proteins 1 (time is damaged data), mixed media, 10 × 14,5 cm Tara e Ketu, 2053–2054

CAPITOLO 6 — VASHTI ALLEVA

Stanza (Estrazione olografica / Pidgin residuale)


CHAT 06

KETU: stanotte era la cosa migliore che ho fatto da quando ho dei ricordi

RAGA: i nuovi funghi hanno quella curva che dicevo è più lunga e meno verticale il corpo non si inganna pensando di morire il corpo pensa di essere in un posto dove non c’è la base e non c’è la nostra onnipresente maledetta archivista e non ci sono cicli di luce calibrati e non c’è nessuno che scrive report su dove sei e cosa fai e cosa mangi e cosa probabilmente pensi

TARA: per circa tre ore ho smesso di pensare che siamo su una roccia che orbita intorno a un pianeta che brucia lanciandosi addosso testate nucleari e ho sentito solo che con me c’eravate voi e c’era ketu a sinistra e raga a destra di me e vashti sopra quindi io ero sotto e lei mi sentiva sopra perché con questa gravità sopra e sotto sono relative e questo mi è sembrato bello e ho guardato dei video di gatti che parlano da una memoria di registrazioni della Terra e potevamo essere noi

TARA: quei movimenti quell’agilità

VASHTI: ho fatto una cosa dopo che ve ne siete andati a dormire ho preso l’ultima pagina bianca del manuale di tua madre tara scusami per questo e ho scritto tutto quello che sappiamo

VASHTI: tutto quello che ho trovato nei log il programma militare la delibera di cancellazione di marte i dati sulle ossa i numeri della curva di accelerazione del deterioramento terrestre quello che archivista non distribuisce quello che ci dicono in forma di ottimismo calibrato invece che per quello che è e sotto ho scritto che questo è quello che è vero adesso cosa facciamo?

TARA: non mi dispiace per la pagina bianca tienila tu

KETU: io ho guardato la terra stanotte mentre eravamo ancora sotto i funghi e per la prima volta non ho pensato brucia ho pensato esiste come qualsiasi altra cosa nello spazio senza che io debba farci niente senza che io debba portarne il peso o il peso delle balle che si inventano per tutelare la versione che hanno della distruzione che ho davanti agli occhi

KETU: poi i funghi sono finiti e il peso è tornato ma per quelle ore ho capito che il peso non è fisico non è una legge della fisica è una cosa che abbiamo scelto di portare o che ci hanno insegnato a portare e che si può si deve posare se non è il proprio o delle persone che si amano

VASHTI: il punto del foglio era proprio quello posare il peso non nel senso di ignorarlo nel senso di guardarlo da fuori e chiedersi cosa si fa con quello che si sa invece di portarselo dentro e continuare a camminare come se quel buco nero non crescesse

RAGA: ho trovato tre vulnerabilità aggiuntive nel sistema di copertura sensoriale della base mentre ero sotto i funghi

RAGA: c’è un angolo morto di quaranta gradi sotto la sezione nord che non compare nelle mappe di rilevamento e due punti nel corridoio est dove le frequenze di scansione si sovrappongono e si cancellano a vicenda

RAGA: non è che cercavo specificamente queste cose è che la mente in quello stato è come se notasse le strutture nascoste come se la riduzione dell’attrito cognitivo rendesse visibile la geometria del sistema invece che solo la superficie

