze che la determinano.
La serie Eveningside introduce un cambiamento formale e concettuale. L’attenzione si avvicina alla vita quotidiana, agli ambienti commerciali, ai luoghi di lavoro e agli spazi di passaggio. Negozi, portici e strade diventano il teatro di situazioni ordinarie, nelle quali i personaggi sembrano assorbiti da pensieri inaccessibili. La città costruita da Crewdson nasce dall’incontro di località reali, ma assume una coerenza visiva autonoma, come se fosse il risultato di una memoria collettiva più che la rappresentazione di un luogo identificabile.
Il passaggio al bianco e nero costituisce una delle scelte decisive del ciclo. Per la prima volta l’artista adotta una tavolozza rigorosamente monocromatica, concentrando l’attenzione sui contrasti luminosi, sulle superfici e sulla struttura degli ambienti. La rinuncia al colore accentua la componente grafica delle composizioni e avvicina le immagini alle atmosfere del film noir e del gotico americano.

Nebbia, pioggia, fumo e foschia, ottenuti attraverso un controllo artificiale delle condizioni atmosferiche, modificano la percezione degli spazi. Anche un ambiente commerciale o una strada di quartiere acquistano una qualità drammatica. La luce separa le figure dal contesto, definisce zone di visibilità e produce ombre che sembrano custodire informazioni sottratte allo sguardo.
In Eveningside il perturbante non dipende dalla presenza di un evento inspiegabile. Nasce piuttosto dalla trasformazione del quotidiano in qualcosa di estraneo. I personaggi non sembrano impegnati in azioni decisive: attendono, osservano, attraversano gli ambienti senza che sia possibile stabilire quale relazione li leghi a ciò che li circonda. La vicinanza fisica non produce necessariamente intimità. La solitudine si manifesta anche nei luoghi pubblici, dentro una comunità che condivide gli stessi spazi senza riuscire a costruire una reale prossimità.
È in questo passaggio che la trilogia acquista una particolare densità. La dimensione privata di Cathedral of the Pines, la crisi territoriale di An Eclipse of Moths e l’osservazione sociale di Eveningside non costituiscono compartimenti separati. Si tratta di prospettive che si sovrappongono: la fragilità degli individui è inseparabile dall’ambiente in cui vivono, mentre le trasformazioni di una comunità si riflettono nelle esistenze dei suoi abitanti.
Uno degli aspetti più interessanti del percorso emerge dal confronto tra fotografie appartenenti a serie differenti. Luoghi, automobili, finestre, oggetti e figure ritornano, creando una rete di corrispondenze che attraversa l’intero decennio. Queste ricorrenze suggeriscono l’esistenza di un mondo narrativo unitario, nel quale ogni immagine conserva la propria autonomia ma acquista nuove risonanze quando viene accostata alle altre.
Il tempo, apparentemente assente nelle fotografie, diventa così una presenza strutturale. La singola immagine arresta un istante, mentre la successione dei lavori restituisce l’idea di una durata. I luoghi cambiano, le persone invecchiano, le generazioni si avvicendano. La vita prosegue al di fuori dell’inquadratura, lasciando tracce che lo spettatore è chiamato a ricomporre.
L’accostamento delle tre serie permette di cogliere la continuità di una ricerca che non si limita a costruire immagini suggestive. Crewdson sviluppa una grammatica visiva riconoscibile, nella quale la bellezza formale non attenua l’inquietudine, ma la rende più incisiva. La precisione della composizione convive con l’ambiguità della scena; la ricchezza dei dettagli non garantisce una comprensione definitiva. Più l’immagine sembra offrire informazioni, più si avverte la distanza da ciò che non è possibile conoscere.
A completare l’esposizione sarà la proiezione di Making Eveningside, film dedicato al processo di realizzazione della serie. Il documentario mostra il lavoro che precede lo scatto: la selezione delle location, la trasformazione degli ambienti, la disposizione degli oggetti, la progettazione della luce e le fasi di post-produzione.
Il dietro le quinte rivela la natura collettiva di un’opera spesso percepita come il prodotto esclusivo dello sguardo individuale del fotografo. Le immagini sono infatti il risultato di un’organizzazione complessa, nella quale la direzione artistica si intreccia con il lavoro di una troupe e con una pianificazione tecnica accurata. La scena che appare spontanea è costruita attraverso una serie di decisioni che ne determinano ogni dettaglio.
Conoscere questo processo non dissolve il mistero delle fotografie. Permette, semmai, di comprendere come l’artificio diventi uno strumento di osservazione del reale. La costruzione non serve a falsificare il mondo, ma a isolare situazioni nelle quali le sue tensioni diventano più leggibili.
La Fondazione Palazzo Magnani affianca alla mostra un programma di incontri dedicati alle questioni sociali, culturali e politiche che attraversano l’opera di Crewdson, con particolare attenzione alle trasformazioni del sogno americano. Sono inoltre previste iniziative per ampliare l’accessibilità del percorso: contenuti in Comunicazione Aumentativa Alternativa realizzati in collaborazione con STRADE/Consorzio Oscar Romero nell’ambito del progetto Reggio Emilia Città Senza Barriere, una guida a cura de Gli Indomiti, progetto editoriale de Il Giardino del Baobab APS, visite dedicate e attività educative per scuole, famiglie e gruppi.

L’artista
Nato a Brooklyn nel 1962, Gregory Crewdson vive e lavora tra New York e il Massachusetts. Si è formato alla SUNY Purchase e alla Yale School of Art di New Haven, dove insegna e dirige gli studi universitari in fotografia. Le sue opere sono state esposte in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Metropolitan Museum of Art, il MoMA, il Whitney Museum e il Guggenheim di New York, il Los Angeles County Museum of Art, il San Francisco Museum of Modern Art, l’Art Institute of Chicago e la National Gallery of Victoria di Melbourne.
Info
Gregory Crewdson. Eveningside
Chiostri di San Pietro, Reggio Emilia
10 ottobre 2026 – 17 gennaio 2027
a cura di Jean-Charles Vergne