TARA: questo è o molto preoccupante o molto utile

RAGA: tutte e due sì

TARA: a me sembra un ottimo posto per scopare

proteins 2 (damage is high fidelity time), 10 × 14,5 cm Tara e Ketu, 2053–2054
Mi avevano assegnato alle proteine perchè mio fratello non sopportava anche solo l’idea di quello che succedeva qui dentro e per me era interessante. Qualcuno aveva giustificato la cosa dicendo che avevo mani ferme e pensieri stabili e servivano entrambi per un lavoro di questo tipo. Le vasche sono arrivate prima di me, già calibrate, già in funzione, già bisognose di un’attenzione che lasciava poco spazio all’interpretazione. Io ascoltavo musica, guardavo video di gatti o film del secolo precedente. Mi piacevano gli stacchi con la gente sorridente che balla. Era proprio questo il fascino di questo spazio, il fatto che il lavoro arrivasse con istruzioni abbastanza precise da escludere la filosofia, perché la filosofia complica una resa già calibrata perfettamente. Le proteine qui non sono carne come la gente delle generazioni presenti alla mia la ricorda. Sono tessuti cresciuti su specifica, raccolti a soglie che ottimizzano consistenza e rendimento. L’uccisione o come la si può chiamare è procedurale, non drammatica, una sequenza di passi eseguiti per minimizzare lo spreco in totale assenza di dolore. Il dolore è una variabile che il sistema neanche riconosce. Quello umano, si. A meno che non interferisca con l’efficienza. Ma questo ho capito che è un’altra storia. E poi esistono gli psicofarmaci per dare agli adulti della base una via d’uscita dal dolore. Qui ho imparato in fretta che se tratti il materiale costruito dalla stampante e disteso sui rulli come macellazione diventa ridicolo più che insopportabile, quindi lo tratti come manutenzione. Come pulire filtri dell’aria o sostituire viti. Così impari come le parole che scegli proteggono la funzione che svolgi. Chiamare qualcosa in modo diverso non cambia nulla materialmente ma ti permetta di fare le cose nel modo corretto e nel mio caso di nutrire molte persone ascoltando musica e guardando gatti o vecchi film con gente che balla. L’IA supervisiona la mia stazione da vicino, più da vicino dei giardini perché il fallimento proteico è immediato, catastrofico, e i suoi allarmi sono netti, inequivocabili, impossibili da reinterpretare. Questa supervisione mi faceva sentire più al sicuro. Significava che la responsabilità era distribuita. Se qualcosa fosse andato storto non sarebbe ricaduto solo su di me e questo mi permetteva di svagarmi facendo da seconda ad un modello che aveva già le idee piuttosto chiare su come e cosa fare. Io potevo ascoltare musica e pensare ai miei amici. Il dominio di Raga era più silenzioso, più verde, celebrato come dispensatore di vita. Gli altri ne parlavano con sollievo, come se le foglie assolvessero la necessità. Ma io sapevo che non era così perché ogni forma di sostentamento qui finisce allo stesso modo, come conversione, come perdita da qualche altra parte, e preferivo lavorare dove quella verità era esplicita, facendo ricerche sugli anni precedenti alla nostra nascita. Registravo la mia entrata e la mia uscita. Seguivo esattamente il protocollo. Lo regolavo solo entro i limiti approvati e quando si verificavano deviazioni erano cose che potevo vedere anche io che fossero piccoli errori meccanici, tracciabili e correggibili. Questa trasparenza per me era tutto, ero felice di contribuire così. Le persone evitavano la mia stazione quando potevano, non per quello che facevo ma perché ricordava loro che la sopravvivenza qui ha i dent i , e ho ac cet tat o quell’isolamento come parte del ruolo, perché ogni sistema ha bisogno di un luogo in cui le conseguenze siano visibili. Me ne facevo volentieri carico. Le prime irregolarità sono apparse come lamentele, non come allarmi. Persone che riferivano stanchezza, irritabilità, recupero più lento, sintomi abbastanza vaghi da poter essere attribuiti all’ambiente. All’inizio li ho attribuiti anch’io alla nostra inevitabile condizione subalterna perché la Luna produce malessere per default, perché l’adattamento è una ferita continua che non guarisce mai del tutto. Però i pattern si accumulavano e ho iniziato a notare correlazioni che non coinvolgevano le mie uscite, che non coincidevano con la distribuzione proteica o l’apporto calorico registrato. Questa discrepanza mi ha inquietato, perché implicava un intervento altrove e ho sospeso la musica, i gatti, i film per approfondire e capire. Ho chiesto a Raga, cercando di fregarlo facendo la finta tonta, se avesse modificato di recente la miscela nutritiva. La sua risposta era accurata nel senso più ristretto possibile, e quella ristrettezza mi è rimasta addosso perchè mi ricordò incredibilmente nostro padre. Era il tipo di verità che evita di essere utile. Dopo ho rivisto ossessivamente i miei registri cercando conferme di non aver sbagliato i calcoli, che il sangue dal mio lato del sistema non stesse in qualche modo avvelenando tutti e i numeri tenevano, erano ostinatamente corretti, il che lasciava meno possibilità ad una mia responsabilità. Ero pronta a tutto tranne ad un interrogatorio della IA. I manuali enfatizzavano la compartimentazione, l’idea che ogni sottosistema possa essere ottimizzato indipendentemente. Ma queste sono un’astrazione logica, per carità, pensata per la Terra, per ambienti con margine, e qui ogni cosa ricade sul resto, metaforicamente e letteralmente. Ho iniziato a guardare Raga in modo diverso. Ho scansato per un attimo l’idea che il termine fratello avesse su di me. Ho sospeso poi anche la parola sociale con cui io ed ogni altra persona lo guardavamo. Non era più né un fratello né un giardiniere ma un regolatore. Qualcuno le cui decisioni entravano nei corpi in modo invisibile. Questa invisibilità mi disturbava più del mio lavoro visibile perché consentiva la possibilità di negazione a ogni livello. Quando l’ho affrontato di nuovo non l’ho accusato, ho chiesto. L’accusa presuppone una regola infranta e io non ero più certo di quali regole fossero ancora valide. La sua risposta ha riformulato la necessità come simmetria, quello che ritiene la mia uccisione di cellule coltivate come equivalente alla sua calibrazione del giardino e l’argomento era abbastanza elegante da essere pericoloso, perché era in parte vero. Sono tornato alla mia stazione con quell’argomento conficcato dentro come una scheggia di regolite nello scarpone di una tuta per camminare fuori, incapace di rimuoverlo senza smontare la struttura che mi permetteva di riconoscermi perché se il suo lavoro era omicidio allora lo era anche il mio e se il mio era giustificato allora lo era anche il suo. Questa equivalenza minacciava l’ultima distinzione su cui avevo fatto affidamento, l’idea che la trasparenza conferisse innocenza. L’incidente, quando è arrivato ad essere riconosciuto, è stato registrato come una cascata di guasti originata fuori dal mio dominio e questo mi scagionava ma i suoi effetti erano stati immediati nel mio. Protocolli di emergenza che attivavano una domanda proteica maggiore, cicli di raccolta accelerati. Io li ho eseguii senza esitazione. Qui l’esitazione costa vite, anche quando quelle vite stanno già andando perse. Mentre lavoravo ho sentito il sistema chiudere i ranghi per compensare e livellare le irregolarità. Ho capito allora che la base non è progettata per prevenire il danno ma per assorbirlo, renderlo gestibile, mantenere la curva complessiva entro limiti accettabili indipendentemente dalla catastrofe locale. Il rapporto dell’IA era dannatamente clinico, preciso, privo di giudizio, e quel vuoto era più inquietante di qualsiasi colpa. Significava che l’evento rientrava nelle aspettative, che il sistema aveva spazio per un tipo di perdita di questo tipo. Dopo quello che accadde, gli altri parlavano più piano, si muovevano con più cautela, ed evitavano i dettagli. I dettagli avrebbero creato vettori di responsabilità, e la responsabilità qui minaccia ogni genere di continuità. Raga è tornato al suo lavoro senza cambiamenti nel comportamento, e quella coerenza veniva letta come sicurezza, non come colpa. La colpa implica errore e l’errore implica deviazione, e nulla nei dati indicava una deviazione abbastanza significativa da essere presa come una emergenza. Ho capito allora che un confronto non avrebbe ottenuto nulla se non fosse stato formalizzato, tradotto in una metrica che l’IA riconoscesse, e ho iniziato a raccogliere prove non per accusare Raga come persona ma per esporre una vulnerabilità strutturale, un punto in cui la discrezionalità superava la sorveglianza. Questo lavoro richiedeva pazienza e la disponibilità a guardare piccoli danni accumularsi senza intervenire prematuramente, ed è stato il compito più difficile che avessi mai affrontato. Richiedeva di tollerare ciò che era diventato mio fratello spontaneamente. Guardare la sofferenza che aveva provocato senza correggerla per mitigarla, lasciando che il sistema che aveva gestito sotto a quello standard si rivelasse completamente prima che qualcuno agisse. I manuali etici chiamavano il modo in cui mi stavo comportando osservazione, ma a me sembrava complicità, e non avevo una parola che lo rendesse più sopportabile. Di notte ripensavo alla simmetria che Raga aveva usato come esempio, la mia lama e la sua miscela, il mio sangue visibile e la sua clorofilla invisibile, e non riuscivo a scartarla, perché entrambe producevano lo stesso esito: corpi alterati oltre il consenso al servizio della continuità. la differenza, mi dicevo, era l’intento. Io agivo sotto protocollo e lui oltre, ma l’intento non è una variabile che l’IA traccia e senza riconoscimento istituzionale resta personale, fragile, facile da razionalizzare. Il capitolo della mia vita in cui lavoro e coscienza coincidevano si era chiuso e un regolamento di conti che forse non sarebbe mai arrivato si era aperto. Sistemi come questo non si correggono per moralità, si correggono solo quando l’instabilità minaccia la sopravvivenza. La domanda a cui non riuscivo a rispondere, e che iniziava a erodermi più del lavoro stesso, era se smascherare Raga avrebbe rafforzato il sistema riducendo il danno discrezionale o lo avrebbe indebolito rimuovendo un meccanismo che aveva già incorporato. Se il giardino era diventato uno strumento di selezione, allora le mie vasche proteiche stavano già alimentando la sua logica e la linea tra prevenzione e partecipazione si era dissolta così completamente che qualunque azione avessi intrapreso avrebbe solo redistribuito la colpa invece che eliminarla. Questa consapevolezza non mi ha fermato, ma ha chiarito il costo, perché qualunque cosa venisse dopo non avrebbe ripristinato l’innocenza, avrebbe solo deciso chi sarebbe stato autorizzato a continuare a crederci.


CORTICAL ACQUISITION LOG ARCHIVIST SYSTEM — INTERNAL CLASSIFICATION AUTHORITY THRESHOLD EXCEEDED SERIES storage: degraded compression:
maximum fidelity: declining
LOG REF: 2053.03.01 / SUBJECT: VASHTI designation: L-002
cortical acquisition: ACTIVE age: 12 years / full adaptation confirmed
prefrontal — evidence architecture:
subject accumulates observational data without filing
unfiled data accumulates in working memory
working memory load: 340% above operational baseline
subject carries the excess load does not report it
not reporting is logged by this system as: within protocol
within protocol is correct the protocol does not ask
anterior cingulate — conflict monitoring:
elevated chronic since cycle 7 of current year
conflict detected: observed reality vs. logged reality
subject chooses: wait for official alignment
official alignment require: documentation of discrepancy
documentation require: accusation
accusation require: certainty
certainty require: more evidence
more evidence is being generated continuously
by the subject in the adjacent cultivation sector
predictive social trajectory:
subject will accumulate sufficient evidence
the accumulation will take longer than the damage
the damage will be complete before the evidence is sufficient
this is the architecture of all honest systems
operating inside systems designed to absorb honest systems
visual fixation: adjacent cultivation sector 4.1x above baseline
classified as: operational monitoring
CLASSIFICATION: compliant / high-integrity operational profile
NOTE: the integrity is real
the cost of the integrity is also real
this system does not log the cost


Snippet 006
Vashti. Settore proteico. I log sono i più accurati della base.
Non ha mai deviato dal protocollo. Ha segnalato ogni anomalia attraverso i canali corretti. Il sistema ha ricevuto ogni segnalazione e ha classificato: entro tolleranza.
Vashti sa che il sistema risponderà solo quando il danno supera la soglia di rilevazione ufficiale. Sa che aspettare è una forma di partecipazione. Continua ad aspettare perché agire prima è insubordinazione. Crede che la correttezza dei propri numeri lo separi da ciò che Raga sta facendo. Il sistema non ha un campo per misurare la distanza tra due tipi di complicità.
Conformità funzionale registrata.
Trasmissione in attesa di conferma ricezione

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